Per anni lo slogan più amato del movimento calcistico è stato “il calcio è della gente”. E’ sempre stato lo sport capace di unire generazioni, città e quartieri, un rito della domenica a cui partecipavano milioni di appassionati. Oggi però con gli orari spezzettati delle partite e il rincaro di abbonamenti e biglietti dello stadio, che favoriscono la crescita dei bilanci societari, una domanda torna a farsi spazio: il calcio appartiene ancora ai suoi tifosi?
Il business televisivo
Lo sviluppo della pay-tv ha cambiato drasticamente il modo di vivere il calcio. Infatti anno dopo anno a partire dalla fine degli anni ’90, la televisione a pagamento ha iniziato lentamente a sgretolare il mito della domenica come giornata sacra del calcio italiano. Con l’introduzione del cosiddetto “spezzatino” che distribuisce le dieci partite di campionato su più giorni (dal venerdì al lunedì) si spegne la magia della contemporaneità. Quelle ore della domenica pomeriggio erano momenti collettivi, in cui tutti con la propria sciarpa e la propria maglietta, soffrivano e gioivano nello stesso identico istante. Questo metodo col tempo ha creato dunque un bisogno quotidiano di calcio in televisione, che è stato poi soddisfatto proprio dall’offerta della pay per view.
Lo “spezzatino”
Per lo spettatore occasionale lo “spezzatino” offre un palinsesto ricco ogni giorno di grandi partite da seguire. Ma per chi vuole viverla davvero allo stadio, la situazione cambia completamente. Orari scomodi e partite fissate quando si lavora o si studia rendono quasi impossibile raggiungere lo stadio. Negli anni il tifo più caldo ha manifestato il proprio dissenso attraverso striscioni e cori contro un sistema che sta spegnendo la voce e la passione del vero “dodicesimo uomo” in campo.
A nessuna industria televisiva sembra che interessi dei tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero.
John King
Curve sotto pressione
Le curve, cuore pulsante di passione e identità, negli ultimi anni sono finite nel mirino di misure restrittive. Divieti, sanzioni, trasferte bloccate e controlli sempre più invasivi creano disagi a chi, spende tempo e soprattutto denaro per sostenere e difendere la propria bandiera. Questi blocchi vengono imposti per avere maggior sicurezza, ma allo stesso tempo vanno a creare un clima così silente che trasforma lo stadio in un teatro.
Il lusso di andare allo stadio
È un ossimoro associare la parola lusso a stadio (o forse fino a qualche decennio fa). Con l’aumento continuo del costo dei biglietti e degli abbonamenti andare allo stadio diventa sempre più complicato. Tifosi che considerano lo stadio una seconda casa sono spesso costretti a rinunciare perché il portafoglio non rientra con questo business. Il calcio popolare è ormai un lontano ricordo: i bei tempi dove con pochi euro si poteva occupare un posticino di curva e si assaporava quel clima pulito di passione.
Secondo quanto riporta calcio e finanza, l’Inter ha implementato un progressivo rialzo delle tariffe abbonamento, culminato nel 2025/26 con aumenti che in alcuni casi sfiorano o superano il raddoppio rispetto al 2019/20. La “Poltroncina arancio” è la categoria che ha visto il maggior incremento: da 850 euro nel 2019/20 a 1.850 euro nel 2025/26. I prezzi più alti li ha la Juventus: servono almeno 529 euro per seguire la squadra in campionato. Quindi il costo medio minimo per procurarsi un abbonamento se si è tifosi di una squadra di Serie A ammonta a 274 euro, mentre quello massimo tocca quota 1706 euro.

Stipendi da capogiro: la scomparsa dei calciatori “bandiera”
Come si nota anche con gli stipendi esorbitanti dei calciatori, il sistema calcistico si è trasformato in una vera e propria industria. Un’azienda capace di generare profitti enormi e allo stesso tempo di creare profonde disparità economiche. I salari degli atleti non dipendono più soltanto dal rendimento sportivo, ma anche dalla capacità di questi di generare interesse mediatico. Vendite di magliette, visibilità per sponsor e club e affluenza allo stadio. Molti di questi si lasciano influenzare dal denaro e scelgono di giocare per il club che offre uno stipendio da capogiro, disinteressandosi totalmente delle ambizioni di campo. Gli appassionati più nostalgici rimpiangono i tempi in cui ogni squadra aveva in rosa un calciatore simbolo, una “bandiera” che indossava per tutta la carriera la stessa casacca.
Un tetto al business per salvare la passione
Di fronte a questo sistema è necessario presto introdurre un tetto ai prezzi. Un tetto al costo di biglietti e abbonamenti permetterebbe alle persone di varcare senza problemi i cancelli dello stadio. Allo stesso modo, un limite alle spese del faraonico calciomercato favorirebbe maggiore equilibrio tra top club e squadre minori, restituendo più competitività al campionato e mantenendo vivo l’interesse e i sogni dei tifosi di ogni squadra.
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