Perché le promesse più semplici sembrano convincere più delle altre? Due economisti spiegano il populismo partendo da lontano, dal 1945.
Un caso di studio: la remigrazione
Il punto di partenza è il caso italiano. Secondo sondaggi recenti, il partito Futuro nazionale di Roberto Vannacci sfiora il 6%. Il suo tema simbolo è la remigrazione: rimandare indietro i migranti considerati dannosi e non integrati nella nostra cultura.
Per chi studia il populismo, il punto non è giudicare questa proposta. Interessa capire perché una risposta così semplice ad un tema così complesso trovi tanto consenso. Schemi simili in Italia si sono già riscontrati in altri partiti, come il Movimento 5 Stelle o la Lega, rendendo il populismo un fenomeno che riguarda tutti gli schieramenti politici.
Due regimi economici a confronto
Per rispondere, lo studio The Global Economics of European Populism (2018) di Jonathan Hopkin e Mark Blyth divide il secondo dopoguerra in due fasi. Dal 1945 al 1977 l’obiettivo è la piena occupazione. I sindacati sono forti, la finanza è debole e i mercati restano soprattutto nazionali. Nel 1977 inizia il regime neoliberale. Ora conta la stabilità dei prezzi: le banche centrali guadagnano potere, i salari ristagnano, crescenti disuguaglianze sociali e globalizzazione dei mercati. Il passaggio, secondo gli autori, nasce da quello che l’economista Michał Kalecki chiamava sciopero del capitale ovvero la riduzione volontaria degli investimenti per evitare di raggiungere la piena occupazione che si tradurrebbe in una perdita di potere da parte degli investitori
Dai partiti di massa ai cartel party
Con l’economia cambiano anche i partiti. Alla fine dell’Ottocento nascono i partiti di massa, legati a ideologie e battaglie collettive. Dopo la guerra diventano partiti definiti catch-all, cioè prenditutto: puntano a posizioni politiche centrali e alla gestione dei servizi pubblici. Negli ultimi decenni arriva il cartel party. Questi partiti promettono meno e cedono poteri ad istituzioni esterne, come le banche centrali o l’UE. Un esempio è ciò che successe nel 1977 nel Regno Unito: Gordon Brown, allora ministro dell’economia, affidò alla Banca d’Inghilterra il potere di fissare i tassi d’interesse. La scelta passa come una questione tecnica, ma ha un grande peso politico.
Il populismo come risposta
Per i partiti il vantaggio è evidente: possono sostenere che certe scelte non dipendono da loro. Il prezzo è un calo delle aspettative sulla politica. Poi arriva la crisi del 2008 e mostra i limiti del sistema: i governi non hanno più gli strumenti per intervenire, perché la politica monetaria è in mano ad altre istituzioni. Qui nasce il populismo. I nuovi partiti accusano le istituzioni di non aver fatto nulla e promettono soluzioni semplici. In questa lettura il populismo è la reazione a quarant’anni di distanza percepita tra politici e cittadini.
Riavvicinare la politica alle persone
La teoria dei due politologi ed economisti di Cambridge ha anche dei limiti, ma ha il merito di spostare l’attenzione: il problema non sono gli elettori, ma la distanza tra politica e cittadini. Per spezzare il ciclo serve avvicinare un pensiero politico più complesso alle persone, senza dare per scontato che non venga compreso. Un esempio recente è Zhoran Mamdani, che a New York è partito dall’ascolto porta a porta. Il rischio, altrimenti, è che dopo ogni leader ne arrivi uno sempre più radicale. Una politica che spiega e ascolta è ciò che di meglio abbiamo contro il populismo.
Immagine di copertina: Rob Curran, Public domain, via Unsplash
