Le backrooms e l’horror del perturbante

Sette anni fa, sull’image-board 4chan, un utente anonimo pubblicò un’insolita fotografia scattata nel 2002, in risposta a un thread di “immagini che appaiono semplicemente sbagliate”: un grande ambiente vuoto con pareti gialle a disegno geometrico, una moquette beige pressoché intatta e luci al neon sfrigolanti in un silenzio sinistro. Le stanze, prive di soglie visibili o presenza umana, sembravano avvolte da un odore stantio, di polvere umida e stagnante, sospese in un’inquietante atmosfera labirintica. La didascalia somigliava a un avvertimento: anche un’impercettibile disattenzione avrebbe potuto proiettare chiunque in realtà parallele fatte di eterni ronzii e sguardi ignoti. Una gabbia monocromatica con corridoi frammentati, angoli ciechi e un’angosciante solitudine. Da quest’episodio si originò uno tra i fenomeni mediatici più singolari dell’ultimo decennio: le backrooms, luoghi dalle geometrie impossibili, che comunità online sempre più nutrite hanno contribuito ad arricchire.

Immagine originale delle backrooms.
Fonte: Bill Magritz, CC0, via Wikimedia Commons

Le origini delle backrooms: perturbante e dissonanza cognitiva

Le radici del meccanismo psicologico alla base di questa tendenza sono da ricercare più di un secolo fa, nel 1919, quando Sigmund Freud pubblicò il saggio Il Perturbante (dal tedesco Das Unheimliche), un’analisi tanto originale quanto inquietante sulle qualità di un particolare genere di angoscia, frutto di circostanze familiari ripresentatesi in forme nuove, minacciosamente alterate e irriconoscibili. Il vocabolo unheimlich, non a caso, è negazione di heimlich, ovvero “domestico, intimo” (secondo il filosofo Schelling, è detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare segreto, nascosto, e che è invece affiorato): il perturbante, dunque, altro non è che il consueto tramutatosi in estraneo, un rimosso di sé stesso.

Un atrio o un corridoio sono luoghi conosciuti, apparentemente innocui, che nella quotidianità percorriamo in maniera distratta. Eppure, la potenza delle backrooms risiede proprio nella capacità di rovesciare questo senso di prossimità: uffici, aule scolastiche o magazzini assumono caratteri inquietanti quando vengono privati di ciò che li ha sempre resi rassicuranti. L’assenza di individui, di finestre e porte “tradisce sé stessa”, deviando qualsiasi logica sociale e topografica e tramutando luoghi di incontro e scambio in intrighi da incubo.

Il malessere prodotto dagli spazi liminali, soglie permeabili e “proposizionali” (esistono per essere attraversate), è ben spiegato dal cosiddetto “effetto uncanny valley”, applicato all’architettura ma formulato per la prima volta dal robotico giapponese Masahiro Mori per descrivere il disagio provato di fronte a un androide. La divergenza tra conferma e novità origina una profonda dissonanza cognitiva, espressione introdotta da Leon Festinger nel 1957, cioè una condizione ambigua in cui il giudizio ordinario viene sospeso. Il nostro sistema predittivo celebrale entra così in crisi, mentre il vuoto opera “come agente attivo dell’orrore”. 

The Shining e Stalker, tra geometria e teoria cromatica

Riferimento visivo immediato è senza dubbio The Shining (1980) di Stanley Kubrick, che su maniacalità geometrica e incongruenza architettonica istituì il proprio nucleo narrativo. Le hall deserte, le sagome di Wendy e Danny nel labirinto che Jack esamina dall’alto come pedine su una scacchiera, la sterminata moquette percorsa dal triciclo del bambino: l’intero Overlook Hotel si presenta come un coacervo di motivi infinitamente reiterati e impossibili da memorizzare.

Ma, a differenza dell’opera di Kubrick, dove cardine sono anche la diversità e la vividezza cromatiche degli interni, la simmetria delle backrooms risulta imperniata su un unico colore, il giallo, che avviluppa i perimetri spaziali in modo surreale. Si tratta di una sfumatura peculiare, definita da alcuni critici mono-yellow, dalle tinte marcescenti e scrostate, tipiche delle pareti di depositi dismessi. Un sentore di deperimento esteso sinesteticamente a ogni punto possibile, producendo un effetto simile al seppiato in Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij.

Creepypasta e cooperazione online

Ciò che rende le backrooms tanto accattivanti è anche l’essere parte integrante di un’operazione spontanea, una mitologia collaborativa priva dei tradizionali “centri d’autorità”. A seguito del post originale, comparso il 12 maggio 2019, più communities cominciarono a cooperare per dare vita a una pluralità di realtà parallele a cui accedere attraverso il noclip: un glitch che, nei videogiochi, disattiva il rilevamento delle collisioni, consentendo ai giocatori di attraversare superfici solide.

Con il tempo, sono stati predisposti livelli, norme di sopravvivenza, entità mostruose e mappe in costante espansione, all’interno di un universo narrativo organico e deliberatamente contraddittorio, dove la discontinuità non è un difetto ma una qualità costitutiva.

La risonanza generazionale delle backrooms

Il contributo alla creazione di database come Backrooms Wiki deriva spesso dalla componente più giovane del Web: si tratta, infatti, di un fenomeno popolare specie tra Millennial e Generazione Z e annoverato nelle manifestazioni delle creepypasta (dalla pratica del copypasta, “copia-incolla”, applicata a tematiche horror diffuse su Internet mediante social network o siti dedicati).

Le nuove generazioni, cresciute in ambienti standardizzati, studiati a fini meramente pratici più che per essere valorizzati da attributi personali, hanno trovato nelle backrooms una duplice espressione. Da un lato, la rappresentazione di un’umanità svanita, di un silenzio che trasforma il ronzio di sottofondo delle luci al neon in rumore di primo piano; dall’altro, la nostalgia esistenziale ed esasperata per i colori caldi dei luoghi d’infanzia, da cui il mono-yellow.

Kane Pixels e il found footage-VHS

A inizio 2022, un adolescente californiano iscritto a YouTube come Kane Pixels, pubblicò un video nello stile VHS anni Novanta, in cui un presunto regista, accidentalmente entrato nelle backrooms durante delle riprese, vaga tra stanze desolate e corridoi claustrofobici, inseguito da un essere sconosciuto. In poche ore, il filmato raggiunse milioni di visualizzazioni, alimentando la fama del creatore Kane Parsons e rendendo il contenuto virale.

Nonostante l’estetica vintage, Backrooms di Parsons nacque da un’animazione tridimensionale realizzata in computer grafica, grazie al ricorso ai software Blender e Adobe After Effects. Il richiamo all’immagine di 4chan è lampante: il giallo iper-saturato e l’iniziale inquadratura fuori bolla costruiscono un’atmosfera industriale fatiscente, mentre la grana del nastro e la bassa risoluzione sono scelte estetiche che avvicinano il cortometraggio al realismo documentaristico found footage.

La VHS cattura non la realtà, bensì il suo ricordo, già degradato, approssimativo e inquietante nella sua imprecisione.

Kane Parsons su Backrooms

Da YouTube al grande schermo: la sfida di A24

Nel febbraio 2023, appena un anno dopo l’uscita del video, Parsons annunciò il proprio esordio alla regia con l’adattamento cinematografico di Backrooms. Si tratta di una produzione congiunta tra A24, Atomic Monster di James Wan (creatore delle saghe horror di Saw e The Conjuring) e 21 Laps di Shawn Levy (produttore esecutivo di Stranger Things), in uscita nelle sale italiane il 27 maggio 2026; nel cast, si contano nomi del calibro di Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett, Lukita Maxwell e Avan Jogia.

Della trama ancora si conoscono pochi dettagli: Clark (Chiwetel Ejiofor) s’imbatte in una strana porta nel seminterrato di uno showroom di arredamento, da cui viene inghiottito nel microcosmo delle backrooms e nella quale Mary Kline (Renate Reinsve), sua terapeuta, dovrà entrare per salvarlo.

Il trailer, rilasciato il 31 marzo, ha rivelato un progetto ambizioso, dal budget stimato tra i 6 e gli 11 milioni di dollari, che consacra Kane Parsons come il più giovane regista nella storia di A24 a soli vent’anni. Le backrooms sono state qui rilette come esito di un “processo mnestico”, ovvero uno spazio originatosi dalla memoria collettiva e deteriorato dalla ripetizione, a cui la società contemporanea appare sempre più assuefatta.

Rimediazione, tra videotape e Hollywood

Adattare Backrooms al grande schermo implica, però, affrontare una contraddizione strutturale propria dell’estetica stessa del fenomeno: i videotape di Kane Pixels abitavano un confine ibrido, tra documentario e fiction, mantenendo la propria credibilità nella sottrazione alle convenzioni narrative. Una cornice che, per propria natura, tende a collassare nel dispositivo cinematografico, dove prevalgono logiche convenzionali, e la cui efficacia dipenderà da un audace atto di rimediazione.

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