Occhio per occhio, dente per dente. Fino a che punto è accettabile andare oltre le leggi dello Stato in nome della giustizia? Il caso di Christa Pike porta ad interrogarsi sull’effettiva importanza dei limiti morali che dovrebbero guidare ogni società esistente.
L’eco dell’omicidio nel paese
Christa Pike è una donna statunitense condannata a morte per il brutale ed efferato omicidio di Colleen Slemmer nel 1995, commesso quando aveva 18 anni. Christa è sopravvissuta nel 2026 ad un tentativo di esecuzione tramite una doppia iniezione letale, evento che ha riacceso il dibattito sulla pena di morte negli Stati Uniti.
Il modus operandi attuato da Christa durante l’aggressione è proprio ciò che ha portato milioni di persone a sostenere fermamente che la pena capitale fosse l’unica via per restituire dignità alla giovane vittima. La soluzione drastica è sembrata necessaria per ristabilire l’ordine morale nelle menti e nei cuori delle persone direttamente coinvolte. Questo caso è stato inoltre il pretesto perfetto di molta gente per vantarsi dell’intransigenza e del profondo senso di giustizia promosso dal loro paese.
Il male giustifica altro male?
La psicologia morale mostra come i nostri giudizi possano essere influenzati non solo dalla ragione, ma anche dalle emozioni e dalle convinzioni personali. Come evidenziato da Decety, Cohen e Cao (2025), quando consideriamo le nostre idee morali come verità assolute, rischiamo di giustificare punizioni sempre più severe. È così che il desiderio di giustizia può trasformarsi nella convinzione che una pena estrema sia l’unica risposta possibile a un crimine atroce. Ma se per condannare un omicidio arriviamo a giustificarne un altro, possiamo ancora parlare di giustizia o stiamo semplicemente cercando di legittimare la vendetta?
Questo pensiero, a primo impatto, può sembrare assolutamente legittimo e naturale, se non fosse che niente nella società odierna è naturale. Tutto funziona perchè segue delle regole, dei principi inviolabili che se non esistessero porterebbero all’autodistruzione della razza umana.
Optare per l’ergastolo invece che per l’esecuzione capitale non implica una maggiore indulgenza nei confronti del carnefice. Al contrario, rappresenta il mezzo più severo di cui l’uomo è a disposizione, affinché l’imputato conduca il resto della sua vita isolato, in condizioni misere e altamente restrittive. Si evita così di avventurarsi in dinamiche al di fuori della portata umana, come dimostrato dal duplice fallimentare tentativo appena tenutosi tramite iniezione letale, che è rapidamente sfociato in una tortura legalizzata e colma di contraddizioni.
Dopo l’esecuzione
Christa Pike è infatti stata ricoverata in ospedale per quasi una settimana dopo aver ricevuto le due iniezioni che si presume contenessero pentobarbital letale.
Martedì, i suoi avvocati hanno dichiarato che la donna aveva riacquistato coscienza e la capacità di parlare, anche se la sua prognosi rimane incerta. Se si stabilizzerà e verrà dimessa, lo stato potrebbe rimandarla nel braccio della morte e tentare nuovamente di eseguire la pena capitale.
A questo proposito numerosi esperti hanno espresso la loro opinione. Arthur Caplan, uno dei più noti bioeticisti statunitensi, sostiene da anni che i medici non dovrebbero partecipare né alle esecuzioni né alla gestione clinica di procedure di esecuzione fallite. Secondo l’esperto, questo coinvolgimento viola l’etica medica e trasforma i medici in strumenti dello Stato. Caplan ha inoltre affermato che gli Stati che ricorrono alla pena di morte cercano spesso la presenza dei medici per dare una parvenza di umanità o scientificità ad un atto che non è né medico né tantomeno terapeutico.
Sempre secondo il bioeticista, la difficoltà sta proprio del distinguere la persona dai terribili atti da essa commessi. Questo comportamento ci risulta di difficile comprensione proprio perché tanta violenza offusca il nostro cervello, e rende invisibile e superfluo tutto ciò che può aver portato la carnefice a commettere azioni che testimoniano un’effettiva ed innegabile instabilità mentale e psicologica. Tali condizioni non giustificano, ne tantomeno alleggeriscono la gravità dei fatti, ma allo stesso tempo umanizzano la figura dell’imputato e supportano la scelta di una pena proporzionata alla gravità dei fatti, senza andare in contrasto con il diritto umano alla vita.
Generalmente l’uomo è distrutto dall’attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono così due morti, e la prima è peggiore dell’altra.
Albert Camus
Immagine in evidenza: Dama Giustizia e un Martello · Immagine gratuita di Katrin Bolovtsova
