Sleeping At Last per la prima volta al Teatro dal Verme di Milano

Sabato 6 giugno, Sleeping At Last in concerto per la prima volta in Italia al Teatro dal Verme di Milano.

Le origini

Il progetto musicale di Ryan O’Neal, in arte Sleeping At Last, nasce nel 1999 come gruppo indie-rock insieme al fratello Chad e all’amico Dan Perdue. Nel 2011 i tre decidono di prendere strade diverse, mentre Ryan rimane l’unico membro permanente. Nel corso degli anni, Sleeping at Last si è distinto per l’intimità delle composizioni, la profondità dei testi e l’unicità nei concept album, alcuni dei quali ancora oggi in continuo sviluppo.

Forse non tutti familiarizzano con il suo nome, ma molti avranno probabilmente già ascoltato almeno una sua canzone senza rendersene conto. Infatti le musiche di Sleeping at Last sono estremamente richieste dai music supervisor a causa della loro straordinaria capacità di aggiungere pathos emotivo a scene particolarmente toccanti.

Tra gli esempi più celebri ci sono Turning Page, colonna sonora del matrimonio che ha fatto sognare generazioni, Twilight; All Through the Night, utilizzata in The Vampire Diaries; e, più recentemente, Saturn, scelta per accompagnare lo straziante finale di stagione della serie We Were Liars. In Grey’s Anatomy compaiono oltre trenta canzoni firmati Sleeping at Last, colonna sonora di alcuni dei momenti più strazianti della longeva serie statunitense. Insomma, se c’è qualcuno da incolpare – oltre Shonda Rhimes – per le lacrime versate, ora sapete con chi bisogna prendersela.

One man only

È la prima volta che, dal lontano stato dell’Illinois, la musica di Sleeping at Last arriva in Italia in veste di performance dal vivo. Un pianoforte a coda, due chitarre, qualche microfono e un disegno di luci essenziale sono tutto ciò che occorre a Ryan O’Neal per costruire lo spettacolo. Nell’era delle produzioni scenografiche sempre più maestose ed elaborate, Sleeping at Last ricorre all’essenziale.

Setting del palco. Foto di Giulia Impiombato

Il concerto ha inizio con I’ll Keep You Safe. Nessuna base preregistrata, nessun corista o altri musicisti ad accompagnarlo: soltanto la sua voce, nuda e cruda, insieme al pianoforte o la chitarra. È impossibile barare, poiché dalla sua voce, libera da qualsiasi effetto, traspare tutta l’emozione e l’agitazione che porta con sé l’inizio di ogni performance dal vivo (anche se lui stesso ammette prima di iniziare di non essere al meglio della prestanza vocale).

Il progetto Atlas

Ma rotto il ghiaccio, lo spettacolo prosegue spedito con North e West, due canzoni d’amore ispirate ai punti cardinali. Introducendo North, O’Neal racconta come la canzone sia nata in riferimento alla prima casa condivisa con la sua compagna, diventata poi moglie e madre dei suoi figli. «Sono accadute molte cose da quando l’ho scritta», commenta scherzando.

Let the years we’re here be kind, be kind
Let our hearts, like doors, open wide, open wider
Settle our bones like wood over time, over time
Give us bread, give us salt, give us wine

North di Sleeping at Last

I due brani sono contenuti all’interno del primo capitolo della sua colossale opera continua divisa in tre capitoli, ognuna con un suo tema dedicato. Atlas: I viene pubblicato integralmente nel 2014 ed esplora tematiche esistenziali e geologiche come il contrasto tra buio e luce (Light), i pianeti del sistema solare (Earth e Moon) insieme ad altri elementi naturali come i mari, la terra e l’atmosfera.

Atlas II si conclude nel 2019 e a sua volta si concentra sul significato della vita umana, la percezione della realtà tramite i sensi, le emozioni e, infine, il progetto Enneagram sviluppato in nove brani, uno per ogni personalità dell’omonimo modello psicologico. Da qui performerà brani come Seven, Two e Three.

Dopo Turning Page, scritta come dedica alla moglie (no, non è dedicata a Bella Swan), la magia continua con Touch e Heart. Touch nasce durante uno dei periodi più difficili per l’artista, segnato da una profonda depressione agonizzante che gli impediva di provare qualsiasi emozione. «Dedico questa canzone a tutti coloro che fanno fatica a sostenere il peso di essere umani» specifica prima di iniziare a suonare.

Sleeping at Last durante il brano Heart. Foto di Giulia Impiombato

La prima parte del concerto si conclude con Light, una tra le canzoni più toccanti mai scritte secondo il mio umilissimo parere (ascoltare per credere). O’Neal racconta la storia di un bambino che ha perso entrambi i genitori, adottando il punto di vista del bambino ormai diventato adulto e padre. Con questo piccolo stratagemma narrativo, l’artista affronta il tema della paternità in maniera universale.

I will rearrange the stars
Pull ‘em down to where you are
I promise I’ll do better

Light di Sleeping at Last

Fazzoletti alla mano

Dopo un breve intervallo necessario al cantante per riposare le corde vocali, il concerto riprende con alcuni brani tratti dal progetto Enneagram. Conseguentemente, Ryan O’Neal introduce il brano Mother, brano scritto quattro anni fa in seguito alla scomparsa della madre. «Se sono qui a cantare per voi, è merito del suo costante supporto», esclama con voce spezzata.

La commozione si diffonde in tutto il teatro mentre l’artista racconta di come eseguire questo brano in tour rappresenti per lui una “eulogy”, un tributo, un gesto catartico che gli permette di confrontarsi ancora oggi con una perdita così significativa. È stato impossibile trattenere le lacrime.

Da quel momento il crescendo di canzoni tristi non ha fatto altro che aumentare, proseguendo con Neptune (“Forse la canzone più triste che io abbia mai scritto”, ammette lui stesso) seguita da Saturn, accolta dalla prima standing ovation della serata. Il concerto si conclude ufficialmente con Nine, l’ultima personalità dell’Enneagram, al termine della quale il pubblico saluta ufficialmente il cantante con l’ultima standing ovation.

Sleeping at Last non ha bisogno di scenografie monumentali né di produzioni all’avanguardia: la sua forza risiede nella vulnerabilità della sua voce, messa al servizio di testi profondamente sentiti. “You are too kind“, ha ripetuto a fine di ogni brano in risposta agli applausi ricevuti nonostante il calo di voce. Eppure è proprio questo che il pubblico si aspetta da lui: una voce limpida, imperfetta ma autentica, in grado di toccare gli animi con la sua sensibilità.

Immagine in evidenza: Giulia Impiombato

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