Cosa fare quando il futuro fa paura e tutti attorno a noi sembrano avere le idee chiare? Ilaria Camilletti racconta il suo romanzo d’esordio Ilaria nella giungla, edito Accento Edizioni, nato tra i tavoli di un bar multiculturale. Un dialogo su come trasformare l’ansia delle scelte nell’arte di abbracciare l’incertezza.
Ilaria Camilletti nasce il 9 maggio 2005 a Siena, dove non vive neanche un giorno. Oggi studia Filosofia a Firenze. Il 21 Gennaio 2026 pubblica “Ilaria nella giungla”, il suo primo romanzo, edito Accento Edizioni.
Quando si trova la strada giusta nella vita? Ilaria ha finito il liceo e non ha idea di cosa fare da grande. In attesa di settembre, e nella speranza che l’estate porti consiglio, inizia a lavorare all’Oasi, uno sgangherato bar multiculturale a Ostia. Quella dell’Oasi è una fauna atipica, di cui Ilaria impara presto a conoscere le sfumature. Ci lavorano Syed, Irina, Alicia e Amin, arrivati in Italia da diversi angoli del mondo. Ognuno con una storia intensa alle spalle e con una lingua zoppicante e affettuosa tutta da decifrare. C’è anche Davide, il figlio-del-capo, con le sue ingenue pretese e i suoi compiti da fare. Oltre che Viola, una ragazzina silenziosa che tutti i giorni monta un mercatino davanti al locale.
In questo confusionario contesto, Ilaria dovrà imparare a distinguere l’Aperol dal Campari, pulire la menta in pochi secondi e portare le comande giuste al pizzaiolo. Soprattutto, però, scoprirà che nella giungla umana che la circonda è possibile trovare esemplari insospettabilmente più simili a lei di quanto non immaginasse.
Un libro che nasce tra le note del telefono. Appunti di esperienze vissute da te in prima persona. Qual è stata la spinta che ti ha portato a volerli condividere con il mondo?
Quello che mi ha spinta a pensare che quegli appunti potessero effettivamente diventare qualcosa che poteva essere non tanto apprezzata quanto capita dagli altri, è stato un momento in cui i miei mi erano venuti a prendere alla fine del lavoro. Era l’ultimo giorno di lavoro, durante una stagione che ho fatto da cameriera quando ero più piccola, e raccontando in macchina alcuni degli aneddoti che avevo trovato divertenti o che mi avevano emozionato, mio papà mi ha detto: “Certo ci dovresti fare un libro!”.
Io iniziavo la quinta superiore. Non avevo assolutamente idea di cosa fare dopo. Era un anno pieno di ansia, anche rispetto alla maturità. Non avevo le idee chiare e non le ho avute fino al settembre dell’anno in cui ho iniziato l’università. Ho sempre amato scrivere e in un momento della mia vita in cui sentivo molto forte la pressione sul dover scegliere qualcosa, avevo deciso di darmi come abitudine di scrivere un’oretta o due al giorno. Mi piaceva e mi divertiva rileggere, riscrivere e reinventare quegli aneddoti. Mi riportavano a una dimensione che era stata quella estiva, per me di estrema spensieratezza, felicità e divertimento.
Nel passaggio dal telefono al computer mi sono resa conto che quella che avevo in mano era sempre più una storia che non era quella di Ilaria quell’estate, ma era una storia che poteva essere di chiunque altro. Una storia che teneva insieme degli elementi che non appartenevano tanto a una realtà particolare, quanto a un sistema che si può trovare in più punti. Sebbene fosse una dinamica di poche persone, in realtà rappresentava un insieme di risposte. Le stesse che forse erano quelle che, proprio in quel momento della mia vita, avrei voluto trovare, e che magari non avrei mai pensato di trovare in un bar, ma invece mi era successo.
La protagonista condivide il tuo stesso nome e non hai mai nascosto quanto di te ci sia in queste pagine. Dare il tuo nome a Ilaria è stato un modo per esorcizzare l’ansia o per prenderne le distanze?
In realtà per me è stato del tutto naturale. Ho iniziato a scrivere questo libro quando ancora non sapevo che sarebbe diventato un libro. Quando ancora ero nella fase dello scrivere per giocare, per me è stato naturale e automatico che quella persona fossi io, che i pensieri di Ilaria, che erano i miei, portassero proprio quel nome. Quando poi dal gioco siamo passati effettivamente al libro, per me non aveva senso cambiare quel nome. Anche perché di mio c’era veramente tutto e quello che mi sono detta è stato che poi chi avrebbe letto avrebbe capito, forse alla seconda pagina, che comunque ero io. L’avrei potuta chiamare in qualsiasi modo, ma ero comunque io.
C’è anche da dire, però, che io credo che ci sia molto di me in Ilaria ma anche in altri personaggi. Allo stesso modo, i miei amici e familiari che hanno letto per primi il libro, mi hanno detto che in realtà io sono molto più Davide, che è in lui che magari vedono tanti dei miei modi di pensare o di parlare.
Secondo me la cosa bella dello scrivere è riuscire a esprimere se stessi sempre, a prescindere dal nome che si dia o meno ai personaggi.
Il romanzo racconta l’estate subito dopo la maturità. Quel momento sospeso in cui l’incertezza sul domani può generare un’ansia così forte da far mancare il fiato. Ilaria però non cerca di mettere ordine a un mondo caotico, ma impara ad abbracciarlo e a conviverci. La vera serenità di fronte all’ansia per il futuro nasce dalla consapevolezza di sentirci tutti sulla stessa barca e concederci il permesso di rallentare?
Assolutamente sì.
Il libro mi è stato tanto utile per mettere a fuoco il fatto che, secondo me, in un certo momento della vita viviamo un po’ con questa convinzione che ci sono delle domande a cui dobbiamo trovare risposta e che la serenità si raggiunga trovando una risposta che ci soddisfi.
In realtà per me è stato importante capire che non dover per forza avere la fretta di dare una risposta subito, o avere anche la libertà di darla e poi poterla cambiare nel tempo, perché siamo esseri umani che facendo esperienze cambiano, era la vera soluzione. Per me è stata quella veramente la rivoluzione: rendermi conto che con certe domande si può convivere e forse è anche più sano conviverci.
Se tre anni fa pensavo che un certo tipo di serenità si acquisisse nel momento in cui si fosse certi della persona che si era arrivati ad essere, adesso mi dico che forse non sentirsi mai del tutto risolti e arrivati dovrebbe essere un po’ l’obiettivo.
Davide e Viola hanno due modi opposti di esprimersi. Davide scrive preghiere a Gesù per ottenere ciò che vuole, mentre Viola usa la poesia come sfogo e richiesta d’aiuto. A un certo punto vediamo Davide fare un passo verso il mondo di Viola e cimentarsi nella poesia. Qual è il valore del loro rapporto e di questa evoluzione?
Questi due personaggi cercano di rappresentare un po’ il non definirsi e il mettersi in discussione di fronte agli altri.
Davide è un ragazzino insopportabile ed odioso, ma non per colpa sua, per colpa delle idee che gli sono state inculcate da quando era piccolo e di una certa chiusura mentale dell’ambiente in cui lui cresce. Mi piaceva far vedere che non per forza i personaggi buoni sono quelli che sono buoni dalla prima pagina. A volte abbiamo semplicemente bisogno degli incontri giusti. Mi piaceva che fosse proprio Davide a incontrare Viola e avvicinarsi un pochino al suo mondo.
Un personaggio come Ilaria, che si presenta dall’inizio, forse un po’ sfigata e un po’ insicura, però tutto sommato una persona sensibile ed empatica, non guadagnavo nulla nel mostrare una sua apertura verso Viola.
Mi piaceva mostrare come un personaggio come Davide, che invece all’inizio è insopportabile e chiuso nei suoi schemi e nelle sue idee, riuscisse attraverso l’affetto e l’amicizia, e anche un po’ per causa di una sua solitudine, a legarsi a Viola. Una ragazzina che apparentemente è molto diversa da lui, ma che gli serve proprio per capire la chiusura in cui lui vive. Lui inizialmente giudica e prende in giro i modi di fare di Viola, che lui definisce “da zingara”, ma poi è proprio lui, quando lei è impossibilitata, ad aiutarla in tutte quelle cose che lei prima faceva, ma che adesso non riesce più a fare.
Mi piaceva proprio mostrare come, soprattutto nei ragazzi più piccoli, spesso le idee possono essere la causa degli incontri che facciamo, non tanto dell’ambiente in cui cresciamo.
A pagina 36 scrivi di Giulia, la migliore amica di Ilaria: “Perché Giulia lo ha sempre saputo qual era il suo scopo. Per cosa il mondo aveva bisogno di lei”. Che impatto ha su Ilaria trovarsi accanto a qualcuno con idee così chiare?
L’Ilaria del libro, ma anche io stessa, ho sempre vissuto l’essere circondata da persone che avevano la fortuna, al contrario mio, di essere molto decise su cosa fare da grande come una sconfitta o un implicito rimanere indietro.
Oggi più che mai credo che per la mia generazione sia proprio così. Questo perché non solo nel nostro piccolo magari abbiamo delle persone che sembrano estremamente risolte e decise, ma i social danno anche un po’ l’illusione che siano proprio tutti nel mondo a essere perfettamente risolti, decisi ed avere la propria vita sotto controllo. In realtà non è così. Però che non è così è una cosa che magari dentro di noi sappiamo, ma che abbiamo anche bisogno che qualcuno ogni tanto ce lo ricordi.
Io stessa spesso, soprattutto magari l’ultimo anno del liceo, sono stata per molto tempo l’unica del mio gruppo di amici che non sapeva cosa fare dopo, e vivevo un po’ questa cosa come un non andar bene. Oggi mi dico, col senno di poi, che la scelta che ho preso, che nel mio caso è stata studiare filosofia, ma poteva essere questo come qualsiasi altra cosa, non solo poi nel mio caso si è rivelata una scelta giusta e corretta per me – che è anche quello è importante: una cosa giusta per me non deve essere necessariamente quella giusta per gli altri – ma soprattutto che è una scelta modificabile nel tempo.
La cosa bella che vedo adesso anche nei miei coetanei è che nel mio gruppo, per esempio, tantissimi di noi poi hanno cambiato idea su cosa fare, cambiato scelta, e questo non toglie nulla poi alla persona risoluta che uno è. Ecco, questo magari tre anni fa me lo sarei voluta sentir dire.
Nel romanzo c’è un passaggio molto dolce a pagina 28: “Mamma è quella insostituibile, necessaria (…) Perché mamma è pure quella che salva”. Qual è il valore del rapporto con la madre nella crescita di Ilaria e nel suo percorso per ritrovare equilibrio?
Anche qui mi viene molto difficile fare distinzioni troppo nette tra l’Ilaria del libro e me stessa. Per l’Ilaria del libro, così come per me, la mamma è – al di là del ruolo genitoriale – un’amica, un esempio e tutta una serie di cose che rappresentano un po’ un appiglio.
In questo mondo in cui tutti sembrano andare avanti, llaria è un po’ divisa tra il sentire che anche lei deve andare avanti, e quindi scegliere cosa studiare, che lavoro fare e capire in cosa è veramente brava per diventare un adulto, e dall’altro lato vorrebbe semplicemente rimanere la ragazzina di otto anni che se a scuola ha mal di pancia c’è mamma che ti viene a prendere.
Oltre a questa ambivalenza, il ruolo della mamma è, essendo lei comunque un personaggio estremamente ansioso e volubile a lasciarsi andare un po’ alle sue ansie e alle sue angosce – infatti Ilaria la leggiamo spesso in flussi di coscienza in cui un’ansia che all’inizio della pagina sembra piccola come una pallina di neve che rotola, a fine pagina è una cosa enorme – è di riallineare un attimo la dimensione delle cose. La telefonata con la mamma serve ad Ilaria per capire che non è tutto così grave e non è tutto così importante.
La giungla è il mondo degli adulti e il bar Oasi rappresenta la tappa in cui fermarsi a riprendere le forze. Nel capitolo finale intitolato “Coraggio” Ilaria deve davvero capire cosa fare del proprio futuro. È nell’incontro con le persone che affollano il bar che Ilaria trova un po’ di coraggio?
Mi verrebbe da dirti di sì. La prima cosa importante, che lei impara nel bar, è che la vita vera è una cosa molto diversa da quella che i social ci hanno convinto essere la vita. La seconda è il fatto che si può cambiare rotta, si può cambiare vita e non necessariamente la vita felice corrisponde a quella specie di disegno che ci viene fatto vedere da più piccoli. Un disegno in cui sembra che una vita perfetta abbia e preveda per tutti gli stessi step. Le serve anche questo. Non tanto a dare delle risposte, ma a mettere in discussione delle convinzioni in cui lei è cresciuta, ma che poi si sono rivelate un po’ una gabbia.
Se il tuo romanzo fosse una canzone, quale canzone sarebbe?
Se dovessi scegliere la colonna sonora del mio libro sarebbe Farò più rumore del Ratatata degli Eugenio In Via Di Gioia. Questa canzone ha un testo e una melodia che secondo me sono estremamente felici. Un brano che chiede a chi ascolta di festeggiare. Una richiesta di festeggiare una felicità, però, che si porta dietro anche tutta una serie di evidenze, che però hanno bisogno di farsi sentire. Una canzone che, secondo me, chiede a chi ascolta di cantare e essere felici anche per le persone che non sempre si vedono o non sempre hanno la voce di farsi vedere.
Se la scrittura nasce prima di tutto da una tua esigenza personale, di cosa senti il bisogno di scrivere in questo momento? Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?
Al di là della tesi della triennale, che in questo momento sarebbe la cosa che forse avrei esigenza di scrivere ora, non lo so. In realtà dipende molto dalle giornate. Sicuramente devo dire che l’Ilaria che scriverà un domani sarà estremamente più arricchita rispetto all’Ilaria che ha scritto tre anni fa. Questo libro mi ha dato prima su tutte l’opportunità di conoscere veramente tantissime persone, soprattutto tantissimi ragazzi. La cosa per cui sono più grata è l’aver visitato tantissimo le scuole. È un’opportunità incredibile, perché poi le idee vengono soprattutto da lì.
Immagine in evidenza: Giorgia Carmine
