Nel suo romanzo d’esordio Il cuoco giapponese, Lucia Visonà racconta di una Parigi mitica e segreta e dell’incontro inaspettato tra Hugo, un ventenne smarrito, e l’eccentrica Madame Laval. Tra piatti sofisticati, eleganti truffe e bugie necessarie, nasce un’amicizia toccante che si trasforma in un viaggio gastronomico e umano, capace di raccontare con grazia la solitudine, la ricerca del proprio posto nel mondo e il sapore agrodolce della crescita.
L’esordio di Lucia Visonà
Lucia Visonà è nata a Desenzano del Garda, ma ora vive a Parigi. Traduce romanzi e saggi, e insegna Storia antica all’università. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste online. Il cuoco giapponese, edito Einaudi 2026, è il suo primo romanzo.
Il cuoco giapponese in realtà non è giapponese, si chiama Hugo ed è arrivato a Parigi da un paesino sperduto nel cuore della Francia. Hugo si trasferisce nella grande città per l’università, ma capisce ben presto che le lezioni alla Sorbona non fanno per lui: molto meglio passare le giornate a bighellonare tra i boulevard, le piazze, gli arrondissement.
Hugo, mentre aspetta di capire cosa farà da grande, si guadagna da vivere friggendo patatine nella scalcagnata guinguette di un parco appena fuori dalla città. Una sera, poco prima della chiusura, lo avvicina una vecchia signora dall’aria teatrale, avvolta in una pelliccia che ha conosciuto tempi migliori, che non appena lo vede, chissà perché, si mette in testa di trasformarlo in un grande chef. Madame Laval, che presto lui imparerà a chiamare Margot, ha «uno sguardo divertito, in cui gli sembra di leggere le tracce di una vita interessantissima ma anche la promessa di nuove meraviglie». Mangia e beve con grande voracità, lo sommerge di parole, lo chiama «chéri» come se si conoscessero da sempre e poi, con un gioco di prestigio, scompare senza pagare il conto.
Da quel momento diventeranno inseparabili: assaggeranno piatti sofisticati, scapperanno da ristoranti costosissimi senza mai passare dalla cassa e stapperanno bottiglie sontuose. Insieme, il cuoco giapponese e Margot conoscono una città nella città, Paname: un labirinto di piatti raffinati e vini leggendari, di cucine esotiche o tradizionalissime, di ristoranti mitici e nobili decaduti che si presentano per cena. Un mondo attraversato da storie che profumano di segreti, burro e champagne.
Con il suo savoir vivre, Madame Laval farà di Hugo un cuoco sopraffino, gli insegnerà ricette dimenticate, inviterà a cena personaggi che sembrano appartenere a epoche lontane. Però, anche le amicizie gaudenti e conviviali come la loro devono fare i conti con le incomprensioni, con le mezze verità e con i bocconi amari che, proprio come a tavola, possono rovinare ogni banchetto.
L’intervista
Passare dal tradurre le voci degli altri al trovare la propria: qual è stata la sensazione più spaventosa e quale quella più liberatoria nell’esordire con questo romanzo?
La cosa più spaventosa è che quando qualcuno sceglie di tradurre spesso è anche perché non gli piace stare in prima linea. Il traduttore è un po’ l’autore invisibile, un po’ perché è invisibilizzato – raramente troviamo il nome del traduttore sulla copertina – un po’ perché è proprio un tipo di lavoro che richiede di stare un passo indietro. Quindi di sicuro la cosa che un po’ mi spaventava è che quando si scrive un libro si è poi obbligati a presentarlo, a far vedere la propria faccia e far sentire la propria voce. Invece la cosa liberatoria, ma anche la grande gioia dello scrivere, è poter veramente dire quello che si vuole. Poter far arrivare la propria voce dove si vuole e non doversi piegare o non dover seguire quello che gli altri stanno dicendo.
Il protagonista del romanzo, Hugo, spera un giorno di essere “quel tipo di adulto rilassato e sicuro di sé”. Che cosa gli manca all’inizio per esserlo davvero e come trova ciò che sente mancare?
Secondo me Hugo non riesce mai a essere veramente quel tipo di adulto, come credo molti di noi. E’ un ragazzo che arriva nella grande città dalla provincia. Un ragazzo che non sa bene cosa vuole fare della propria vita e che si lascia un po’ vivere. Però in questa sua incapacità di scegliere ha la fortuna di trovare qualcuno che prende un po’ le decisioni al posto suo. Una cosa che mi piaceva raccontare è il fatto che nella vita ci si può anche affidare agli altri per prendere delle decisioni.
Madame Laval, che Hugo imparerà a chiamare Margot, fa credere a Hugo di vivere in una Parigi da favola, fatta di ricette storiche e lusso. Perché Margot avverte questo bisogno di recitare una parte e inventarsi una vita sfavillante anziché mostrare la realtà?
Margot è una donna in realtà molto insoddisfatta della sua vita. Ha una vita un po’ grigia, banale. Ha avuto dei figli con cui non ha un rapporto particolarmente positivo e un marito sempre depresso. La sua chance di avere la vita che vorrebbe è inventarsela. A me piacciono molto questi personaggi un po’ megalomani, un po’ bugiardi, ma in realtà molto leggibili. Questi personaggi che si inventano un mondo in cui però noi vediamo attraverso. Anche con Margot noi vediamo che dietro questo castello di carte che si è costruita non c’è niente, c’è una vita molto grigia. Una cosa che mi piace di questi personaggi è il fatto che chi sa raccontare delle bugie sa raccontare anche delle storie. Io sono, prima che una scrittrice, una lettrice, e mi piace molto conoscere nuove storie.
L’amicizia tra Hugo e Margot nasce, per entrambi, per scappare dalla solitudine. L’aver condiviso questo vuoto li ha salvati davvero o ha solo fatto meno paura?
Io credo che ci si salva solo nella relazione, però queste relazioni poi sono destinate a finire. La vita alla fine ha sempre una fine triste. Quindi di sicuro la loro amicizia, questo rapporto strampalato che si crea tra di loro, li aiuta a rendere la vita più tollerabile, anche più bella in alcuni momenti, perché in alcuni momenti sono anche felici. Però poi, come tutte le cose, anche questa amicizia è destinata a finire. Quindi, insomma, ci si salva per un po’.
A pagina 171 scrivi che Hugo “finge di crederle come ha sempre fatto”. Un amicizia nata per scappare dalla solitudine e cresciuta fra le bugie di Margot come diventa sincera?
All’inizio del loro rapporto ciascuno dei due ha un tornaconto. Margot aiuta Hugo a diventare cuoco e quindi gli fornisce in qualche modo una professione; mentre lui le dà un po’ quella compagnia che a lei mancava. Nel corso del tempo però nasce anche l’affetto e l’affetto può esistere solo se c’è la sincerità, se il rapporto è sincero. Infatti poi, verso la fine del libro, il loro rapporto, in un certo senso, si basa sulla cura. La cura di Hugo nei confronti di questa donna che sta invecchiando, che ha bisogno di aiuto nelle cose pratiche del quotidiano.
L’amicizia tra Hugo e Margot ad un certo punto si interrompe brevemente. Ai due serviva perdersi per ritrovarsi?
Questa pausa serviva soprattutto a me, perché Madame Laval è un personaggio molto ingombrante, ma il libro si intitola “Il cuoco giapponese”, quindi il protagonista è Hugo. Scrivendo a un certo punto ho sentito proprio la necessità di allontanare Margot, in modo che Hugo potesse crescere, potesse fare le sue esperienze. È comunque un ventenne in una grande città. Quindi avevo bisogno che provasse ad innamorarsi, si trovasse una nuova casa, facesse insomma tutta una serie di esperienze da giovane, senza questa vecchietta che lo controlla sempre.
Il primo vero piatto di successo di Hugo nasce da un ricordo legato a Jessica. Che ruolo ha questo personaggio nella sua crescita? È la dimostrazione che per cucinare davvero bene, come diceva Margot d’altronde, servono la memoria e le emozioni?
Jessica è questa ragazza che ha più o meno l’età di Hugo e di cui lui si invaghisce. Rappresenta un po’ questa vita di ventenne normale che lui cerca di crearsi in un momento in cui l’amicizia con Margot è un po’ in crisi, e vedremo che ci riesce fino a un certo punto. Hugo viene da una famiglia in cui non si cucina tanto e lui infatti non ha nessun ricordo legato al cibo. Non ha quei sapori che gli ricordano l’infanzia, come può succedere a tutti noi. Quindi uno degli insegnamenti che gli dà Margot è proprio questo, nella cucina cercare dei ricordi e sono ricordi che lui si deve un po’ creare. Di fatto le persone che incontra diventano i suoi ricordi. Ricordi che poi lui utilizza per cucinare. Quindi Jessica, ma anche poi Madame Laval sarà il suo grande ricordo culinario.
Margot è convinta che i nobili, mangiando bene, debbano per forza essere felici. Per Hugo la cucina è la prima cosa al mondo che riesce a incantarlo davvero. Il cibo nel romanzo è una consolazione, un’illusione o una cura?
Io come Hugo non vengo da una famiglia in cui si cucina tanto. Quindi mentre scrivevo questo libro ho scoperto che cosa può essere la cucina e ho scoperto che può essere tantissime cose. Prima di tutto la cucina, per Hugo ma anche per me, è una tappa nella costruzione della propria vita adulta. È un modo per scoprire i propri gusti, quello che ci piace, che non ci piace, ma anche per scoprire l’altro. Io vivo a Parigi, dove ci sono ristoranti di cucina di tutto il mondo e questi piatti, per me esotici, mi sembrano un primo passo per conoscere altre culture, altri paesi. La cucina è mangiare qualcosa che dà piacere. È un piacere molto semplice che tutti conosciamo e condividiamo. È emozione ed è un modo per rimanere in contatto con dei ricordi, anche con delle persone. I piatti che ci ricordano le nonne, le mamme. Volevo che la cucina fosse tutto questo, ma che fosse anche un lavoro. Infatti Hugo diventa piano piano un cuoco e si scontra anche con la realtà. Un lavoro dai turni massacranti, molto ripetitivo, che viene poi molto romanticizzato ai nostri giorni. Si parla tantissimo del food, ci sono mille trasmissioni di cuochi in televisione, ma lavorare in cucina rimane prima di tutto un lavoro e come tutti i lavori, anche quelli dei sogni, poi può essere un incubo.
Nel romanzo racconti sia la Parigi scintillante che la “Paname” dei quartieri, che sono però solo “un aperitivo in attesa della portata principale”, mettendole continuamente a confronto con la provincia e il suo “tempo immobile”. La provincia è un posto da cui fuggire a tutti i costi o un luogo che ci portiamo sempre dentro e a cui poi alla fine vogliamo tornare?
Secondo me, come si dice, “Puoi togliere una ragazza dalla provincia, ma non puoi togliere la provincia da una ragazza”. Io mi sento una provinciale prima ancora che un’italiana arrivata a Parigi e credo che la provincia sia qualcosa che ti rimane dentro. Un po’ come una vita possibile, una vita potenziale che tu non hai scelto. Hugo quando ritorna in provincia dai suoi genitori si accorge di quella che sarebbe potuta essere la sua vita e che non è stata. Un po’ per fortuna, perché comunque la provincia può essere un posto molto opprimente. Lui viene da questa famiglia in cui non c’è affetto, i suoi genitori sono molto freddi. Però allo stesso tempo può essere una vita facile, un’esistenza in cui c’è meno bisogno di sgomitare per trovare il proprio posto. Invece la città frenetica, un posto dalle mille possibilità, ma anche un formicaio in cui le persone possono essere molto sole.
Se “Il cuoco giapponese” fosse una canzone che canzone sarebbe? Perchè?
C’è una canzone che io associo a questo romanzo. E’ una canzone di un gruppo francese che si chiama La Femme e che si intitola “Où va le monde”, quindi “Dove va il mondo?”. È una canzone che è uscita una decina di anni fa e che io associo a un periodo molto divertente della mia vita. Mi ero appena trasferita a Belleville, avevo tanti amici che abitavano nel quartiere e quindi era un periodo molto spensierato della mia vita. È una canzone che parla di tutti i dubbi che proviamo quando ci affacciamo alla vita adulta: “Perché l’amore è difficile?”, “Perché la gente è ipocrita”. Tutte quelle cose evidenti che però quando hai 18-20 anni ti sembrano incredibili, ti sembrano il pensiero più profondo che possa essere pensato. È una canzone che ha anche un video molto bello, che secondo me rappresenta proprio Parigi. Nel video vediamo i personaggi che si muovono in questa città molto grigia. Personaggi che hanno sempre l’ombrello a portata di mano e che entrano in queste case, proprio tipiche case per studenti, con la luce giallognola e un po’ sporche. Quindi è una canzone e un video che rappresentano bene la città secondo me.
Cosa possiamo aspettarci in futuro? C’è già un’altra storia che ti sta chiedendo di essere raccontata?
Sì, in questo periodo ho molta voglia di scrivere una storia che non parli di Parigi. Quindi sarà una cosa non completamente diversa, ma un po’ diversa da questo libro.
Immagine in evidenza: Giorgia Carmine
