Il granchio nudo – Storia di Marco Pesaresi: la proiezione alla Cineteca di Milano

Alla Cineteca Arlecchino di Milano si è tenuta la prima proiezione milanese de Il granchio nudo – Storia di Marco Pesaresi, documentario con la regia di Marta Erika Antonioli e Elena Padovan e la sceneggiatura delle due insieme a Riccardo Caccia, docente IULM, e Michela Fragomeni.

La proiezione

La visione del film è stata preceduta da un discorso introduttivo che ha contribuito a dare agli spettatori in sala la dimensione di quanto impegno ci sia stato dietro il film e di quanto stia a cuore l’argomento a chi ha realizzato il progetto. I quattro sceneggiatori hanno raccontato di essersi immersi all’interno della storia di Marco Pesaresi attraverso un viaggio nella scoperta dei materiali: un percorso creativo ma soprattutto umano che, tassello dopo tassello, ha permesso di delineare questa fragile e complessa figura, perno centrale di tutto il documentario.

Il granchio nudo ha ricevuto un grande riscontro dal pubblico della Cineteca di Milano Arlecchino che, emozionato, ha applaudito a lungo i creatori del progetto. Gli autori si sono detti profondamente colpiti non solo dalla proiezione del film in sé, ma anche dal legame che Pesaresi aveva proprio con la città di Milano: presentare questo documentario qui è stato, in qualche modo, come riportare Marco a Milano.

Il documentario

Il film racconta la storia di Marco Pesaresi, fotografo romagnolo scomparso precocemente in seguito a un suicidio nel 2001. I fatti sono scanditi dalle testimonianze di persone che hanno conosciuto Marco: dalla madre e dalle sorelle a chi ha lavorato con lui, fino al suo coinquilino di Milano e agli amici d’infanzia. Alle interviste vengono poi alternate varie fotografie appartenenti alla produzione dell’artista, oggi custodite dalla Fototeca di Savignano sul Rubicone.

Il pubblico si trova davanti a due piani narrativi: un racconto vero e proprio e uno intrinseco all’opera dell’artista, che viene mostrata e parla autonomamente. Le fotografie narrano storie legate soprattutto alla volontà di comprendere il mondo e all’amore per la comunicazione. L’opera di Pesaresi è stata quasi una missione, uno scavo antropologico in cui il fine era la scoperta, una produzione caratterizzata dallo sguardo esistenziale dell’artista.

L’interesse dell’artista era rivolto principalmente all’osservazione dell’umanità: da una parte quella più bulimica, segnata dall’eccesso ma catturata in modo naturale, della Rimini notturna degli anni ’80 e ’90; dall’altra quella in cui il fulcro era il valore dell’imperfezione, del sentimento e della volontà di scovare solitudini nel gruppo, come nelle metropolitane di Milano, Londra e Parigi, dove l’human watching diventava la pratica principale che gli consentiva di lavorare.

La storia di Marco Pesaresi si conclude con un suicidio che nel documentario viene raccontato attraverso una frase particolarmente incisiva: «come sceglieva dove fotografare, ha scelto come, dove e quando morire». Un passaggio che delinea la figura di un uomo inquieto e fragile, capace però di regalarci una delle produzioni fotografiche più intense e significative del panorama contemporaneo.

In questo modo, tra immagini che osservano il mondo e ne sviscerano i tratti più intrinseci, lo sguardo di Marco Pesaresi continua a restare vivo come fosse una domanda che non smette mai di cercare risposta.

Immagine in evidenza: Laura Migliara

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