Festival “Custodi di Sogni”: intervista a Steve della Casa

Dal 9 al 15 marzo 2026, Roma si è confermata ancora una volta capitale della memoria cinematografica: a seguito del successo della sua prima edizione, infatti, la città è stata animata dall’atteso ritorno del Festival Custodi di Sogni: i tesori della Cineteca Nazionale, promosso dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Grazie a una vasta selezione di lavori, oltre cento titoli tra pellicole restaurate e capolavori d’archivio proiettati in numerose sale chiave (dal CSC al Cinema Farnese Arthouse, all’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, a Spazio Scena o al Museo nazionale delle arti del XXI secolo), Custodi di Sogni è stato un’occasione di incontri e retrospettive sul patrimonio audiovisivo italiano e internazionale, un “atto culturale vivo” capace di costruire un dialogo significativo tra passato e presente del cinema.

La serata inaugurale, avvenuta presso il Cinema Farnese, ha visto l’intervento di nomi di spicco quali Alberto Barbera (il neo-confermato Direttore della Biennale Cinema di Venezia) e Caterina Caselli.

Grafica ufficiale del Festival “Custodi di Sogni: i tesori della Cineteca Nazionale”; da Fondazione CSC

Tutela d’archivio e diffusione culturale

Custodi di Sogni, frutto della collaborazione tra la Presidente del CSC Gabriella Buontempo e il Conservatore della Cineteca Nazionale Steve della Casa, è stato progressivamente ampliato a una vera e propria rete di interscambio culturale tra università e cineteche, specie italo-francesi, di frequente mediante il coinvolgimento di studiosi e archivisti in un denso cammino di riscoperta cinematografica dal secolo scorso (toccando, tuttavia, anche i primi anni Duemila).

Presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, infatti, è allocata la Cineteca Nazionale, dove è tutt’oggi preservato un ricco patrimonio cinematografico, composto da copie di film di produzione o co-produzione italiana, ma anche da cortometraggi, cinegiornali e innumerevoli opere audiovisive digitali (a cui si affianca, poi, un archivio di oltre un milione e mezzo di fotografie e 50 mila oggetti di corredo pubblicitario, tra locandine e manifesti). Accanto alle attività di custodia e restauro, però, la Cineteca Nazionale è protagonista anche della diffusione di un vasto catalogo di materiali, a libera disposizione di chiunque desideri mostrarli in manifestazioni prive di finalità commerciali.

“Custodi di Sogni” è un festival che vuole mostrare quanti tesori, quanta memoria, quanto cinema è conservato e preservato negli archivi della Cineteca Nazionale. Curiosità, film rari, incontri, accostamenti, percorsi: un tuffo nella storia del cinema, uno sguardo nell’arte che racconta la storia del nostro Paese.

Steve della Casa sul Festival “Custodi di Sogni”

Dialogo tra istituzioni

In tale contesto, come ha più volte ricordato il Ministero della Cultura, la presenza e l’adesione all’iniziativa dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi ha assunto un ruolo di notevole rilievo: si tratta, non a caso, di uno tra i maggiori punti di tutela e valorizzazione del patrimonio audiovisivo, uno spazio di immancabile dialogo tra pubblico e ricerca accademica. Proprio all’interno dell’Auditorium dello storico Palazzo Mattei di Giove, tra il 9 e l’11 marzo 2026, si è tenuto il convegno internazionale Cent’anni dopo. (Ri)vedere i luoghi e i paesaggi del primo cinema italiano, una riflessione sul rapporto di territorio e memoria visiva a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

Il Festival “Custodi di Sogni” è la declinazione pubblica della natura del Centro Sperimentale di Cinematografia, comprendente la Scuola Nazionale di Cinema e la Cineteca Nazionale. In particolare, Custodi di Sogni è nato per mostrare al pubblico, specialmente agli studenti di cinema, le mille gemme preziose che sono contenute all’interno della Cineteca e realizzare la funzione, assegnata dalla legge al CSC, di coordinamento dell’attività cinetecaria sul piano nazionale. Le proiezioni, i convegni, i film restaurati, le riscoperte: un programma che stimola la fantasia degli appassionati di cinema, oltre che importante strumento per chi al cinema stesso si avvicina come studioso o, più semplicemente, come studente. Un programma al contempo ambizioso e divertente, aperto a tutti, pensato per valorizzare la grande storia del cinema italiano.

Gabriella Buontempo sugli obiettivi del Festival

Elvira Notari e Claudia Cardinale, due icone al Festival

Tra le decine di iniziative in programma, in primo piano si è distinto il tributo a due figure femminili che, seppur in momenti storici tra loro distanti, hanno influenzato radicalmente la cinematografia italiana: la pioniera proto-femminista del cinema muto Elvira Notari e l’amatissima diva Claudia Cardinale, in un gesto di “restituzione” rispettivamente filologica e biografica.

L’omaggio a Elvira Notari, eclettica e prolifica professionista del periodo muto, si è inserito nel più recente tentativo di ricostruzione della sua carriera, a lungo negletta (a lei Valerio Ciriaci ha dedicato l’acclamato documentario Elvira Notari: Oltre il Silenzio). Sabato 14 marzo, infatti, alla presentazione di un nuovo cofanetto Blu-Ray DVD contenente la lista completa dei film superstiti restaurati (tra cui il frammento da poco ritrovato di Carmela, la sartina di Montesanto del 1916) e un opuscolo di circa 80 pagine con commenti di molteplici studiose, la Cineteca Nazionale ha accompagnato la proiezione di ‘A Santanotte (1922).

A Claudia Cardinale, invece, domenica 15 marzo è stata riservata una retrospettiva presso il Cinema Farnese: tre film incentrati non tanto sulla sua fama internazionale, quanto sul ruolo di Tunisi, città natale e terra di frontiera tra culture mediterranee, nel passaggio verso il successo. Il trittico, moderato dal Vicepreside del CSC Flavio De Bernardinis, è stato aperto dal documentario Claudia Cardinale. La plus belle italienne de Tunis (1994) di Mahmoud Ben Mahmoud, creato su iniziativa dell’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi al fine di approfondire l’infanzia e la formazione dell’attrice prima dell’ingresso nel cinema italiano, seguito poi dal vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino Les Anneaux d’or (1958) di René Vautier e da Goha (1958) di Jacques Baratier, insignito del Premio della Giuria a Cannes.

CSC e il cinema post-coloniale

In merito al ruolo del cinema africano nella storia audiovisiva italiana, il 13 marzo si è svolta la proiezione di due cortometraggi di diploma realizzati da ex allievi africani della Scuola Nazionale di Cinema. La conferenza, condotta da Maria Coletti con il contributo di Luca Peretti, Roberto Silvestri e Micaela Veronesi, ha visto anche il lancio del numero monografico della rivista Cinema e storia, dedicato al cinema italiano post-coloniale.

Sebbene il Centro Sperimentale di Cinematografia abbia ospitato, nel corso del tempo, alcuni studenti di provenienza africana, il contributo della loro cultura all’interno della Scuola di Cinema è rimasto parzialmente inesplorato. Per questo motivo, Custodi di Sogni ha optato per colmare questa lacuna, attribuendo al tema un’intera giornata di programmazione ed evidenziando due particolari casi-studio, lontani diciassette anni l’uno dall’altro: da un lato, il senegalese Ababacar Samb Makharam, tra i capostipiti delle cinematografie africane subsahariane e diplomatosi presso il CSC con il cortometraggio L’ubriaco (1961); dall’altro, l’eritreo Johannes Yemane, regista del documentario A testimonianza di una condizione: 2000 eritrei a Roma (1977).  

Ricostruire i loro percorsi ha conferito al dibattito un approccio ambedue biografico e istituzionale, leggendo il CSC come uno spazio inevitabilmente attraversato da rapporti di potere e dinamiche di influenza socioculturale, ascrivibili al più ampio contesto della relazione tra Italia e Africa negli anni Sessanta e Settanta (chiave di lettura interessante è, a proposito, l’interscambio con il Neorealismo). Si tratta di una riflessione utile a rileggere il passato in chiave “de-coloniale”, così come a rintracciare nel cinema presente i segni di una “colonialità” ancora attiva.

Steve della Casa nel CSC

Creatore nel 1974 di Movie Club (che concluse la propria attività dieci anni più tardi, divenendo nel frattempo il più importante cineclub italiano dell’epoca), direttore del Torino Film Festival dal 1999 al 2002 e del Roma Fiction Fest, nonché Presidente della Torino Piemonte Film Commission dal 2006, Steve della Casa è anche conduttore radiofonico (dal 2004 presiede il programma quotidiano Hollywood Party di Rai Radio 3) e televisivo. 

Nel 2004, inoltre, fu nominato Consigliere d’amministrazione del Museo Nazionale del Cinema, rimanendo negli anni stretto collaboratore della Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, del Festival di Locarno e di Taormina. Dal 2014, poi, è Direttore Artistico del Busto Arsizio Film Festival

Della Casa è parallelamente autore di numerosi saggi e retrospettive cinematografiche tra Italia ed estero (ha operato, tra gli altri, presso il Centre Pompidou, il Festival di San Sebastián o quello di Rotterdam), cooperando di frequente con il quotidiano La Stampa e riviste come Film TV, Cineforum e SegnoCinema.

Per il Centro Sperimentale di Cinematografia ha pubblicato diversi scritti, collaborando anche alla rivista Bianco e Nero. Dal 2024, infine, su proposta del Presidente Sergio Castellitto, ricopre l’incarico di Curatore della Cineteca Nazionale.   

Di seguito, è riportata un’intervista esclusiva di Ludovica Pesenti a Steve della Casa sul valore per la cittadinanza di Custodi di Sogni e sul ruolo internazionale della Cineteca Nazionale.

Steve della Casa, Curatore della Cineteca Nazionale; da Fondazione CSC

La Cineteca Nazionale di Steve della Casa

Lavorare con una cineteca implica al contempo essere custodi del passato del nostro cinema e rivolgersi al suo presente. In che modo avete cercato di creare un dialogo tra queste due linee temporali? 

Non significa soltanto “rispolverare” i materiali, facendo sì che essi si preservino, ma anche (come sosteneva in prima persona Henri Langlois, fondatore con Georges Franju della Cinémathèque française nel 1936), mostrarli. Per un cinetecario, queste due dimensioni devono avere lo stesso valore.

Per legge, ogni film italiano viene depositato in copia presso la Cineteca Nazionale: abbiamo, dunque, acquisito l’intero nostro patrimonio cinematografico a partire dal secondo dopoguerra (ma anche materiali precedenti). Ognuna di queste opere necessita di essere curata, mantenuta, restaurata, per poi essere vista. Custodi di Sogni nasce proprio per questo, ovvero aprire quegli archivi della Cineteca Nazionale prima inaccessibili e condividerli con il pubblico.

Parallelamente, però, il nostro intento è anche presentare i restauri nei maggiori Festival italiani: ne avremo due a Bologna, Venezia, Locarno e Cannes. Stiamo lavorando duramente affinché possano circolare quanto più possibile. Il cinema, del resto, rimane un’arte “strabica”, costantemente rivolta sia al passato che al futuro. Ecco che, quindi, non ritengo il cinetecario il custode di un “cimitero”, attento che non si rubino i fiori dalle tombe: desidero che tutto questo sia un’esperienza anzitutto viva. E una conferma, a riguardo, viene proprio dalla grande partecipazione di spettatori al Festival appena conclusosi.

A fronte di quanto detto, quale è oggi il ruolo del Festival in un contesto dove la piattaformizzazione e lo streaming ricoprono un ruolo ormai fondamentale?

Noi interagiamo molto con le piattaforme: tra un anno, inaugureremo il nuovo Cinema Europa di Roma, la cui rilevazione e ristrutturazione sono state finanziate integralmente da Netflix stessa, con cui stiamo collaborando anche per altri progetti. Le piattaforme altro non sono che uno dei metodi più diffusi per fruire dei film: dopo aver restaurato le piccole rispettando la correttezza dei criteri, siamo lieti di diffonderle con chiunque le richieda. Abbiamo ristrutturato e presentato Ecologia del delitto (1971) di Mario Bava a Locarno 78, poco dopo rilasciato in DVD in America e Francia e attualmente in fase di acquisto anche da alcune piattaforme. Quindi, sono assolutamente favorevole all’intervento di queste ultime sul cinema che i francesi definiscono “di patrimonio”, cioè quello su cui noi operiamo.

Custodi di Sogni ha visto una proposta ampissima, tra lungo e cortometraggi. Quali sono stati i criteri di selezione delle pellicole e di creazione del programma?

Custodi di Sogni consiste, appunto, nell’aprire gli archivi della Cineteca Nazionale e selezionare materiali rari o conosciuti ed esibirli: come in una vetrina di un negozio d’abbigliamento, in cui si espongono alcuni abbinamenti possibili tra i capi in vendita. Anche noi cerchiamo di “abbinare” opere recenti e più vecchie, note e meno note, costruendo un discorso che sia coerente.

Trovo interessante il riferimento nel titolo: ritiene che i “sogni” dei film selezionati possano essere rielaborati e riscoperti nel presente, fino a trasformarsi in un nuovo patrimonio culturale e visivo che affondi però le proprie radici nelle tradizioni e nelle memorie del cinema?

Come dicevo prima, il cinema nasce come arte “strabica”, lavora sempre per il futuro guardando al passato. Offriamo, da questo punto di vista, la possibilità di consultare il cinema “che è stato” e quali siano i suoi insegnamenti per coloro che desiderano fare film oggi. In questo si misura la qualità del nostro lavoro. Di un simile rapporto con le opere del passato troviamo un esempio in Quentin Tarantino, ideatore di un cinema totalmente nuovo basato, però, su ciò che già è stato fatto.

Calzante è, in tal senso, uno dei molti titoli da voi scelti: I nostri anni (2000) di Daniele Gaglianone.

Certo! Per la realizzazione de I nostri anni, Gaglianone si rifece all’estetica dei filmati del 1944 nei quali, armato di Super 8, il sacerdote Don Pollarolo riprendeva le bande partigiane sulle montagne del Cuneese. Conosco bene Daniele, avevo presentato proprio questo film alla sua anteprima, quando ero Direttore del Festival di Torino. Si tratta di uno sguardo estremamente interessante: perciò, quando scoprii che il Museo del Cinema avrebbe effettuato un restauro della pellicola, insistetti per includerla all’interno del nostro programma.

Altro momento illuminante è stata la discussione del cinema post-coloniale italiano, una riscoperta della Cineteca focalizzata sul versante internazionale, sul rapporto tra cineasti italiani e africani.

Il Centro Sperimentale di Cinematografia accolse due o tre studenti africani già negli anni Cinquanta, diplomati e poi attivi come registi o montatori. L’incontro da te menzionato ha riunito i massimi esperti italiani del cinema africano (come Luca Peretti e Roberto Silvestri): il mio obiettivo era mostrare lo sviluppo cinematografico dell’Africa “nera”, a cui per molto tempo la produzione di film è rimasta preclusa (concentratasi, invece, perlopiù nell’area tunisina), approfittando della presenza anche di due nostri allievi.

Fondamentali sono, qui, i modelli di riferimento che per il cinema africano degli anni Sessanta e Settanta furono il movimento neorealista e la produzione pasoliniana.

Pasolini ha girato molto in Africa, basti pensare ad Appunti per un’Orestiade africana (1970). L’intellettuale Gianni Borgna, nel 2014, realizzò a proposito un documentario dal titolo L’Africa di Pasolini.

Spostiamoci sui luoghi del Festival. In che modo l’aver portato questo cinema “custode di sogni” ha contribuito al dialogo tra location e storia cinematografica? È stato immaginato come parte integrante del racconto del Festival?

Per i film volevamo disporre, prima di tutto, di una sala centrale come quella del Cinema Farnese (l’unica, tra l’altro, ad avere un proiettore per i film in pellicola). L’anno scorso, l’intero Festival si era tenuto del tutto all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia, ma ci eravamo resi conto che gli spazi fossero decisamente costretti e non raggiungibili con facilità. Abbiamo poi occupato anche lo Spazio Scena, il vecchio Film Studio, perché storicamente luogo di cinema sperimentale: siccome ci siamo dedicati al restauro di numerose pellicole sperimentali degli anni Settanta, mi sembrava doveroso orientarmi in quella direzione. Con il MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo), invece, collaboriamo a diversi progetti. La selezione delle locations, quindi, è stata perlopiù logistica.

Vorrei soffermarmi per un attimo sulla scelta di presentare due retrospettive femminili, su Elvira Notari e Claudia Cardinale. La prima, in particolare, è stata recentemente oggetto di grande riscoperta.

Elvira Notari è un caso abbastanza reticolare, è la rappresentante più nota di un fenomeno però molto diffuso. Negli anni Venti, esistevano diverse registe attive, i cui materiali sono andati quasi totalmente persi nel corso del tempo. I soli a conservare ancora delle testimonianze cinematografiche di Elvira Notari siamo noi: la sua retrospettiva era volta proprio a mostrare quanto ancora possediamo di questa incredibile figura. Fu autrice di oltre un centinaio di film, di cui tuttavia ci sono giunti solo cinque o sei titoli.

In merito all’omaggio a Claudia Cardinale, mancata l’anno scorso, sono emerse due pellicole entrambe precedenti a I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli (l’opera considerata suo esordio e che la rese famosa), in cui, a soli 16 anni, recitò. Attraverso la Cineteca di Tunisi, guidata dal mio vecchio amico Mohamed Challouf, abbiamo ottenuto le copie. Nemmeno i famigliari di Claudia Cardinale avevano mai visto questi due film, tant’è che all’evento ha presenziato anche la nipote Francesca Luce Cardinale.

Cosa aspettarci dalla prossima edizione del Festival? Sono già state proposte delle idee?

Settimana prossima ci sarà una prima riunione, per capire cosa di questa seconda edizione abbia funzionato e cosa debba invece essere migliorato. Ma, per quanto riguarda la selezione dei film, di norma preferisco attendere fino a dicembre: parteciperemo, nel frattempo, ai principali festival di cinema, in cui approfitteremo per dare un’occhiata alle diverse attività (la Cineteca Nazionale ha il compito di coordinare, appunto, tutte le altre cineteche italiane, come quelle di Torino, Milano e Bologna).

Credo, però, che l’anno prossimo il Festival avrà luogo un mese dopo, ad aprile, e sarà sia l’inaugurazione del Cinema Europa ristrutturato che l’occasione per spostarci definitivamente in un unico nuovo spazio.

Capire il cinema dagli archivi

Anche in questa sua seconda edizione, come testimoniano anche le parole di Steve della Casa, Custodi di Sogni si è rinnovato come non una mera rassegna di film, ma un appuntamento culturale indispensabile per chiunque creda ancora che preservare e aprire gli archivi cinematografici sia lo strumento migliore per parlare al presente.

Immagine in evidenza: Fondazione CSC

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