La fantascienza come critica sociale: da “Metropolis” a “Essi vivono”

Nel 1988 John Carpenter immagina un mondo in cui l’élite è segretamente composta da alieni che, sfruttando i mezzi di comunicazione di massa, controllano la classe lavoratrice e la spingono ad obbedire, consumare e non pensare. Il film è fantascienza, ma ritrae il clima degli anni Ottanta: le politiche economiche della cosiddetta Reaganomics, la deriva ultraliberista della società americana e il sospetto, sempre più diffuso, che il benessere di pochi nascesse dalla manipolazione dei molti. Lo stesso Carpenter ha definito il film come “la mia rabbia contro la rivoluzione reaganiana, gli yuppie e l’avidità degli anni Ottanta“.

Ma allora se il fine del film è criticare la società degli anni Ottanta, perché Carpenter sceglie la fantascienza invece del realismo? Con il ritorno in sala del film cult Essi vivono proviamo a rispondere attraverso quattro film che hanno usato il genere fantascientifico per raccontare la realtà.

Metropolis (1927)

Contesto storico

Già nel 1927 troviamo uno dei massimi esempi di film fantascientifico che muove una critica alla società: Metropolis di Fritz Lang. Il film risente degli accadimenti cruciali dei dieci anni precedenti: il primo conflitto mondiale e la meccanizzazione del campo di battaglia, i moti rivoluzionari e la formazione della Repubblica di Weimar.

Trama

Il film narra la vicenda di Freder, figlio del padrone di Metropolis: una città del futuro, funzionante grazie allo sfruttamento degli operai, schiavi di un sistema meccanizzato. Freder si invaghisce di Maria, una donna del popolo, e la segue nell’area industriale della città. In questo modo scopre le condizioni dei lavoratori, in una delle sequenze più note del film. Il protagonista, a seguito di un’esplosione che gli causa una visione, assiste ad una macchina mostruosa, che si nutre di esseri umani.

Questa scenografia fantascientifica si può leggere come una rappresentazione della Prima guerra mondiale. Sul piano narrativo, la scoperta del protagonista rappresenta l’esperienza di una generazione, che decide di abbandonare i propri agi per più alti ideali, finendo per scontrarsi con la brutalità di una guerra meccanizzata. Sul piano figurativo ritroviamo una metafora diffusa della guerra: una macchina affamata di uomini.

Andando avanti con la storia si scopre che Maria è la donna in cui gli operai ripongono le loro speranze di libertà. Tuttavia, sotto ordine del padre di Freder, la giovane viene sostituita da un robot con le sue sembianze, che istiga gli operai alla rivolta. Questo elemento narrativo di conflitto tra chi governa e il proletariato allude alla rivoluzione del novembre 1918, che portò all’abdicazione del Kaiser, e alle rivolte della primavera del 1919.

Il film si conclude con la stretta di mano tra il padrone e il capo degli operai, favorita da Freder e dalla vera Maria, e con la frase il cuore deve mediare tra il cervello e le mani. Dove il cervello rappresenta la classe dirigente, le mani gli operai e il cuore l’empatia e la comprensione reciproca. È una riconciliazione dall’alto, che lascia intatta la città divisa tra alto e basso. Questo messaggio conciliatorio si deve soprattutto alla sceneggiatrice Thea von Harbou, e lo stesso Lang prese poi le distanze.

Perché fantascienza?

Ma perché Fritz Lang decide di usare la fantascienza per narrare di questi avvenimenti? La risposta si trova proprio nei fatti che racconta.

Innanzitutto il genere permette di dare un aspetto preciso e spettacolare ad una condizione che altrimenti non sarebbe così impattante per lo spettatore. La geografia della città, che con la sua costruzione in altezza ci fa subito capire il divario sociale ed economico, non potrebbe esistere in un film realistico. Allo stesso tempo nella Germania di Weimar l’industrializzazione cambiava il lavoro, il timore degli operai di svolgere il ruolo di ingranaggi era reale. Come abbiamo visto nella sequenza sopracitata, la fantascienza permette di dare una forma a questa paura, generando così metafore molto potenti. E infine nonostante il film narri la storia di un singolo personaggio, l’ambientazione futura fa sì che lo spettatore non associ la critica ad una persona specifica, ma ad un intero sistema. Quindi portando la vicenda nel futuro, Lang la rende universale.

Quarantaquattro anni dopo, la fantascienza si fa più cupa e rinuncia a ogni riconciliazione: esce Arancia meccanica di Stanley Kubrick.

Arancia meccanica (1971)

Contesto storico

Il film, tratto dal romanzo di Anthony Burgess del 1962 e diretto da Stanley Kubrick, viene realizzato in un momento in cui il comportamento umano è diventato oggetto di studio. Nello stesso anno di uscita del film, lo psicologo B.F. Skinner pubblica Oltre la libertà e la dignità, in cui sostiene che il comportamento si possa modificare con il condizionamento, e lo stesso Kubrick ricorda gli esperimenti sui detenuti volontari condotti in America. Inoltre sullo sfondo ci sono la guerra del Vietnam e le proteste giovanili del decennio, che avevano reso la gioventù un tema di scontro politico.

Trama

Il film, ambientato in un futuro imprecisato nella metropoli londinese, narra la vicenda del giovane Alexander “Alex” DeLarge, un ragazzo di famiglia operaia, colto e antisociale. Alex è a capo di una banda che si diverte con quella che chiama ultraviolenza. Arrestato dopo un omicidio, accetta di sottoporsi a un trattamento sperimentale in cambio della libertà. Viene quindi costretto a guardare scene di violenza mentre gli vengono somministrati farmaci, imparando così a provare un malessere fisico di fronte a qualsiasi tipo di aggressività. Il risultato è un uomo che non è più capace di scegliere. Tornato libero, Alex non riesce a difendersi da chi aveva colpito in passato: i vecchi compagni, diventati poliziotti, lo picchiano, e un intellettuale a cui aveva distrutto la vita lo spinge al tentato suicidio. Il governo, preoccupato per lo scandalo, annulla il trattamento e offre ad Alex un posto in cambio della sua collaborazione. Nell’ultima scena, la sua mente sembra tornata alla violenza di prima.

Perché fantascienza?

Perché ambientare la storia in un futuro prossimo? Lo stesso Kubrick osservò che gli esperimenti di condizionamento e controllo mentale su detenuti volontari in America avevano già portato la questione fuori dalla finzione. Il film quindi si limita a spingere i fatti un passo oltre. Per questo il suo futuro è costruito con elementi quotidiani portati appena al di là del reale. Quasi tutto è girato in luoghi esistenti, uno dei pochi ambienti costruiti è il Korova Milk Bar. Anche i costumi partono dal presente. La designer, Milena Canonero, raccontò di essersi ispirata agli skinhead incontrati per le strade di Londra. Il risultato è una divisa fatta di bianco, bombette e anfibi, a metà tra l’abito sportivo e quello militare.

Il futuro di Arancia meccanica non rassicura e spinge la tematica del libero arbitrio al punto in cui diventa impossibile ignorarla. Quindi, come Lang, Kubrick usa la fantascienza per mostrare i meccanismi del potere, ma, anziché scegliere lo spettacolare, punta sul credibile: un futuro così vicino da somigliare al presente.

Diciassette anni dopo, e dall’altra parte del mondo, il Giappone produce uno dei film di fantascienza più incisivi sul rapporto tra giovani e potere: Akira, film d’animazione di Katsuhiro Otomo.

Akira (1988)

Contesto storico

Il film, tratto dal manga che Otomo pubblicava dal 1982, viene realizzato nel momento di massimo splendore dell’economia giapponese. Il Paese vive il boom della bolla speculativa, con prezzi dei terreni alle stelle e la prospettiva di superare gli Stati Uniti come prima potenza economica, ma la crescita si basa principalmente sulla speculazione e la bolla scoppierà all’inizio degli anni Novanta. Inoltre il trauma delle bombe atomiche e la ricostruzione postbellica fanno da sfondo. Di particolare rilevanza è la sottocultura dei bōsōzoku, che raggiunge il suo picco all’inizio degli anni Ottanta. Si tratta di giovani motociclisti ribelli a cui sono ispirati i protagonisti della storia.

Trama

Akira è ambientato nel periodo che precede le Olimpiadi di Neo-Tokyo del 2020, in un’enorme città futuristica sconvolta da proteste antigovernative e da una crescente instabilità, mentre cerca di riprendersi dall’esplosione nucleare avvenuta 31 anni prima. Il film segue Shōtarō Kaneda, il leader di una banda di motociclisti, e il suo gruppo mentre si scontrano con un governo corrotto e le forze militari giapponesi. Dopo che Tetsuo, compagno di Kaneda, viene preso dall’esercito e sottoposto a esperimenti, acquisendo poteri telecinetici, Kaneda si unisce alla resistenza tramite Kei per salvarlo. Ma i poteri di Tetsuo sfuggono a ogni controllo e travolgono la città stessa.

Nella Neo-Tokyo di Akira si assiste a differenti scioperi, proteste e persino atti di terrorismo. I disordini della città potrebbero alludere ai movimenti di protesta giapponesi degli anni 60 e 70. Nel film alcuni manifestanti indossano caschi che ricordano l’abbigliamento dei movimenti studenteschi giapponesi come lo Zengakuren, movimento che vide una grandissima partecipazione civile. Lo stesso splendore della città di Neo-Tokyo si può interpretare come un’allegoria delle contraddizioni del boom giapponese. Una metropoli in continua espansione, dove però il denaro e il rapido sviluppo non risolvono i problemi di fondo del paese. Anche il personaggio di Tetsuo, che a causa della sua fame di potere diventa un ammasso di carne e acciaio, incarna le conseguenze di un periodo di rapido sviluppo industriale. Come dice in una scena del film: il mio corpo non fa quello che gli dico, agisce di testa sua!

Perché fantascienza?

Perché affidare questa critica a un futuro catastrofico e a poteri sovrumani?

La prima ragione è storica. Negli anni dell’occupazione americana la censura impediva la rappresentazione diretta delle bombe, dopo il 1952 il fantastico diventa uno dei linguaggi con cui si poteva parlare del trauma nucleare (uno degli esempi più noti è Godzilla). A partire da questa tradizione Akira fa della distruzione iniziale il fondamento della città.

La seconda ragione riguarda la condizione economica del Giappone dell’epoca. Nel 1988 il Giappone si percepisce all’apice del successo, la fantascienza permette di spostare lo sguardo in avanti e mostrare una realtà non così evidente nel presente. Infatti, pochi anni dopo, la bolla scoppia, e in molti hanno riletto l’opera come una previsione di ciò.

La terza ragione riguarda la scala. Il genere permette di far coincidere il dramma privato con quello collettivo. Il potere nelle mani del singolo non è la rappresentazione di un individuo che opprime, ma è un prodotto del sistema, che non riesce a controllarlo come vorrebbe.

Il 1988 è anche l’anno del film da cui siamo partiti. Passiamo quindi dal potere che esplode di Akira, al potere nascosto di Essi vivono

Essi vivono (1988)

Trama e contesto storico

Il film segue un operaio senza lavoro arrivato a Los Angeles in cerca di un impiego. Costretto a vivere in una baraccopoli accanto ad altri lavoratori, scopre per caso in una chiesa dei misteriosi occhiali da sole. Indossandoli riesce a leggere i messaggi nascosti dietro cartelloni, riviste e banconote, e scopre che molti dei ricchi e dei potenti sono in realtà alieni. Il protagonista decide allora di lottare contro il sistema, fino alla distruzione del segnale con cui gli alieni mascherano la loro presenza. Il film nasce in un decennio in cui, accanto al boom della finanza e all’ascesa degli yuppie, crescono la disoccupazione industriale e la precarietà abitativa, la baraccopoli ne è l’immagine più diretta.

Perché fantascienza?

Perché affidare una critica al capitalismo a un’invasione aliena?

A differenza degli altri film, qui l’ambientazione non è futura, ma ci troviamo nell’America del 1988. Questa scelta avvicina ancora di più la metafora alla realtà. L’idea che l’élite manipoli la maggioranza diventa una presenza fisica, e Carpenter può criticare il presente senza dover nominare alcun politico o azienda.

Inoltre il genere gli permette di mostrare ciò che di solito non si vede. Gli ordini (obbedisci, consuma) non sono nascosti, ma sono sotto gli occhi di tutti ogni giorno, e proprio per questo diventano invisibili, finché un paio di occhiali non li rende leggibili. In questo modo Carpenter ci sta mettendo in guardia sulla nostra condizione e ci sta invitando ad osservare la realtà per come è realmente.

Infine, Carpenter costruisce Essi vivono con i mezzi e i codici del cinema di serie B. Riprende così la tradizione dei film di invasione aliena degli anni Cinquanta, come L’invasione degli ultracorpi, cambiandone però il significato. In L’invasione degli ultracorpi gli alieni minacciano un ordine che va difeso, qui gli alieni stessi sono l’ordine. Anche la paura dell’omologazione cambia natura. Negli ultracorpi era il timore di essere sostituiti da copie prive di emozioni, qui è un conformismo fabbricato dalla pubblicità e dal consumo. Infatti uno dei messaggi svelati dagli occhiali è proprio conform. Il cinema di serie B, infine, rende la critica accessibile ad un pubblico più ampio di quello del cinema d’autore: infatti il film, costato pochi milioni di dollari, debuttò al primo posto del box office statunitense e recuperò più volte il proprio budget.

Ma quindi, perché la fantascienza?

Il futuro, nei film che abbiamo attraversato, è un’invenzione che nasce sempre da un’ansia del presente. Lang, Kubrick, Otomo e Carpenter non immaginano il domani, ma partono da qualcosa che stanno già vivendo (la fabbrica, il condizionamento, il boom, il consumismo), e lo spostano, in un altro tempo o in un’altra forma, per poterlo guardare con uno sguardo diverso, a cui siamo meno abituati. In questo modo queste problematiche, che nella realtà abbiamo smesso di notare, diventano nuovamente leggibili.

Inoltre, questo spostamento fa sì che il film non sia legato necessariamente all’epoca in cui viene realizzato, ma diventa una forma che ogni epoca può riempire con le proprie paure. Ed è per questo motivo che, a 38 anni dall’uscita in sala, Essi vivono rimane ancora attuale.

Immagine di copertina: Testo PD, Dominio pubblico, via Wikimedia Commons

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1 Commento

  • Pubblicato il 12 Ottobre 2026 21:53 0Likes
    Biù

    Trovo che in questo articolo sia espresso in modo incredibile, come la fantascienza possa trasmettere un importantissimo messaggio sociale, nonostante ad uno sguardo superficiale possa sembrare pura finzione. Gli esempi riportati dall’autore esternano perfettamente come il messaggio sociale sia evidente e possa persistere per molti anni. Ritengo tuttavia che la fantascienza porti leggerezza nell’osservatore che può sempre trascurare il problema ricorrendo a frasi come: “é solo distopia…”

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