Martin Parr: ironia del quotidiano dal bianco e nero al colore

Martin Parr (1952-2025) è stato un fotografo e fotoreporter britannico. È tra i più noti fotografi della sua generazione ed è conosciuto per una fotografia sociale a colori politicamente scorretta. In occasione della mostra: Martin Parr. Ironia & Amore: istruzioni per una vita felice, situata nello spazio Varesina 204 (Milano) dal 15 ottobre 2026 al 28 febbraio 2027, ripercorriamo la sua carriera attraverso le sue opere più note.

Early Works: The Non Conformists, Bad Weather e A Fair Day

Per ripercorrere gli esordi di Parr facciamo riferimento ad Early Works, una raccolta, pubblicata nel 2019, di tutte le sue prime opere in bianco e nero. Le fotografie, scattate tra il 1970 e il 1984, sono tratte dalle sue serie The Non Conformists, Bad Weather e A Fair Day: i suoi primi tre grandi lavori.

The Non Conformists

The Non Conformists, realizzato tra il 1975 e il 1979, è il primo importante lavoro del fotografo, realizzato in collaborazione con la moglie Susie. Parr, da poco trasferitosi da Manchester ad una città industriale chiamata Hebden Bridge, decide di documentare la vita tradizionale della cittadina. Come scrive lui stesso: i luoghi cambiano continuamente e con essi anche le persone che li abitano. Non mi interessavano tanto i nuovi arrivati, quanto lo stile di vita tradizionale del luogo.

Poiché lui stesso era uno dei nuovi arrivati, Parr inizia a partecipare agli eventi pubblicizzati sul giornale locale e, la domenica, ad andare alle funzioni nelle chiese non conformiste sparse per tutta la città. E proprio in queste chiese, che storicamente si erano distanziate dalle regole della Chiesa d’Inghilterra, Parr trova il fulcro della sua opera.

Questi non conformisti possiedono un certo spirito di indipendenza, che non solo ha dato il nome alle cappelle, ma era anche molto emblematico dell’atteggiamento in declino dell’intero luogo.

Già in queste prime fotografie emerge il talento di Parr come fotografo documentarista. Riesce a cogliere le peculiarità di questi luoghi, anticipando già il senso dell’umorismo che lo renderà noto. Tuttavia, a differenza dei suoi successivi lavori a colori, Parr risulta più affettuoso con i suoi soggetti e meno sarcastico. Ciò è dovuto alla mancanza di colore, come afferma lui stesso:

Il bianco e nero è certamente più nostalgico, per sua natura. Le mie opere in bianco e nero sono più una celebrazione, mentre quelle a colori sono diventate più una critica alla società.

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Bad Weather

Bad Weather, pubblicato per la prima volta nel 1982, è il primo libro di Martin Parr e raccoglie fotografie scattate sotto la pioggia e la neve. Il fotografo, dotato di una macchina impermeabile, immortala il modo in cui i britannici affrontano il maltempo senza rinunciare alle proprie abitudini.

Per fotografare sotto la pioggia, Parr lascia la Leica con obiettivo 35 mm e adotta un’attrezzatura con flash, che mette in risalto gocce e fiocchi e che da lì in poi accompagnerà tutta la sua carriera. Il maltempo diventa quindi un pretesto per raccontare il carattere di una nazione utilizzando lo stesso umorismo che già era presente in The Non-Conformists.

Più il tempo è brutto, più sono felice.

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A Fair Day

A Fair Day è l’ultimo grande progetto in bianco e nero di Parr. Dopo essersi trasferito nell’ovest dell’Irlanda, tra il 1981 e il 1983 il fotografo ritrae le fair days, i giorni in cui le comunità rurali si riuniscono per commerciare, divertirsi e celebrare riti religiosi. Parr immortala mercati del bestiame, corse di cavalli, suonatori e sale da ballo, ma anche bungalow appena costruiti e Morris Minor abbandonate nei campi.

In queste fotografie ritroviamo l’umorismo asciutto tipico di Parr, che nasce proprio dal contrasto tra la tradizione e la modernità. In questo modo il fotografo ritrae una società in continua evoluzione, sospesa tra rituali tradizionali e una modernizzazione in espansione.

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The Last Resort

The Last Resort, realizzata tra il 1983 e il 1985, è probabilmente l’opera più nota di Parr, ha cambiato il modo di fare fotografia documentaria in Gran Bretagna e lo ha imposto come uno dei fotografi più influenti del suo Paese. La serie ritrae la classe operaia nella località balneare di New Brighton (vicino Liverpool), una città in forte declino, in un’Inghilterra segnata dalla crisi economica e dal governo di Margaret Thatcher.

Questo ovviamente si riflette nelle fotografie. La spiaggia che fotografa non ha sabbia, ma è fatta di cemento, sopra il quale i bagnanti stendono gli asciugamani come possono. Il lungomare è una distesa di cemento piena di rifiuti. Nelle sale giochi i divertimenti costano poco e i vestiti dai colori sgargianti sembrano fuori posto in un luogo ormai trascurato. E la piscina all’aperto, che sarebbe stata chiusa poco dopo, ci viene mostrata negli ultimi anni di vita. Ovunque si guardi, le persone continuano a cercare svago in un posto che sta andando in rovina. Parr però fotografa queste scene con colori molto vivaci e il flash acceso anche di giorno, due scelte che le rendono luminose e quasi allegre, e proprio per questo il degrado salta all’occhio ancora di più.

È proprio nella scelta del colore che troviamo uno degli elementi più innovativi della serie. All’epoca il colore si usava per la pubblicità e per le foto di famiglia, non per raccontare la società in modo serio, ma Parr, ispirandosi a due fotografi americani, Stephen Shore e William Eggleston, sceglie di usarlo con intenzioni diverse, mostrando che il colore può raccontare la realtà con serietà.

Le critiche

Quando la serie esce, nel 1986, divide critica e pubblico. Liz Wells, studiosa di fotografia, racconta di esserne rimasta a disagio. Nelle foto vede poca empatia, un atteggiamento condiscendente, qualcosa di sgradevole e poco gentile. Robert Morris, che recensisce il libro sul British Journal of Photography, lo definisce grottesco, spietato e feroce. Tuttavia, mentre la critica attacca ferocemente il lavoro di Parr, c’è anche chi lo difende. Fay Godwin, nota fotografa, la considera una delle serie di immagini più potenti emerse nel paese negli ultimi anni e definisce le immagini “meravigliosamente ironiche, ma non prive di inquietudine”.

Perché la fotografia dovrebbe essere gentile?

Fay Godwin

Anche Parr indirizza la lettura. In un’intervista con William Bishop dice di essere sempre meno interessato a descrivere un luogo e più interessato a descrivere i miei sentimenti, ed è proprio per questo che il libro non presenta didascalie. Come dice lui stesso: questo è un indizio per lo spettatore che non si tratta tanto di New Brighton quanto delle mie emozioni riguardo a New Brighton.

Ripensando alle reazioni, ricorda che la gente pensava che un fotografo borghese che ritrae una comunità operaia fosse sfruttamento. Lui però nega che il suo interesse fosse la classe sociale e parla di verità quotidiane che toccano tutti. Difatti la rappresentazione del quotidiano è un elemento che ritroviamo in tutta l’opera di Parr, sia nei lavori precedenti The Last Resort, sia in quelli successivi.

Penso che la quotidianità sia un aspetto delle nostre vite ancora troppo poco esplorato, proprio perché ci è così familiare.

Martin Parr

Con gli anni il giudizio sulla serie è cambiato, e oggi è considerata un punto di riferimento della fotografia a colori britannica e mondiale.

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Signs of the Times

Signs of the Times (1992) nasce dalla televisione, si tratta di una serie della BBC ideata dal regista Nicholas Barker, a cui Parr partecipa come fotografo di scena. Il tema è il gusto domestico: una cinquantina di persone e di coppie, scelte tra duemila intervistati, raccontano le proprie case davanti a una macchina da presa.

Le scelte artistiche di Signs of the Times vanno nella direzione opposta alla vivacità di The Last Resort. In queste foto contano la fissità e il controllo. Come descrive David Batchelor, che recensì la serie su Frieze nell’aprile 1992, le fotografie seguono la forma dei programmi televisivi. Sono un alternarsi di inquadrature larghe in cui le persone, in posa, stanno accanto ai loro mobili e alle loro decorazioni, e di dettagli di singoli oggetti e ornamenti. In questo modo la casa conta quanto chi la abita. Altrettanto decisive sono le didascalie, che, come in The Last Resort, sono fondamentali per la narrazione. Infatti nessun narratore spiega ciò che vediamo, i titoli sono frasi dette dai protagonisti stessi, come continuiamo a comprare cose pensando che staranno meglio, e invece no oppure volevamo un’atmosfera da casa padronale di campagna. Parr toglie così voce all’autore e la dà ai soggetti. In questo modo le immagini mostrano il gusto senza commentarlo, e proprio per questo restano ambigue, in bilico tra osservazione sociale e commedia.

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Bored Couples

Bored Couples (1993) è un esperimento sul rapporto tra immagine e titolo. Parr mette insieme coppie fotografate in anni e paesi diversi. Passa dal fast food di un safari park inglese all’inizio degli anni Novanta a un traghetto tra Helsinki e Stoccolma, dalle spiagge di Tenerife e Maiorca fino a New Brighton. Quello che le unisce è il titolo, che attribuisce loro una noia che nessuno ha dichiarato. Lo spiega lo stesso Parr: le fotografie nascono per mettere alla prova la veridicità della didascalia, perché non sappiamo se queste persone siano davvero annoiate, non sappiamo cosa è autentico.

Per rendere il tutto più evidente nella serie c’è anche un suo ritratto con la compagna, che sembra annoiata, ma che, come racconta, era in realtà entusiasta di far parte del progetto. La serie rappresenta ciò che Parr descrive come il suo metodo: creare finzione a partire dalla realtà.

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Small World

Small World è una raccolta di fotografie, realizzata tra il 1987 e il 1994 in diverse parti del mondo, in cui il soggetto principale è il turismo di massa, quello che Parr definiva l’industria più grande del pianeta. In questa serie il fotografo osserva che i turisti fanno ovunque le stesse cose, si mettono in fila, prendono il sole, spendono soldi in souvenir.

Oltre alla somiglianza delle azioni Parr osserva la differenza che si ha tra l’aspettativa e la realtà. Quando arriviamo davanti a un luogo famoso (la torre di Pisa, Venezia o Machu Picchu) non c’è il monumento ideale delle cartoline, ma una folla di persone con le macchine fotografiche alzate, in mezzo a bancarelle e transenne per le code. Tutti segni di un sistema costruito per gestire flussi di persone. Su questa base Parr, usando colori saturi e scattando nel momento giusto, trasforma diversi luoghi famosi in luoghi quasi identici tra loro.

Come in The Last Resort, è evidente che l’allegria dei colori e delle scene comiche nasconde un giudizio critico. Il turismo può essere visto come forma moderna di imperialismo e di americanizzazione del mondo. Ovviamente Parr non vuole fare un commento estremo sul settore, poiché consapevole dell’importanza economica che ha, ma sicuramente ne mostra gli aspetti negativi.

Il turismo è l’industria più grande del mondo; solo il petrolio si avvicina, e gran parte di quest’ultimo viene comunque utilizzato nel settore turistico. Questa raccolta di immagini mostra il turista (cioè io e te) mentre fa quello che facciamo quando arriviamo in spiaggia o in un’altra meta turistica di massa. Facciamo la fila, prendiamo il sole e spendiamo soldi in souvenir spesso piuttosto inutili.

Martin Parr

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Common Sense

Common Sense (1995-99) è il capitolo più estremo della ricerca di Parr sul consumo. Dopo la spiaggia, le case e il turismo, la sua macchina fotografica si avvicina fino a isolare un solo dettaglio. Utilizza un obiettivo macro, flash anulare e pellicola ultra-saturata, che rendono i colori vividi e quasi irreali. Il risultato è un’immagine che a prima vista appare allegra, mentre l’estrema vicinanza, la nitidezza e la luce forte ne rivelano l’artificialità e producono un senso di intrusione e di disagio.

Nel 1999 la serie fu esposta come una griglia di 350 fotocopie a colori, mostrata in contemporanea in decine di sedi nel mondo. Il libro uscito lo stesso anno presenta immagini a tutta pagina, con solo il testo del titolo, l’autore e l’editore. In questo modo Parr costruisce una sorta di abbuffata visiva, un’overdose di immagini che imita quella del consumo che racconta. Per Susan van Wyk (curatrice di fotografia al National Gallery of Victoria di Melbourne nel 2006) quando guardiamo queste foto ridiamo ma restiamo a disagio, perché riconosciamo qualcosa di familiare e notiamo la differenza tra il fascino che questi oggetti promettono e la realtà delle foto. Come diceva lo stesso Parr:

Faccio fotografie serie travestite da intrattenimento.

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Autoportrait

Dopo anni passati a fotografare gli altri, Parr fa il contrario: si fa fotografare. Dal 1996, ogni volta che viaggia per lavoro si ferma da un fotografo di studio del posto, da un fotografo di strada o in una cabina per fototessere, e si fa scattare un ritratto. Le immagini, raccolte nel libro Autoportrait (2000), sono messe in ordine di tempo, rendendo visibile l’invecchiamento da un paese all’altro.

In questo modo Parr lascia decidere posa, sfondo e ritocchi a chi lo fotografa. Il risultato sono foto molto differenti tra di loro, generalmente kitsch e in un certo senso simili a quelle che lui stesso ha fotografato nelle serie sul turismo, con la sola differenza che ora il soggetto è lui.

Così Parr si mette nella stessa posizione dei suoi soggetti. Si lascia guardare, interpretare e anche prendere in giro da qualcuno che non conosce. Concludiamo così il nostro percorso, con un’opera in cui Parr rivolge verso di sè l’ironia che ha sempre usato nei confronti degli altri.

Mi piace l’umorismo…
Il mondo è divertente,
ammettiamolo,
e le persone sono divertenti.

Martin Parr

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Immagine di copertina: Gemini generated

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