Clayface: il body horror che dimostra come il DC Universe abbia preso una deriva differente dalla precedente, preferendo un cinema più cupo e autoriale.
Il genere e l’importanza in esso
Il 22 ottobre Warner Bros. Pictures distribuirà nelle sale italiane Clayface. Il nuovo body horror diretto da James Watkins (Speak No Evil) e nato da un’idea di Mike Flanagan (Doctor Sleep, Life of Chuck). Il film sembra apprestarsi a rileggere uno dei villain più interessanti e sottovalutati di Gotham, che Bruce Wayne (Batman) affronta fin dai fumetti degli anni ’40, con una particolarità: una chiave di lettura horror e cupa.
La produzione ha scelto il genere body horror, un sottogenere che sta ottenendo molto seguito in questo ultimo periodo (come dimostrano i numeri e i risultati) anche grazie a film come Titane (solo 6 milioni ma Palma d’Oro), The Substance (77 milioni incassati) e Together (32 milioni).
Il body horror si fonda sul gioco preciso sulla paura del proprio corpo, sulla perdita di controllo su di esso e sulla sua vulnerabilità, evidenziando come l’organismo umano divenga uno spazio di trasformazione, mutazione e angoscia anziché subire minacce unicamente dall’esterno.
Philip Brophy
Il body horror, rifacendoci alla definizione data dal critico australiano Philip Brophy, è quindi un sottogenere dell’horror che non lavora sul male “esterno”, ma che si focalizza sul corpo del personaggio interessato. La definizione del genere subirà poi mutazioni anche tramite l’utilizzo che ne verrà fatto dai vari registi, per cui è importante ricordare Cronenberg (fondatore del genere come lo conosciamo oggi), Carpenter (in La Cosa) e Tsukamoto (con Tetsuo), che ha definito il body horror meccanico.
Dall’emergere all’emarginazione
Un incidente distrugge la vita e la carriera del giovane attore emergente Matt Hagen (Tom Rhys Harries), lasciandolo sfregiato. Per poter tornare alla vita “da star” di prima, sceglie di sottoporsi a un intervento con sostanze chimiche non del tutto testate. L’intervento produce però un effetto negativo sull’attore: gli restituisce la possibilità di plasmare il proprio volto, ma ne altera la struttura biologica, trasformandolo così in una massa mutaforme che si abbatterà su Gotham.
L’adattamento televisivo e il cambio dai fumetti
Curiosa è sicuramente la veste in cui vediamo Matt Hagen. Nel film, come confermato, sarà un attore, eppure nel fumetto originale (Detective Comics #298) in cui appare per la prima volta non è un attore, ma piuttosto un cacciatore di tesori che, finendo in una grotta, scopre una pozza contenente protoplasma radioattivo che gli permette di cambiare forma a piacimento. Questa scoperta lo porterà sulla via del crimine fino a che non verrà fermato dal Dinamico Duo (Batman e Robin) e rinchiuso in cella.
Il cambiamento fondamentale si deve alla serie animata andata in onda negli anni ‘90, dove gli autori hanno preso il lavoro del primo Clayface (Basil Karlo) adattandone la storia sul nome di Hagen, motivo per cui per molti oggi Matt Hagen è associato alla figura dell’attore.
Come la regia si sposa con la sceneggiatura
Sulla carta, l’abbinamento Watkins-Flanagan può essere la scelta giusta per questo film. Sono registi che hanno realizzato, anche nello stesso genere, film molto diversi tra loro ma che possono trovare conciliazione in Clayface.
Lo stile di Watkins si basa sulla fragilità umana e su un senso di claustrofobia che definisce perfettamente Mark Kermode (BBC) dicendo: “Il vero terrore in questi film non deriva da ciò che sbuca dal buio, ma dalla trappola invisibile che i protagonisti si costruiscono da soli. È un’ansia profondamente claustrofobica perché deriva dall’essere socialmente paralizzati: l’incapacità di dire di no, il terrore costante di sembrare scortesi o fuori luogo, persino quando ci si trova sull’orlo del baratro. Watkins ti stringe in un angolo non con i muri, ma costringendoti a guardare persone civilizzate che preferirebbero farsi distruggere”. Il critico approfondisce poi in un episodio del suo podcast (Kermode and Mayo’s Podcast) questo aspetto di tensione psicologica e tutte le trappole comportamentali classiche dei thriller di Watkins.
A queste osservazioni vanno aggiunte anche quelle di Kim Newman (Empire Magazine), che racconta perfettamente la tecnica con cui Watkins trasmette questo senso di claustrofobia nello spettatore.
Questo elemento, unito alla sceneggiatura di Flanagan, può essere la chiave di lettura del film, con uno script che approfondirà l’ossessione per l’aspetto (e a tratti la vanità dell’attore) in contrasto con una mente disturbata che si distrugge lentamente, creando così una forte dicotomia tra la bellezza esteriore e il decadimento interiore.
Riflessioni finali
Terzo film della nuova gestione della DC targata Gunn–Safran, Clayface si appresta a essere uno dei titoli di maggior interesse della stagione cinematografica, uscendo anche vicino ad Halloween e sposandosi quindi alla perfezione con il genere che il pubblico cerca maggiormente in questo periodo dell’anno.
In attesa di Avengers: Doomsday, potrebbe Clayface conquistare il botteghino e la critica nel mondo dei supereroi? Solo il tempo saprà rispondere, ma una cosa è certa: che siate amanti del DC Universe, accaniti lettori di fumetti o appassionati di horror, Clayface potrebbe essere il film che fa per voi.
Immagine di copertina: IMDb, Public domain, via Wikimedia Commons
