Una malattia prevenibile non dovrebbe essere una condanna. Eppure, le conseguenze della poliomielite possono durare una vita. Le storie di chi l’ha vissuta e i progressi della scienza ci ricordano quanto sia importante continuare a impegnarsi per eradicarla.
Ricordare per continuare a lottare
Ci sono malattie che pensiamo di esserci lasciati alle spalle, storie che immaginiamo appartenere a un passato lontano. La poliomielite sembra essere una di queste: per decenni ha segnato la vita di milioni di persone, lasciando conseguenze spesso permanenti. Grazie ai progressi della medicina e alle campagne vaccinali, oggi il mondo è più vicino a sconfiggerla: dal 1988, i casi di poliovirus selvaggio sono diminuiti di oltre il 99%, come ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Il traguardo, però, non è ancora stato raggiunto. In alcune aree del mondo il virus continua a circolare, complice è la difficoltà di garantire a tutti l’accesso alla vaccinazione, soprattutto nei contesti segnati da conflitti e instabilità. Un risultato scientifico straordinario, dunque, non basta da solo: per eliminare la malattia è necessario che la prevenzione raggiunga ogni comunità.
È proprio da questa consapevolezza che nasce il World Polio Day, celebrato ogni anno il 24 ottobre. La giornata rappresenta un’occasione per ricordare i progressi compiuti, dare spazio alle storie di chi ha vissuto la malattia e riportare l’attenzione sulle sfide aperte. Un impegno che passa anche attraverso iniziative capaci di coinvolgere le persone e avvicinarle a un tema che, spesso, può sembrare lontano dalla vita quotidiana.
Dalla sensibilizzazione all’azione
Tra le organizzazioni più impegnate in questa battaglia c’è il Rotary International, che da decenni sostiene la lotta alla poliomielite attraverso il programma PolioPlus e la campagna End Polio Now.
Il suo contributo riguarda le campagne vaccinali, il sostegno agli interventi di eradicazione e la sensibilizzazione delle comunità. L’obiettivo è contribuire a un mondo in cui nessun bambino rischi più di essere paralizzato da questa malattia prevenibile.
Anche in Italia, il 24 ottobre sarà un’occasione per avvicinare le persone a questo tema. A Milano, l’Università di Lingue e Comunicazione IULM ospiterà il World Polio Day 2026, promosso dal Distretto Rotary 2041 e dedicato alla salute globale, alla prevenzione e al ruolo delle nuove generazioni.
Come annunciato dall’Università IULM, la giornata avrà come filo conduttore «Dalla Pace alla Salute. Dai Giovani al Futuro» e vedrà il lancio della Rotary × IULM Communication Challenge, una sfida creativa rivolta agli studenti dell’ateneo. I partecipanti lavoreranno su un brief reale per sviluppare una campagna capace di avvicinare le nuove generazioni ai valori e ai progetti del Rotary International.
L’iniziativa mette in relazione la prevenzione scientifica e la comunicazione: se la prima offre gli strumenti per proteggere la salute, la seconda può contribuire a far conoscere questi strumenti, rendendo comprensibili e vicine questioni che spesso sembrano lontane dalla quotidianità.
L’attenzione si sposterà anche a Palermo, dove alle ore 19 del 24 ottobre il logo End Polio Now sarà proiettato sulla scalinata del Teatro Massimo. L’iniziativa, promossa dal Rotary Club Palermo insieme agli altri venti club dell’Area Panormus, vuole coinvolgere la città e ricordare che la lotta alla polio non riguarda soltanto i Paesi in cui il virus è ancora presente.
Come spiega il Rotary Club Palermo, la proiezione vuole unire simbolicamente la città alle tante realtà che, nella stessa giornata, accendono i riflettori sulla lotta alla poliomielite. Anche dove la malattia non circola più, infatti, è importante continuare a sostenere gli sforzi internazionali per eliminarla definitivamente.
In occasione della giornata, iniziative analoghe saranno organizzate anche in altri Paesi, attraverso incontri e attività di sensibilizzazione promossi dal Rotary e dai suoi club. Il programma internazionale del World Polio Day mostra come la mobilitazione possa assumere forme diverse, mantenendo lo stesso obiettivo: informare, coinvolgere e sostenere gli interventi necessari a interrompere la trasmissione del virus.
Dalle iniziative nelle città alle storie di chi convive con le conseguenze della malattia, il filo conduttore è la volontà di trasformare la conoscenza in consapevolezza e partecipazione.
Per capire perché questa battaglia sia ancora così importante, però, bisogna tornare alle origini della poliomielite, ai progressi che hanno permesso di contrastarla e agli ostacoli che ancora oggi ne impediscono l’eradicazione.
Una malattia prevenibile, una sfida ancora aperta
Nel corso del Novecento, le epidemie di poliomielite furono una delle paure più grandi per molte famiglie. A essere colpiti erano soprattutto i bambini, alcuni dei quali riportavano paralisi permanenti e gravi difficoltà respiratorie.
Una svolta arrivò nel 1955, con l’introduzione del vaccino inattivato sviluppato da Jonas Salk. Pochi anni dopo, il vaccino orale di Albert Sabin contribuì ad ampliare le possibilità di prevenzione, rendendo più agevoli le campagne vaccinali su larga scala. In Italia, il vaccino Salk fu introdotto nel 1957-1958, mentre quello orale di Sabin arrivò nel 1964, come ricostruisce l’Istituto Superiore di Sanità (ISS).
Nel 1988, con l’avvio della Global Polio Eradication Initiative (GPEI), la lotta alla poliomielite diventò un impegno internazionale, sostenuto dall’OMS e da altre organizzazioni con l’obiettivo di interrompere la trasmissione del virus in tutto il mondo. Da allora, i casi di poliovirus selvaggio sono diminuiti di oltre il 99%, confermando l’efficacia delle campagne di immunizzazione, ma senza raggiungere ancora l’eradicazione.
La poliomielite è un’infezione causata dal poliovirus, che si trasmette principalmente attraverso la via fecale-orale, anche tramite acqua e alimenti contaminati. Nella maggior parte dei casi non provoca sintomi evidenti oppure si manifesta con disturbi lievi, come febbre, stanchezza e mal di testa. In alcune persone, però, il virus può raggiungere il sistema nervoso e danneggiare le cellule responsabili del controllo dei movimenti, causando paralisi permanenti.
Secondo l’OMS, circa un’infezione su 200 provoca una paralisi irreversibile. Tra le persone colpite da paralisi, il 5-10% può morire quando vengono compromessi anche i muscoli respiratori. Non esiste una cura specifica per eliminare il virus: la vaccinazione rimane quindi lo strumento fondamentale per prevenire la malattia.
I vaccini antipolio sono principalmente di due tipi: quello inattivato, somministrato tramite iniezione, e quello orale, che utilizza un virus vivo attenuato. Entrambi proteggono dalla malattia, ma agiscono in modo diverso. Il vaccino orale stimola anche le difese immunitarie nell’intestino, contribuendo a limitare la trasmissione del virus, mentre quello inattivato protegge soprattutto dalla malattia paralitica.
In comunità con una copertura vaccinale insufficiente, tuttavia, il virus attenuato contenuto nel vaccino orale può circolare a lungo e accumulare cambiamenti genetici che, in rare circostanze, gli permettono di recuperare la capacità di provocare la malattia. Si parla in questi casi di poliovirus circolanti derivati da ceppi vaccinali, distinti dai poliovirus selvaggi.
Come chiarisce l’OMS nelle sue domande e risposte sulla poliomielite, questo fenomeno non significa che i vaccini non funzionino, ma sottolinea quanto sia importante raggiungere un’elevata copertura vaccinale per interrompere la circolazione del virus e proteggere le comunità.
I progressi raggiunti e gli ostacoli da superare
Oggi il poliovirus selvaggio rimane endemico in Afghanistan e Pakistan, gli ultimi due Paesi in cui la trasmissione non è stata interrotta.
A rendere più difficile il raggiungimento dell’obiettivo contribuiscono conflitti, instabilità politica, difficoltà logistiche e mancanza di strutture sanitarie. In questi contesti, raggiungere tutte le comunità con le campagne vaccinali può diventare complicato. Per questo, accanto alla vaccinazione, sono fondamentali la sorveglianza epidemiologica, l’individuazione tempestiva dei nuovi casi e la collaborazione con le comunità locali.
A confermarlo è anche l’aggiornamento del Comitato di emergenza dell’OMS del 25 agosto 2026. Nel documento, l’organizzazione segnala che persistono difficoltà nel raggiungere tutti i bambini e nel garantire campagne vaccinali di qualità. Le lacune nella copertura, le difficoltà di accesso e le condizioni di insicurezza continuano a favorire la circolazione del virus in alcune aree. Il Comitato richiama inoltre l’attenzione sulle risorse insufficienti a sostenere le attività necessarie, dalla vaccinazione alla sorveglianza epidemiologica.
Per interrompere la trasmissione, è quindi essenziale rafforzare la sorveglianza e migliorare la qualità delle campagne, raggiungendo anche le comunità più difficili da coinvolgere, come sottolinea l’aggiornamento dell’OMS.
L’eradicazione resta un obiettivo possibile, anche se richiederà ancora tempo. La strategia della GPEI prevede interventi per interrompere la trasmissione del poliovirus selvaggio e fermare i focolai derivati dal vaccino. Per riuscirci, sarà necessario mantenere un impegno costante soprattutto nelle aree in cui le campagne incontrano maggiori ostacoli.
Le persone dietro i numeri
Dietro i dati sulla poliomielite ci sono persone la cui vita è cambiata per sempre. Le loro esperienze raccontano conseguenze che le statistiche, da sole, non riescono a restituire.
È il caso di Farid, che ha contratto la malattia a tre anni, in Afghanistan. La paralisi alla gamba sinistra gli ha reso più difficile la vita quotidiana, ma non gli ha impedito di studiare e di costruire un percorso personale e professionale.
Nella testimonianza pubblicata dalla Global Polio Eradication Initiative, Farid racconta le difficoltà affrontate durante l’infanzia e il modo in cui ha cercato di vivere come gli altri bambini della sua comunità. Dopo aver studiato informatica, ha scelto di mettere la propria esperienza al servizio della prevenzione, contribuendo al lavoro di eradicazione della polio e alla sensibilizzazione delle famiglie sull’importanza della vaccinazione.
La sua storia racconta il passaggio dalla sofferenza individuale all’impegno collettivo. Farid, che conosce le conseguenze della malattia perché le ha vissute in prima persona, oggi cerca di contribuire a evitare che altri bambini debbano affrontare la stessa esperienza.
Le conseguenze della malattia, però, non sono soltanto fisiche. Lo raccontano anche Marie-Josée ed Evariste, una coppia della Repubblica Democratica del Congo che ha contratto la polio durante l’infanzia. Evariste aveva appena tre anni, mentre Marie-Josée ne aveva otto. Crescendo, entrambi hanno dovuto affrontare le difficoltà legate alla disabilità, ma anche i pregiudizi e gli ostacoli nella vita sociale e lavorativa.
La loro storia racconta il peso delle difficoltà quotidiane e il desiderio di proteggere i propri figli. Oggi entrambi condividono la propria esperienza per sensibilizzare le comunità sull’importanza della vaccinazione. Evariste sottolinea che, se avessero avuto accesso al vaccino durante l’infanzia, probabilmente non avrebbero dovuto convivere con le conseguenze della malattia.
Accanto a chi ha vissuto la polio ci sono le persone che lavorano per impedirne la diffusione: Malalai, operatrice sanitaria in Afghanistan, racconta quanto possa essere difficile convincere alcune famiglie a vaccinare i propri figli. Durante una campagna, dopo il rifiuto iniziale di una famiglia, ha portato la questione a un incontro con il gruppo di lavoro contro la polio. Il giorno successivo è tornata insieme al coordinatore della campagna e ad alcuni medici per spiegare i benefici della vaccinazione e i rischi della malattia. Dopo un lungo confronto, i genitori hanno accettato di vaccinare i bambini.
La sua testimonianza è riportata da Gavi, l’Alleanza per i vaccini, nello stesso approfondimento dedicato a chi lavora in prima linea contro la poliomielite. Per Malalai, il senso del proprio lavoro è fare in modo che i bambini possano crescere senza rischiare una paralisi che la vaccinazione può prevenire.
Le esperienze di Farid, Marie-Josée, Evariste e Malalai mostrano prospettive diverse della stessa battaglia: chi convive con le conseguenze della malattia, chi desidera proteggere i propri figli e chi cerca di rendere possibile questa protezione.
La prevenzione assume così un significato concreto, perché riguarda la possibilità di evitare sofferenze che possono accompagnare una persona per tutta la vita.
La polio in Italia: un passato non così lontano
Pensiamo spesso che la poliomielite appartenga a un passato ormai superato. In Italia, gli ultimi casi autoctoni di poliomielite da virus selvaggio risalgono al 1982, come ricorda l’Istituto Superiore di Sanità. È facile dimenticare quanto questa malattia abbia segnato la vita di tante persone, ma le loro storie ci ricordano che, fino a pochi decenni fa, riguardava anche il nostro Paese.
È il caso di Giovanna Romanato, che aveva dieci anni quando contrasse il suddetto virus. Nell’intervista pubblicata da Redattore Sociale il 26 agosto 2015, intitolata «Da 59 anni nel polmone d’acciaio, dico grazie per ogni respiro», racconta come la malattia le provocò la paralisi di gambe e braccia e una grave insufficienza respiratoria, rendendo necessario l’utilizzo del polmone d’acciaio, un dispositivo che le permetteva di respirare.
Ricordando la sua infanzia, Giovanna racconta di aver chiesto alla madre se sarebbe mai tornata a correre, pur sapendo che probabilmente non sarebbe stato possibile.
La sua esperienza mostra quanto le conseguenze della polio possano accompagnare una persona per tutta la vita. La sua esistenza, tuttavia, non è raccontata soltanto attraverso le difficoltà, ma anche attraverso gli affetti, le amicizie e i momenti quotidiani. Una testimonianza che invita a non dare per scontati i progressi della medicina e a riconoscere il valore della prevenzione.
Una storia che possiamo ancora cambiare
La poliomielite ci ricorda quanto sia facile dimenticare una malattia quando smette di far parte della nostra quotidianità. Eppure, dietro i progressi raggiunti, ci sono storie di persone che ancora oggi convivono con le conseguenze del virus e bambini che, in alcune parti del mondo, rischiano di ammalarsi.
I vaccini hanno cambiato il destino di milioni di persone, ma perché questo cambiamento diventi definitivo è necessario continuare a impegnarsi.
Forse il vero significato del World Polio Day è proprio questo: ricordarci che una conquista scientifica non è completa finché non può raggiungere tutti. Nessun bambino dovrebbe pagare il prezzo di non aver avuto accesso a una protezione che esiste già. E allora, se abbiamo la possibilità di evitare che questa storia si ripeta, non dovremmo chiederci anche noi cosa possiamo fare, nel nostro piccolo, perché nessun bambino debba più vivere tutto questo?
Immagine in evidenza: World Polio Day 2026, promosso dal Rotary Distretto 2041 in collaborazione con l’Università IULM

2 Commento
Anonimo
Molto interessante!
Greta Maria Bellini
un articolo stupendo che riesce a sensibilizzare su una malattia di cui purtroppo si parla troppo poco!! bravissima!!! <3 <3