Himalaya: come l’uomo sta uccidendo l’Everest


Nelle ultime settimane si è sentito molto parlare di Nepal e Himalaya, purtroppo a causa di una tragica circostanza che ha coinvolto anche alpinisti italiani. Tuttavia la catena montuosa e più nello specifico l’Everest è al centro di un grande dibattito che va avanti da anni a cui forse si fa troppa poca attenzione. 

Gli alpinisti italiani

A causa di due diverse valanghe, una il 31 ottobre e una il 3 novembre, tre alpinisti italiani, Alessandro Caputo, Stefano Farronato e Paolo Cocco, hanno perso la vita. Le salme sono state rinvenute poche ore dopo. Molto più difficoltose sono invece state le ricerche del resto della spedizione. Insieme a loro c’erano infatti l’abruzzese Marco Di Marcello, l’altoatesino Markus Kirchler, il tedesco Jakob Schreiber e i nepalesi Mere Karki e Padam Tamang. A inizio settimana le guide Sherpa hanno ufficialmente interrotto le ricerche e le salme sono state date per disperse. Il gruppo era impegnato in attività di acclimatamento oltre i 5.400 metri, sul massiccio del Dolma Khang, una delle cime secondarie della grande catena montuosa.

Altri cinque alpinisti comaschi, dati per dispersi, sono invece tornati in Italia in sicurezza. 

Questi recenti avvenimenti hanno direzionato l’attenzione mediatica degli ultimi giorni verso le montagne del Nepal. Tuttavia, per quanto tragici, gli incidenti che coinvolgono gli scalatori su queste vette sono estremamente frequenti. Solo all’inizio del mese di ottobre sul versante tibetano dell’ Everest, a causa di una valanga, sono stati salvati e portati a valle 580 alpinisti e altre 300 persone fra guide, portatori e allevatori di yak.

Un numero così elevato di persone sulla cime più alta del mondo potrebbe stupire, infatti in pochi sanno quanto effettivamente l’Everest sia diventata una meta turistica, non solo per alpinisti esperti ma purtroppo anche per amatori poco preparati alla portata della spedizione. 

Il turismo di massa

Secondo i media cinesi, lo scorso anno sul monte Everest i turisti e gli alpinisti sono stati 540mila, la cifra più alta di sempre. Dagli anni ’50 al 2023 sono state registrate ufficialmente 12.884 ascensioni totali.

La maggior parte dei turisti per ammirare lo spettacolo della montagna decide  di tentare le cime secondarie dell’Himalaya, comunque difficili ma meno pericolose, come il Kala Patthar che offre una bellissima vista sul massiccio. 

La sfida che impone un’impresa come quella di arrivare alla cima della montagna più alta al mondo scoraggia molti alpinisti non esperti, ma purtroppo non tutti. 

I primi a conquistare la vetta furono Edmund Hillary e Tenzing Norgay, nel 1953. Dal 1979 è patrimonio mondiale UNESCO, e oggi chi tenta la scalata ha un itinerario molto preciso da seguire: sulla montagna infatti sono situati due campi base, il primo, sul versante sud (versante nepalese) si trova a 5364 metri d’altezza, ai piedi del Ghiacciaio Khumbu, il secondo, sul versante nord (lato tibetano), situato a 5154 metri, ai piedi del ghiacciaio di Rongbuk.

La maggior parte degli alpinisti si fermano al campo base diversi giorni, prima di iniziare le ascensioni, per acclimatarsi all’altitudine ed evitare il mal di montagna. Il mal di montagna si verifica ad altissime altitudini, dove l’ossigeno inizia a ridursi e il corpo comincia a risentirne. I giorni di acclimamento servono per aumentare la quantità di globuli rossi dell’organismo, che aiutano ad arginarne i sintomi. 

Ogni giorno in alta stagione circa 500 persone arrivano ai campi base, e per ognuna c’è almeno un locale che assiste. La popolazione indigena della montagna è quella degli Sherpa, che affiancano i turisti e si occupano di trasportare i viveri e i bagagli dello scalatore, ma anche di cucinare, di guidare e di assistere in caso di necessità. 

La “Death Valley”

La salita fino al campo base, per quanto comunque difficoltosa, non comporta altissimi rischi per l’organismo, tuttavia la strada per la vetta è ancora lunga.

Il pericolo più estremo arriva al quarto campo, anche denominato la “valle della morte”. Viene anche chiamata “rainbow valley”, e si trova tra tra il colle sud e la cima, e inizia intorno agli 8000 metri. Questa seconda denominazione potrebbe tratte in inganno, ma in realtà le sue origini sono estremamente macabre. Il rimando all’arcobaleno deriva infatti dalle giacche molto colorate tipiche degli scalatori, che rimangono visibili anche dopo la loro morte e segnano il percorso da seguire per arrivare alla cima.

Il motivo per cui questo tratto della salita è così pericoloso sta, ovviamente, nella sua altitudine. Dopo gli 8000 metri infatti la quantità di ossigeno nell’aria scende di otre il 40%, e questo porta all’ipossia. L’ipossia è una condizione di carenza dell’ossigeno a livello dei tessuti dell’organismo che comporta la morte delle cellule, una da una. La cima dell’Everest è 8849 metri e in quegli 800 metri si verifica il più alto numero di decessi. 

Gli esperti dicono che si può stare a quelle quote dalle 16 alle 20 ore, solo gli Sherpa hanno delle mutazioni genetiche che li rendono più predisposti a quelle altitudini, permettendogli di resistere in certi casi fino alle 21 ore. Tuttavia, a causa della massiccia quantità di gente che vuole arrivare alla cima, gli alpinisti si ritrovano in coda per ore e muoiono in questo modo. 

Il campo base dell’Everest. Ph: Foto di Mari Partyka su Unsplash

Un altro lato negativo

L’elevato numero di morti però non è l’unica conseguenza dell’overtourism. In Nepal, l’Everest è conosciuto come “Sagarmatha” , ovvero “fronte del cielo”. In Tibet invece il nome è “Chomolungma” (“Qomolangma” in Cinese), che significa “dea madre del mondo” ed è un vero e proprio luogo di culto per la popolazione locale. Eppure a causa del levato turismo è diventato “la più alta discarica del mondo”. 

L’Everest è infatti diventato negli ultimi anni estremamente inquinato. La stima è che per ogni singola persona che arriva al campo base vengano generati 8kg di spazzatura, e la maggior parte di questa viene lasciata sulla montagna. I versanti sono pieni di bombole di ossigeno vuote, tende abbandonate, contenitori di cibo e persino feci umane.

Per quanto sia orribile e disgustoso che uno dei luoghi più belli e maestosi della terra sia pieno di spazzatura, questo comporta anche un grandissimo rischio per la popolazione locale. A causa del riscaldamento globale infatti i ghiacci si stanno sciogliendo a velocità sempre più elevate portando i residui vecchi e nuovi alle pendici del massiccio. Lì vanno ad inquinare l’acqua che viene poi usata dalla gente che vive nei villaggi intorno. Il Nepal non possiede grandi strutture di depurazione dell’acqua, e questo può comportare la diffusione di malattie quali il colera e l’epatite A.

Cosa fa il governo?

Nonostante l’elevata quantità di gente che ogni anni perde la vita sulle montagne dell’Himalaya, il grave problema dell’inquinamento e l’enorme capitale umano e culturale a rischio, per moltissimo tempo il governo del Nepal non ha fatto niente per arginare questo problema. 

La popolazione indigena della catena montuosa, gli Sherpa, sono in grave pericolo di estinzione. Sono infatti coloro che più perdono la vita, in quanto spesso non possiedono i mezzi per pagare le grandi spedizioni di recupero di cui invece possono godere gli stranieri. Il turismo è però l’unica fonte di guadagno per loro, e per questo spesso accompagnano i meno esperti, dando la vita al posto loro. Perciò la popolazione sta affrontando un calo drastico e si pensa che la loro cultura e tradizione si stiano perdendo definitivamente.

Quest’anno però, per la prima volta, sembra che il Nepal stia cercando di far fronte a tutto ciò. Il governo ha annunciato infatti che 97 montagne himalayane saranno accessibili senza alcun costo per i prossimi due anni, un’iniziativa mirata a promuovere il turismo nelle regioni più remote del Paese. La decisione arriva mentre il prezzo per ottenere un permesso di scalata sull’Everest aumenterà per la prima volta in quasi dieci anni. I costi infatti saliranno da $11.000 a $15.000 per la stagione primaverile. 

Immagine in evidenza: Immagine di freepik

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