Mediterraneo è, per molti, IL film. Uscito nel 1991, vinse l’Oscar – per alcuni critici ritenuto eccessivo – al miglior film in lingua straniera nel 1992. Liberamente ispirata al romanzo Sagapò di Renzo Biasion, la pellicola è diretta dal regista italiano Gabriele Salvatores, accompagnato – come sempre – nella direzione della fotografia dal collega Italo Petriccione. Ma si tratta solo di uno splendido film o in esso è possibile analizzare un irrequieto e, più comune di quanto si pensi, stato d’animo?
L’articolo nasce dall’idea di tracciare un filo critico fra il lavoro più recente di Gabriele Salvatores, “Il ritorno di Casanova” (2023), e due volumi di letteratura sul cinema, ossia “Kubrick e il cinema come arte del visibile” di Sandro Bernardi e “La galassia Lumière” di Francesco Casetti. A ben vedere, infatti, il film sembra risentire, più o meno consapevolmente, degli echi visivi e tematici riconducibili a Kubrick e Fellini da una parte, e riflettere in maniera autoriflessiva sul destino del cinema stesso dall’altra.
In quest’ultimo periodo si può dire che il rapporto padre-figlio sia uno dei tratti più ricorrenti nella programmazione delle nostre sale cinematografiche.
Si è tenuto ieri, in IULM, l’incontro inaugurale del corso in Storia del cinema italiano del Prof. Gianni Canova, con un ospite d’eccezione: il regista italiano premio Oscar Gabriele Salvatores. All’incontro era presente anche il professor Antonio Scurati.
