Le proteste in Europa tornano a riempire le piazze: in Francia scendono in strada gli studenti, in Spagna chi non riesce più a pagare la casa. Anche in Italia le scuole occupate sono sempre di più. Ma si parla più degli scontri che dei motivi.
Un autunno di mobilitazioni
Le proteste in Europa non nascono oggi. Nei primi tre mesi del 2026 Portogallo (234 scioperi), Italia (190), Spagna (108) e Francia (105) hanno registrato il maggior numero di scioperi tra i sette Paesi Ue analizzati in uno studio di Euronews. Con l’autunno la tensione è cresciuta e si è spostata nelle scuole e nelle case.
Tre casi mostrano cosa sta succedendo: i licei francesi, la casa in Spagna e le scuole occupate in Italia. Partiamo dalla Francia, dove tutto è cominciato.
Italia, la scuola scende in piazza
Le occupazioni sono partite il 5 ottobre dalle scuole di Torino. Venerdì 16 ottobre è arrivata una delle giornate più significative, il No Meloni Day. Cortei di giovanissimi, oltre 400mila secondo gli organizzatori, sono sfilati da Torino a Padova, da Bologna a Roma, fino a Napoli e Cagliari. Lo slogan chiedeva più aule e meno bombe. Nella capitale gli organizzatori parlano di 20mila partecipanti.
Le richieste sono concrete. Gli studenti protestano contro le scuole che cadono a pezzi, contro i fondi destinati all’industria bellica e contro il decreto sul tetto agli alunni stranieri. Hanno espresso anche solidarietà ai colleghi francesi. A Roma il coordinamento studentesco autonomo di licei come il Righi, il Visconti e il Mamiani chiedeva più fondi per l’edilizia scolastica, l’educazione sessuo-affettiva obbligatoria e una scuola più inclusiva. Il 30 ottobre è in programma uno sciopero generale di lavoratori pubblici e privati, indetto da USI-CIT, che coinvolge anche la scuola.
Milano, il corteo di sabato 17 ottobre
Ieri è toccato a Milano. Sabato 17 ottobre il corteo “Italia in piazza” contro il carovita, in programma in tredici città, è partito nel pomeriggio da piazza Duomo con oltre cinquemila persone. I motivi erano il costo della vita, il prezzo della benzina, gli stipendi bassi e le difficoltà della scuola e dei servizi pubblici.
La giornata però è cambiata presto. In via Broletto il corteo si è bloccato, sono partiti lanci di sassi contro la polizia e gli agenti hanno caricato. Gli scontri sono poi continuati in centro. Il bilancio provvisorio parla di circa 50 fermati, quasi la metà minorenni, e di una ventina di feriti, tra cui diversi agenti. Anche tra chi era in piazza c’è chi ha preso le distanze: una studentessa rimasta ferita ha detto di non essere andata lì per questo.
Il Sud, tra licei occupati e caro carburanti
Il Sud è in prima fila. A Napoli le occupazioni coinvolgono diversi licei, tra cui l’Umberto I, il Sannazaro, il Mercalli, il Genovesi e il Mazzini. La protesta si intreccia con quella degli universitari contro l’aumento degli affitti. Nei giorni precedenti più di duecento studenti si erano ritrovati davanti alla Città Metropolitana per chiedere interventi sugli edifici scolastici. Anche a Cagliari i giovani hanno sfilato in corteo. Non protestano solo gli studenti. Gli autotrasportatori sono in sciopero in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Basilicata contro il caro carburanti. Il governo ha convocato un confronto per il 27 ottobre, ma le associazioni chiedono interventi immediati. È lo stesso nodo del costo della vita, visto da un’altra categoria.
Francia, oltre un mese di blocchi nei licei
Tutto è cominciato in Francia. I blocchi dei licei sono partiti a metà settembre dalle banlieue di Parigi e si sono estesi in tutto il Paese. Gli studenti denunciano giornate scolastiche troppo lunghe, classi sovraffollate e assenze degli insegnanti. Il 13 ottobre centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, e al corteo si è unita anche l’attivista Greta Thunberg. Il 15 ottobre le organizzazioni studentesche hanno incontrato per la terza volta il ministro dell’Istruzione Edouard Geffray, per parlare di edilizia scolastica, della piattaforma Parcoursup e degli orari delle lezioni. Per la prima volta ai blocchi hanno aderito anche gli studenti della prestigiosa scuola HEC.
Sabato 17 ottobre c’è stata una nuova giornata. L’idea era di unire le richieste degli studenti a quelle dei gilet gialli contro il caro vita, con lo slogan Jeunes et jaunes. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha promesso un piano entro fine ottobre.
Spagna, la casa e lo sciopero generale
In Spagna la miccia è la casa. Il 2 ottobre il Congresso ha bocciato i decreti sulla casa. Il 3 ottobre migliaia di persone hanno marciato a Madrid per chiedere leggi più severe a tutela degli inquilini. La Puerta del Sol è l’epicentro delle accampate di protesta. La morte di Maricarmen, avvenuta due settimane dopo il suo sfratto, ha acceso la mobilitazione. Il 5 ottobre i sindacati UGT e CCOO hanno deciso di indire uno sciopero generale di 24 ore per ottenere salari che permettano di pagare la casa. La data non è ancora fissata, ma lo sciopero dovrebbe tenersi prima delle elezioni del 29 novembre.
Cosa hanno in comune
A prima vista le tre proteste sono diverse. Una nasce nelle scuole, un’altra nelle case e nei luoghi di lavoro, la terza intreccia scuola e costo della vita. Eppure parlano dello stesso problema: servizi e condizioni di vita che molti giovani sentono fuori portata.
Scuola e casa sono temi essenziali per i giovani. Quando funzionano male, la fiducia nelle istituzioni si incrina. Per questo le proteste in Europa di queste settimane interessano da vicino anche gli studenti universitari. Eppure, almeno in Italia, si discute più su come si protesta che sul perché.
Il rumore e il silenzio
A noi pare che in Italia queste proteste ricevano meno spazio di quanto ne meriterebbero; un esempio concreto sono i titoli del TG1 serale del quindici ottobre, dove vengono completamente ignorate le proteste in corso in Europa ma soprattutto in Italia. E quando se ne parla, l’attenzione va spesso agli scontri, ai cortei bloccati, ai danni. Una vetrina rotta fa notizia. Si vede subito: ha un colpevole e una foto. Questo non significa che non bisogna condannare o minimizzare la violenza.
Ma c’è un problema di proporzione. Una scuola in cattivo stato è un danno molto più grave, ed è proprio ciò che chiedono gli studenti romani quando domandano più fondi per l’edilizia. Eppure non ha una foto che lo racconti. È un problema lento e quotidiano, quasi invisibile per chi non lo vive in prima persona, e per questo si finisce per ignorarlo. Lo stesso vale per il caro vita: nessuno lo nota in un giorno solo, ma pesa ogni mese sul bilancio di una famiglia. Così la discussione si sposta. Invece di chiedersi perché gli studenti siano in piazza, ci si chiede se il corteo sia stato abbastanza ordinato. Il metodo diventa più importante del motivo.
Non è solo colpa dei giornali. Chi decide cosa raccontare tiene conto anche di ciò che i lettori cliccano, e un’immagine di scontri genera più interazione di un articolo sui motivi delle manifestazioni. Anche noi lettori premiamo il rumore.
La domanda utile, quindi, non è se la violenza sia accettabile, perché la risposta è no. È un’altra: perché ci indigniamo di più per un danno che si vede che per uno che dura da anni?
Immagine di copertina: Karoloina Krol, Public domain, via Pexels
