La ragazza con la Leica a Venezia, Alina Marazzi: «Continuiamo a raccontare storie di donne come fonte d’ispirazione.»

Durante la prima giornata della Mostra del Cinema di Venezia 2026, i nostri inviati hanno partecipato alla conferenza stampa del nuovo film di Alina Marazzi, intitolato “La ragazza con la Leica“. Tra i presenti, i produttori, la sceneggiatrice, il cast e la regista.

Ecco tutte le domande della stampa.

La trama

La ragazza con la Leica è il primo film della regista Alina Marazzi dopo dieci anni dal documentario Anna Piaggi – Una visionaria della moda, uscito nel 2016. Film di apertura nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia, racconta la storia di Gerda Taro, fotografa tedesca considerata una delle fotoreporter più importanti degli anni ’30 insieme a Robert Capa, compagno sia nella vita privata che professionale. Alina Marazzi si concentra sulla biografia di Gerda Taro, ricostruendo il suo impegno politico, gli anni d’esilio a Parigi, il rapporto con Capa, l’amore per la fotografia e il desiderio di utilizzare la sua Leica come strumento di lotta e libertà.

La ragazza con la Leica © 2026 Vivo film, Komplizen Film, ZDF_ARTE, Eolo film Productions – WOLF Consultants

La presentazione a Venezia

La conferenza si è aperta subito con la seguente domanda, rivolta ai due attori protagonisti.

Quanto avete sentito la responsabilità di interpretare questi due personaggi giganteschi della storia della fotografia? In particolare la protagonista quanto sente di riuscire a far conoscere meglio un personaggio spesso un po’ all’ombra del suo compagno?

Emilia Schüle, interprete della protagonista Gerda Taro: “Mi sento molto onorata di aver contribuito a un progetto che in qualche modo rende giustizia a Gerda Taro, la quale non ha avuto il riconoscimento ai suoi tempi, ma neanche dopo. È il momento di rendere giustizia rispetto al suo contributo come artista, ma anche come donna. 

Nel film è eroica e il messaggio che ancora oggi è in grado di trasmetterci è quello dell’importanza di non distogliere mai lo sguardo rispetto alla realtà che ci circonda, a quello che può vivere un paese, ai conflitti, alle guerre. Ci ricorda l’importanza di essere testimoni, continuare a tenere gli occhi aperti e reagire di conseguenza. Trovo che sia davvero ora di tributarle il riconoscimento che si merita anche come artista. Robert Capa non sarebbe esistito senza Gerda Taro. È stata lei, in qualche modo, a crearlo e ad aprirgli la strada per diventare un grande artista”

Aaron Altaras, interprete di Robert Capa: “Avevamo la responsabilità non solo di interpretare personaggi importanti, realmente esistiti, ma anche e soprattutto dei giovani. Giovani che avevano una vita molto diversa rispetto ai giovani di oggi, coraggiosi, tesi. Ma, nonostante ciò, erano come tutti i giovani: volevano andare a ballare, bere, amare, stare in compagnia. L’attivismo non li privava di uno stile di vita tipico di tutti gli adolescenti di allora. Il film mi ha permesso di conoscere meglio Robert Capa, un personaggio che non ho mai incontrato in vita mia, ma a cui sarei felice di assomigliare anche solo un po’. Era una personalità estremamente fermentata. Da un lato un grande coraggio, una grande motivazione e passione, e al tempo stesso un tentativo di vivere serenamente la vita e l’amore.”

Poche donne nel cinema?

Successivamente, dalla platea viene formulata una domanda riguardante la scarsa presenza di donne nell’industria cinematografica, un tema emerso in diverse conferenze stampa. Qualche ora prima Maggie Gyllenhaal, presidente di Giuria, aveva risposto a una domanda simile davanti alla stampa affermando che il problema fosse sistemico. Gyllenhaal sostiene che le donne ricevano meno finanziamenti, forse perché le storie che decidono di raccontare non vengono considerate arte. Alla fine alza un quesito interessante: chi decide realmente cosa ha valore?

Alina Marazzi: “Le donne in questo campo, come anche in tanti altri campi, hanno sempre saputo fare un buon viso a cattivo gioco. Molti film di donne sono film senza macchina da presa. Vorrei salutare a questo proposito Ilaria Fraioli, che è la montatrice del film, qui presente. Certamente, per una donna, una giovane ragazza che si vuole avvicinare al cinema, immaginarsi in un ruolo forse è più difficile che per un ragazzo, perché tradizionalmente sono state meno visibili le registe donne, anche se ora cominciano a essere sempre di più. 

Io ho avuto la fortuna di lavorare con una produzione italiana, co-prodotta anche con la Germania. Nel nostro team di lavoro l’80% dei collaboratori erano collaboratrici, quindi ci sono tantissime donne che lavorano in diversi ruoli, hanno diverse capacità e sono delle bravissime professioniste sia in ruoli creativi che in ruoli tecnici. Quindi iniziamo a essere più presenti, magari senza mostrarlo più di tanto. 

È però vero che l’accesso a fare un film è molto complesso. Noi abbiamo impiegato praticamente 8 anni a realizzare questo film non solo per questioni creative o produttive. Ci vuole tanto tempo (per fare un film), e nel corso di questo tempo sono tanti i momenti di disillusione. Magari non si riceve un finanziamento, bisogna rifare la domanda e quant’altro. Dunque bisogna avere una forte determinazione e spesso i finanziamenti dati alle registe donne sono inferiori – ma in termini proprio di moneta – magari con un budget equivalente a quello di un regista uomo. È vero che c’è una maggiore difficoltà di accesso e c’è anche proprio una questione di potersi immaginare (nei panni di regista). […] Quindi continuiamo con la nostra strada, con la nostra missione di raccontare storie di donne che possono essere fonte d’ispirazione.”

Gli aspetti tecnici del film

Questo film è un racconto del passato per riflettere sul presente, è una sfida. Come ha lavorato su questa dicotomia passato-presente? Ci sono anche visivamente delle incursioni. E poi la seconda domanda riguarda il valore contemporaneo dell’immagine: si sta svuotando?

Alina Marazzi: “Intanto nel raccontare la storia di Gerda e del suo gruppo di amici abbiamo sentito una risonanza con il presente. Già questo ci sembrava un elemento che poteva far traghettare quella storia nel presente. È un film in costume, però l’idea era di avere una regia agile, contemporanea, in movimento, cioè una macchina a mano. Naturalmente abbiamo guardato molti dei materiali che poi sono stati montati all’interno del film, filmati da archivio in bianco e nero, così come le foto di Gerda e di Capa, però non c’era questa esigenza di far assomigliare la nostra messa in scena agli anni ’30, anzi.

C’è una certa modernità, un elemento che è emerso anche nel lavoro con gli attori. I nostri protagonisti sono dei giovani interpreti che portano sullo schermo e nello spazio dell’inquadratura il loro corpo, il loro modo di muoversi, la loro gestualità, una gestualità moderna anche per quanto riguarda il linguaggio. Abbiamo eliminato tutti i termini che potevano essere ipercontemporanei, ma non abbiamo voluto scrivere le battute del film replicando un film degli anni ’30. Per noi Aaron è Capa, Emilia è Gerda e Lucas è veramente come Georg. Qualcosa di loro comunque c’è anche nel personaggio e anche loro hanno portato una parte di sé nella recitazione. Dunque abbiamo voluto restituire una certa contemporaneità nella regia. 

All’epoca l’impatto che potevano avere le fotografie scattate dai nostri protagonisti – che è stata proprio l’epoca d’oro del fotogiornalismo – era diverso da oggi. Tuttavia io penso che oggi l’immagine fotografica, l’immagine documentaria, abbia ancora una sua potenza. Il nostro sguardo deve essere molto più vigile per capire che cosa stiamo guardando, però abbiamo questi strumenti oggi. Secondo me è una questione anche di visione del mondo. Un’immagine restituisce la visione del mondo e noi come spettatori, come lettori, come gente che ama la fotografia, siamo in grado di capire se lì, dietro quell’immagine, c’è lo sguardo di un autore, di un’autrice, qualcuno che ha una visione del mondo che ci vuole restituire.”

Successivamente si è passato a domande tecniche sulla fotografia, il montaggio e la lingua.

Alina Marazzi: “La fotografia è firmata da un grande autore della fotografia che è Manuel Claro. Il film è stato girato in pellicola in 16mm, ci sono anche degli inserti di sequenze girate in Super 8 che sono state girate in maniera un po’ più estemporanea. La produzione non ha, diciamo, temuto di girare un film in pellicola. Recentemente anche Città di Pianura è stato girato in pellicola. Il fatto di girare in pellicola secondo me ha imposto sul set una certa atmosfera, un certo rispetto – non voglio dire sacrale – però c’è quest’idea che col digitale puoi girare all’infinito, mentre con la pellicola invece no. Da un certo punto di vista è utile non poter rivedere immediatamente il girato.

Girando con una cinepresa 16 mm, molto piccola, è stato possibile girare a mano e dare maggiore spazio ai movimenti, alle azioni degli attori, dare libertà a loro. Alla fine è molto il corpo dell’attore che fa il cinema. Loro sono la priorità e in questo senso c’è stato un lavoro di grande sinergia sul set.

Per quanto riguarda il montaggio, con Ilaria abbiamo realizzato diversi film. Abbiamo un nostro percorso, una nostra storia, c’è una sintonia, c’è un’idea di cinema, c’è una possibilità di sperimentazione che ci viene naturale. E così possiamo giocare con questa cosa. Questo è un film più complesso perché ci sono inserti di archivio (anche se non sono tantissimi) e c’è stata proprio questa idea di cercare di fare uno specchiamento, di restituire il contesto, parigino o delle città della Germania attraverso questi filmati che noi abbiamo ricercato e visto prima delle riprese.

Per quanto riguarda la lingua, io mi sono iscritta a un corso di tedesco. Tra di noi abbiamo parlato in inglese, il copione è stato scritto in italiano, tradotto in tedesco, e sul set abbiamo avuto dei collaboratori bilingue. Tutti loro parlano almeno due o tre lingue perché, venendo dal centro dell’Europa, le loro origini sono attraversate anche da altre culture. Questo per me era anche interessante in relazione ai personaggi che loro hanno interpretato, perché ognuno di loro si porta dietro anche un retaggio, la storia di altre culture e quindi si è deciso di recitare in tedesco. Naturalmente non è stato così semplice, perché è una lingua molto complessa, sofisticata e nel momento in cui giustamente gli attori sentivano di modificare una battuta serviva il tempo necessario per assimilare questo cambiamento e il controllo sulle battute era anche molto delegato ai nostri attori.”

Come accennato, la produzione è durata ben otto anni. Nel dettaglio, quanto hanno contribuito gli italiani? A me sembra che il film sia una prova di stile particolarmente riuscita nel miscelare il registro documentario e una linea narrativa filmica pura. Quanto è stato difficile trovare la quadra di questo linguaggio?

Alina Marazzi: “Io lessi il romanzo nel 2018 [ndr. si riferisce al romanzo omonimo di Helena Janeczek, da cui è nato il film] quando uscì. Il romanzo stesso fa già una sorta di montaggio tra narrazione e documento. C’è l’intreccio di diversi piani temporali, qualcosa che anche nel cambio di punto di vista del racconto (perché nel film il punto di vista è quello di Gerda mentre nel romanzo sono tre altri personaggi che raccontano Gerda in sua assenza) riesce a mantiene la struttura a intreccio con questa presenza, un po’ fantasmatica, di una Gerda che ritorna. Le sue tracce vengono ritrovate e ci racconta la sua vita, le sue domande, i suoi dubbi, paure, capacità, ma anche la sua determinazione. Quindi il film in scrittura è già così composto.

Al montaggio abbiamo raffinato questo equilibrio, un risultato a cui si arriva gradualmente avendo il film un 90% di finzione e un 10% di non finzione. L’equilibrio si trova appunto proprio nell’ultima fase, quella del montaggio.”

Immagine in evidenza di Aurora Turani.

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