Quando un uomo confessa, si dice che il caso sia risolto. Tuttavia, siamo davvero sicuri che sia così o ci sono delle sotto trame?
La storia
Con il suo tour teatrale ‘L’Uomo Sbagliato’, Pablo Trincia sta riscuotendo un successo ben al di là delle aspettative. Alla base di questo successo, tuttavia, si stanzia una storia (per quanto definirla una sola risulti riduttivo) complessa e articolata, che è riuscita a colpire nel profondo gli spettatori.
La narrazione ruota intorno ad una serie di omicidi compiuti tra il 1994 ed il 1997, nei pressi di Taranto. Le vittime – in genere signore anziane e sole – ammontano ad un totale di 15. Tuttavia, per giungere alla figura dell’assassino, Trincia ha scelto di soffermarsi su tre omicidi, tutti avvenuti nei pressi di Palagiano, paesino che ad oggi accoglie circa 700 abitanti.
Gli omicidi
Il primo avviene la notte del 13 agosto 1995. A denunciare l’omicidio è una coppia che, passando di lì, ha visto il corpo della vittima, la signora Celestina Commesatti, attraverso la porta spalancata di casa sua. Nei giorni successivi, dei testimoni dichiarano di aver visto passare nei paraggi un giovane di nome Giuseppe Tinelli, all’epoca diciassettenne.
All’inizio, il ragazzo nega di aver a che fare col delitto. Ciononostante, non passa molto prima che decida di confessare. Ammette di aver fatto da palo ad un suo amico di nome Vincenzo Donvito, di poco più grande. Donvito viene condannato a più di vent’anni di reclusione, mentre Tinelli riesce ad uscire non molto tempo appresso.
Il secondo omicidio, avvenuto il 29 luglio del 1997, vede coinvolta la signora Maria Valente. La prima cosa che i carabinieri notano è la somiglianza del delitto con quello sopracitato, avvenuto appena due anni prima: stessa zona, stessa tipologia di vittima, stesso modus operandi.
Ciò non poteva che far ricollegare il tutto a Giuseppe Tinelli, in quanto Vincenzo Donvito era già dietro le sbarre. Tinelli inizialmente nega, ma anche stavolta finisce per confessare la sua colpevolezza, assieme a quella della sorella Arcangela, che gli aveva fatto da palo, e della madre Carmina, loro complice.
Questa volta, a differenza della precedente, Giuseppe Tinelli viene condannato all’ergastolo. Alla madre e alla sorella spetta una pena più lieve, che però si rivela un conto salato per tutta la famiglia per tutta la famiglia, in quanto Giuseppe stava per avere il suo primo figlio.
Il terzo degli omicidi descritti da Pablo Trincia avviene il 15 settembre del 1997. La vittima è Lucia Nico, anch’ella una signora anziana, anch’ella uccisa in casa sua. Ad ogni modo, questa volta l’assassino viene colto in flagrante.
Il killer
Si tratta di Ezzedine Sebai, un immigrato tunisino che, una volta uscito dall’abitazione della signora, si sarebbe fiondato a capofitto verso la stazione, nel mentre gettando un coltello insanguinato. Per quanto possa negare, non c’è dubbio che sia stato lui.
Risalta, ad ogni modo, una strana somiglianza con altri omicidi avvenuti in quegli anni. Più tardi, infatti, Sebai avrebbe confessato di essere stato lui l’artefice, non solo dei tre omicidi di Palagiano, ma anche degli altri 12 avvenuti tra il ’94 ed il ’97.
Tale confessione avrebbe dovuto scagionare Tinelli e Donvito, i quali risulterebbero entrambi innocenti, così come altri presunti colpevoli, secondo le parole di Sebai. Di fatto, alcuni tra gli accusati avrebbero ritrattato in seguito alle confessioni del tunisino.
Sfortunatamente, sia queste ritrattazioni, sia le descrizioni precise e dettagliate fornite dal postulato serial killer, non sarebbero bastate per liberare gli accusati dalle rispettive condanne.
Cosa è emerso?
Ritrattando, alcuni degli accusati, in particolar modo i Giuseppe e Arcangela Tinelli, avrebbero affermato di aver subito minacce dai carabinieri. Questi ultimi avrebbero costretto gli accusati a confessare, in modo tale da evitare di incappare in sentenze troppo grevi.
Tutte le dichiarazioni degli indiziati corrisponderebbero dunque una narrazione costruita dalla procura per fornire un’immagine di sé che millantasse serietà ed efficienza. Nondimeno, lo stesso Pablo Trincia, mostrando alcuni filmati delle indagini, denuncia in maniera incontestabile l’incoerenza delle registrazioni con le specifiche dei misfatti (ad esempio, attraverso il processo di raccolta delle impronte digitali di giorno, col relativo omicidio avvenuto la notte) e gli errori grossolani compiuti dai carabinieri (come l’apertura di una maniglia a mani nude).
Insomma, qui non si parla tanto di corruzione o strategia, bensì di malagiustizia. Ne sanno qualcosa Vincenzo Donvito e Giuseppe Tinelli…
Vincenzo Donvito
Quando venne arrestato, dichiarò di trovarsi a casa a guardare la TV la sera dell’omicidio, ma, data la testimonianza di Tinelli, naturalmente, non gli credettero. Fu condannato a svariati anni dietro le sbarre, ma dopo dieci anni riuscì ad ottenere la semilibertà (quindi poteva uscire per lavorare). Un giorno, però, conobbe un uomo e si innamorò. Tentò di fuggire, ma riuscirono a catturarlo e, dunque, a revocargli la libertà condizionata. Il 21 luglio 2005, trovarono il suo corpo appeso ad un cappio nella sua cella.
Più tardi, una vicina confesserà di averlo effettivamente intravisto dalla finestra di casa sua, la sera del 13 agosto del 1995. Stava guardando la TV.
Giuseppe Tinelli
Oggi Giuseppe Tinelli continua a scontare la sua pena, pur con la possibilità di uscire per dei lavori. Tuttavia, tutti gli anni passati dietro le sbarre hanno disintegrato ogni interazione sociale, specialmente con il figlio, che non ha visto crescere. La sua storia, a Pablo Trincia prima che ai suoi spettatori, ha suscitato profonda empatia, tanto che lo stesso giornalista ha ospitato il 49enne alla data del suo tour a Bergamo.
L’accoglienza del pubblico è stata una standing ovation.
Qual è la morale della storia?
Se vogliamo trovarne una è che la giustizia è una cosa seria e che non è ammissibile che gli organi competenti non prendano seriamente una questione che potrebbe determinare l’intera vita di un individuo. Questa storia, comunque, si spinge al di là della morale, perché nel momento in cui si indice una condanna è facile puntare il dito, ma spesso sfugge il fatto che a rimetterci non sono solo i diretti interessati, ma anche i loro affetti personali e tutto ciò ad essi relazionato.
La giustizia, dunque, non è solo un complesso organizzativo che si impegna a garantire il rispetto dei codici scritti. La giustizia è un sentimento, è empatia, è protezione dei diritti umani. Vive dentro ciascuno di noi, per questo a volte viene data per scontata, come se fosse immutabile. Non solo non è immutabile, ma è un organismo vivente, in continuo movimento sulla scia dei valori in cui uno crede.
L’errore di fondo è convincersi che esista una giustizia assoluta (di conseguenza, eternamente valida) senza considerare la presenza di punti di vista differenti. Questo è ciò che ci porta, istintivamente, a fidarci dell’operato delle autorità. Il problema non è fidarsi delle autorità, ma non interrogarsi sul perché queste agiscano in un determinato modo piuttosto che in un altro.
La giustizia sta proprio in quest’aspetto: porsi delle domande. Si possono avere migliaia di risposte, quindi quello che conta veramente è farsi i quesiti corretti. Le domande sono alla base del pensiero umano e, sino a che continueremo a porcele, forse riusciremo a distinguere ciò che è giusto da ciò che è comodo e, magari, a dire la nostra verità, anziché quella che ci viene impartita.
immagine di copertina: Jacques-Louis David, Public domain, via Wikimedia Commons
