“Se non pensiamo noi a noi stessi non ci penserà nessuno”: l’intervista a Rosita Manuguerra

Fra l’ombra di segreti ancestrali e il fascino doloroso di un’isola che al tempo stesso è cura e prigiona, l’esordio di Rosita Manuguerra, edito Feltrinelli, racconta la viscerale sensazione del Malanima: un male misterioso che veniva a chi stava in un posto in cui non voleva stare. In questa intervista l’autrice racconmta della genesi di una storia potente sull’adolescenza, la ricerca di sé e l’inevitabile peso della memoria.

L’esordio di Rosita Manuguerra

Rosita Manuguerra è cresciuta a Favignana, un’isola nell’isola dove ha imparato che, tra il dire e il fare, c’è davvero di mezzo il mare. Quando era piccola qualcuno le ha suggerito che il modo migliore per ritrovarsi è scrivere. Da allora, e dopo una lunga parentesi a Torino e la formazione alla Scuola Holden, racconta storie. Malanima è il suo primo romanzo.

Sull’isola non tutti vanno e vengono allo stesso modo. Ci sono quelli che arrivano con il sole di maggio e ripartono con le prime piogge di settembre. C’è chi fa avanti e indietro ogni giorno, senza più chiedersi a quale riva appartenga davvero. E poi ci sono quelli che, messi dalla vita davanti a un bivio, hanno dovuto scegliere se restare o imbarcarsi per una partenza che può valere un addio. Entrambe le scelte lasciano un segno invisibile e profondo.

Mia lo ha imparato da bambina attraverso la storia della sua famiglia – la madre Teresa è rimasta, nella convinzione che l’isola fosse l’unica realtà possibile, mentre la zia Nietta è andata via appena ha potuto – e continua a vivere questi conflitti da adolescente insieme a Giulia, Anna e Nello, gli amici di sempre.

Adesso però a portare scompiglio è arrivata Marina, la ragazza di città che non se ne andrà con le piogge di settembre. Così diversa e a tratti scostante, Marina attira su di sé sentimenti contrastanti: dalla curiosità al disprezzo, dall’attrazione all’invidia. Mia, invece, in lei vede soprattutto il fascino di chi proviene da un altrove lontano. Eppure Marina si trascina dietro legami ancestrali – sua madre Lia è legata a filo doppio con l’isola da un trauma e dall’antica amicizia con Teresa – e sembra destinata a riportare a galla segreti inconfessabili.

L’intervista

Il tuo romanzo d’esordio si intitola «Malanima». Questo male misterioso, che viene a chi sta in un posto in cui non vuole stare, a cui gli isolani hanno dato questo nome. Quanto della tua esperienza personale di isolana c’è nel racconto di questo male che hai messo al centro del romanzo?

Quando parlo di questo romanzo dico sempre che si tratta di un romanzo puro, nella misura in cui tutti i fatti all’interno sono inventati e anche la voce narrante non corrisponde alla mia voce, a me stessa. L’unica cosa veramente autobiografica che in parte c’è all’interno del romanzo è proprio questa sensazione del malanima, che però è una sensazione che si declina in ognuno di noi in maniera diversa. Quella che io do all’interno del romanzo è una spiegazione fittizia, perché io sono convinta che i romanzi non debbano spiegare troppo, ma debbano poter camminare nella mente del lettore nel momento in cui ha terminato la lettura. Quindi quello è un input che io do affinché il lettore inizi a inquadrare in un determinato modo i fatti narrati, e da lì in poi non leggerà più con la stessa prospettiva le vicende, per esempio, di Nietta. Però malanima è, si il malessere che prova chi sente di stare in un posto in cui non dovrebbe stare, ma in senso largo si riferisce anche a un momento della vita in cui non ci ritroviamo più, magari a una relazione che non sappiamo come chiudere. Il fatto che questo termine si riveli così universale è anche il motivo per cui il romanzo sta andando molto bene anche all’estero. Però, quando io ho concepito questo termine, in realtà l’avevo pensato con una certa specificità regionale, perché era un po’ la sensazione che io avevo provato negli anni da fuorisede, ma che avevo anche ritrovato spesso, da operatrice nel turismo qui a Favignana, negli occhi degli isolani. Noi isolani, noi siciliani, e noi persone del sud in generale siamo sempre sospesi tra il desiderio di restare e la volontà di andare via, perché sappiamo che nel corso delle nostre vite dovremo far fronte a delle carenze strutturali e a un certo punto dovremo inevitabilmente partire, sia per studiare sia per curarci. Per lungo tempo ho cercato un termine che potesse tenere dentro tutte queste cose, e alla fine è un termine che un po’ fa eco alla solitudine di Gesualdo Bufalino.

Grande protagonista del romanzo potremmo dire essere l’isola. A pagina 44 scrivi «Non importa se è vero. Qui è vero quello che raccontano. Se lo dice abbastanza gente diventa vero». L’isola è quindi un luogo in cui tutti si conoscono e le voci corrono veloci. Quanto pesa questa cosa sulle vite dei personaggi e perchè era importante per te raccontarlo?

L’isola è un microcosmo e come tale ha le sue leggi, delle leggi a cui rispondere. Nelle piccole comunità esiste una cosa che è un po’ l’occhio della gente, un occhio che non si identifica esattamente con una persona specifica, però tu sai che c’è. Io ricordo che quando viaggiavo, quando andavo a scuola a Trapani in aliscafo, spesso dicevamo che nel momento in cui mettevamo piede sulla passerella per tornare, già tutti sapevano di che colore avevamo i calzini. Però è sicuramente una dimensione che va restituita nel momento in cui tu vuoi restituire quella che è una comunità e questa ovviamente è una cosa che incide anche sulle vicende dei personaggi. Su ognuno di loro incide in maniera diversa, perché ad esempio per Lia Amato questa cosa assume una certa dimensione, possiamo dire che determina una parte della sua vita adulta. Però vediamo anche come si possa vivere totalmente slegati dal sentire comune in un certo senso. Secondo me la chiave per slegarsi da tutto questo è semplicemente quella di non farci caso, cioè di non dargli troppa importanza. Ascoltare, quando si tratta del sentire comune, può essere molto complicato, molto doloroso. Allora forse sarebbe meglio non farlo e ascoltare soltanto la voce degli amici più cari oppure delle persone che ti vogliono bene, perché altrimenti non si riesce a vivere in maniera libera se si dà troppa importanza a quella che è l’opinione della gente. 

«Sapevo che l’isola può farti ammalare, sia che ti imponga di restare sia che ti costringa ad andare» scrivi a pagina 76. Lia e Nietta per esempio sono due personaggi che dall’isola se ne sono andate. Tuttavia, la prima la dipinge ancora nelle sue tele e la seconda ancora osserva i movimenti del vento come una vera isolana. L’isola quindi ce la si porta dentro senza potersene mai liberare?

Io penso che qualunque sia il contesto in cui cresci, quello contribuisca a formare il tuo sguardo ed è una cosa che ho notato su di me. Noi non siamo individui liberi dal nostro passato. Si tratta di qualcosa con cui a un certo punto dobbiamo fare i conti, soprattutto se vogliamo autodeterminarci. A quel punto allora possiamo capire anche qual è il nostro valore, dove risiede la specificità del nostro angolo di sguardo. Per me, ad esempio, prescindere dal dato geografico per questo romanzo sarebbe stato complicatissimo, perché è ovvio che è frutto di tutto quello che ho osservato negli anni. Secondo me in ogni romanzo che scrivi non puoi evitare di portare dietro una quota del tuo vissuto. Neanche nella misura in cui vai a raccontare dei fatti realmente accaduti, ma nella misura in cui proverai sempre a trasmettere un qualcosa di quello che conosci. 

Questo dilemma fra l’andarsene o il restare si snoda un po’ per tutto il romanzo. A pagina 82 scrivi «Bisogna sciogliere tutti i nodi, non si scappa da niente». Quindi andarsene significa necessariamente scappare o ci vuole forse più coraggio a rimanere? 

Io penso che entrambe le scelte possano avere pari dignità se provengono da una persona risolta. Se per qualcuno, ad esempio, è necessario per la sua evoluzione di individuo partire, allora dovrebbe partire. Poi può essere che in questo, o altrove, trovi una dimensione da considerare casa, e quella è assolutamente dignitosa come scelta. Come può essere assolutamente dignitosa la scelta di restare a priori senza mai aver visto nient’altro. Penso che ognuno di noi debba guardare dentro di sé e capire quale sia la soluzione giusta. L’unica cosa che rischia di generare delle crisi è quando le cose si fanno per fuggire. Penso che dai problemi non si scappi e che prima o poi, anche se cambi il luogo, le problematiche si ripropongono. Ad esempio io avendo vissuto la mia adolescenza sull’isola, avendo lavorato nel settore del turismo, sono stata a contatto con tantissime persone che arrivano sull’isola per scopi turistici e spesso vedevo in loro questo desiderio di cercare una sorta di cambiamento personale tramite il viaggio. Molto spesso noi viaggiamo anche per mettere da parte i problemi. Il risultato è che, soprattutto nei periodi di over turismo, ci ritroviamo con una quota incredibile di persone non risolte in giro per l’isola. Però è una cosa che ci diciamo comunque spesso anche tra di noi da piccoli, che se hai un problema ti dici “forse parto e mi schiarisco le idee”. Io penso che sì, puoi schiarirti le idee, ma certamente non basta soltanto il viaggio a cambiare come ti senti. A un certo punto devi fare autoanalisi e capire cos’è che effettivamente sta generando attrito nella tua vita. 

Nell’interrogarsi sull’andarsene o restare a pesare sulla decisione sembrano esserci anche i legami. A pagina 25 scrivi «Ricordalo sempre: i legami ti fottono». I legami quindi ci impediscono di scegliere davvero liberamente se restare o andarsene?

Assolutamente no. Per rispondere a questa domanda uso la metafora dell’albero: un albero con radici forti consente alla chioma di espandersi meglio. Questo è il ruolo che io do ai legami. I legami ci consentono di avere quella rete di sicurezza, quell’armonia molto spesso, che ci fa scegliere più liberamente dove vogliamo stare e in che determinato momento. Però appunto ci sono anche dei legami che si sviluppano secondo un meccanismo traumatico magari. Torniamo al discorso delle relazioni tossiche che facevo prima. Molto spesso noi ci convinciamo che il nostro bene stia in un legame che in realtà non è funzionale a noi e perdiamo lucidità. Perdiamo lucidità perché pensiamo che magari le cose cambieranno, miglioreranno, e non diamo abbastanza importanza al fatto di stare male. Quindi, insomma, il gioco sta nel capire quali sono i legami positivi. 

I personaggi di questo romanzo si interrogano spesso sul senso di appartenenza. A pagina 198 scrivi «Ci sentiremo mai a casa in qualche posto del mondo?». Che cosa impedisce ai personaggi di sentire di appartenere davvero a qualcosa?

Penso che il nostro senso di appartenenza si crei inglobando in sé tantissime cose. Ad esempio, io ho vissuto per molti anni a Torino e per me lì ci sarà sempre una parte di casa. Sia perché in quella città ci sono alcuni miei ricordi felici, sia perché lì ci sono ancora molti dei miei amici. Quindi sarà sempre con gioia che io vi farò ritorno. Però appunto a un certo punto inizi a considerare casa il posto a cui ti viene spontaneo pensare quando dici “devo tornare”. In un dato momento per me quel posto è tornato a essere Favignana. Per dieci anni non sono stata stabilmente a Favignana.  Tornavo durante l’estate per lavorare come stagionale e avevo sempre detto che sull’isola non avrei mai fatto ritorno. Poi le cose sono cambiate, anche perché mi sono resa conto che gli anni passati lontani dalla famiglia non te li restituisce mai nessuno. C’è sempre un qualcosa che comunica con la tua anima nel posto in cui sei cresciuto. Poi c’era anche una sorta di desiderio di voler provare, contribuire, a cambiare le cose qui, di restituire una parte di quello che in me è cambiato crescendo. Quindi è con una sorta di consapevolezza nuova che ho fatto ritorno. Però penso che per molte persone la casa d’elezione non corrisponda necessariamente alla casa natia e si trovano bene comunque. Per me è stato diverso ed è stato diverso anche rispetto a quello che io stessa mi sarei aspettata. Diciamo che la vita è sempre pronta a stupirti e che ognuno di noi poi trova la sua definizione di casa.  

Mia, la protagonista, vive un profondo senso di solitudine e inadeguatezza. Perché fa così fatica ad accettarsi per quello che è e a sentirsi all’altezza degli altri? 

Penso che sia un po’ il gioco di cui tutti facciamo esperienza da adolescenti. L’adolescenza è quel periodo della vita in cui mettiamo in gioco un po’ tante parti di noi, a volte anche opposte fra loro, per capire quali porteremo con noi nella vita adulta. Penso che Mia stia ancora capendo chi vuole diventare da adulta e non avendo la sicurezza di chi è subisce ancora molto il giudizio degli altri. Mia resta affascinata dalla figura di Marina proprio perché pensa che lei sia libera, in una maniera che lei non ha mai provato per se stessa. Poi anche perché pensa che sia una persona profondamente tenera, basta pensare al primo momento in cui si incontrano, quello del delfino, che è il momento che rende un po’ Mia depositaria di una sorta di verità rispetto all’intimo di Marina. Mia da quel momento in poi sa che Marina è molto più sensibile rispetto alla facciata che porta in giro nel mondo, rispetto alla Marina che interagisce con gli altri e che sembra quasi non voler avere rapporti con loro. Poi capiamo che l’atteggiamento di chiusura di Marina è da imputarsi anche a una serie di traumi, oltre al voler fare una selezione rispetto alle persone che incontri nel corso della vita. 

Marina arriva dalla città ed è vista da tutti come diversa. Attraverso gli occhi di Mia la vediamo soffrire per un dolore non suo, legato a un passato dell’isola che tutti le nascondono. Quanta influenza ha questo dolore su chi è Marina e come la vediamo? 

Influisce tantissimo perché appunto si va a innescare, come per Mia, in un quadro di sviluppo adolescenziale dove una persona già deve far conto con i suoi problemi, con tutto quello che comporta il crescere. Però molto spesso, mentre noi cresciamo, ci troviamo a dover avere a che fare anche con problemi che sono più da adulti, pensando di poterli risolvere. La verità è che molto spesso i ragazzi contro queste cose non possono nulla, cioè possono comprenderle, però i problemi dei genitori vanno risolti fra genitori. Tutto questo molto spesso si scontra con una mancanza di comunicazione fra genitori e figli. Quindi Marina ne soffre, ma non ha neanche gli strumenti e i motivi necessari per poter parlare veramente di questa cosa con sua madre. Anche perché è un po’ vittima di una sorta di meccanismo di protezione che prova nei confronti della madre. Lei da un lato vuole proteggere sua madre e dall’altro è arrabbiata con lei perché l’ha sradicata a causa di questo passato non meglio chiarito. 

«Ci siamo scelte, non ricordi?» scrivi a pagina 183. Mia e Marina sono opposte eppure si scelgono, diventano amiche. Perché era importante raccontare di questo loro scegliersi?

Per me era molto importante perché penso che nei piccoli contesti molto spesso i rapporti si sviluppino per inerzia. Semplicemente magari tu esci e trascorri il tuo pomeriggio con chi incontri casualmente e finisci per considerare quelle persone il tuo gruppo di amici. In realtà quanto spazio dedichiamo singolarmente a quelle persone? Quanto possiamo dire di conoscerle? Io invece penso che un vero rapporto di amicizia presupponga una scelta, come avviene anche per le relazioni amorose. A un certo punto noi il partner lo scegliamo, non è una cosa che semplicemente capita. Però scegliersi significa anche rendersi parte attiva di quel rapporto. Non sottrarsi ad esempio nel momento in cui ci sono dei litigi, ci sono delle fasi critiche e mettersi in gioco per chiarire le cose, per scoprire, anche tramite quel confronto, qualcosa di nuovo che riguarda noi stessi e l’altro. 

Altro tema che attraversa il libro è la libertà. A pagina 142 scrivi «Non potei fare a meno di pensare che fino ad allora la libertà mi era sembrata più qualcosa da guadagnarsi lungo il cammino che un diritto di nascita. Qualcosa che comportava un prezzo da pagare». Che cos’è la libertà e perché era importante parlarne?

Cos’è la libertà penso emerga chiaramente dal libro. Libertà di scegliere. Però per poter scegliere liberamente dobbiamo partire tutti dagli stessi blocchi di partenza. Nel contesto isola, isola minore, ma anche sud Italia, noi sappiamo benissimo che la parità delle condizioni ci è preclusa. Ad esempio anche il diritto all’istruzione va a dislocarsi in maniera diversa a seconda delle regioni d’Italia. C’è chi necessariamente deve spostarsi per studiare e deve iniziare a fare sacrifici, nel nostro caso già delle superiori. Ci sono anche famiglie che decidono di acquistare casa a Trapani per poter far studiare i figli. Penso ad esempio agli abitanti di Marettimo o di Levanzo, dove ormai una scuola non esiste più. Il dato geografico e la mancanza di garanzia nei riguardi di questi diritti influenzano molto le scelte che una persona può compiere. Una persona che vuole restare vicina potrebbe anche limitarsi a un dato numero di facoltà, invece di scegliere liberamente quello che vorrebbe fare. Possono influenzare questa scelta anche le condizioni economiche di partenza della famiglia, perché si può pensare di studiare una determinata materia, perché potrebbe dare garanzia di un lavoro che genererebbe più profitto. Anche se ormai sappiamo che oggi tutto questo non è più garantito a fronte dello studio. Poi ancora, senza neanche iniziare a parlare del discorso del diritto alla salute. Anche quello noi sappiamo benissimo che non è garantito come nelle altre parti d’Italia. Sia perché appunto qui da noi non c’è un ospedale, sia perché il sistema sanitario non funziona quanto nel resto delle regioni d’Italia. Sappiamo che se magari ci ammaleremo, saremo costretti a spostarci per andare altrove. Se non pensiamo noi a noi stessi non ci penserà nessuno. Abbiamo costruito una società di questo tipo, dove in realtà le nostre scelte non sono frutto di un esercizio di libertà, ma soltanto di una scansione delle possibilità a nostra disposizione. 

«Sull’isola portavamo tutti il marchio dei nostri antenati, il nostro sangue arrivava prima di noi» scrivi a pagina 119. Quanto era importante raccontare anche la memoria, il passato e la tradizione?

Ho scritto quella frase soprattutto pensando ai patronimici, perché qui quando vogliono sapere chi sei la domanda preferita è “a cu appartene?”, ovvero “a chi appartieni?”. Quindi l’appartenenza prima a una famiglia e poi a te stesso. A un ramo familiare, a qualcosa che non ha a che fare con l’individuo che sei. Questa cosa mi ha sempre affascinata e ha sempre suscitato delle riflessioni in me. Andava raccontata perché fa parte di questa realtà e di tante altre realtà del Sud Italia. Penso che tutti noi che proveniamo da piccoli luoghi, da province, abbiamo ben chiaro di cosa parlo. Eppure è sempre un modo per poter suscitare un ragionamento su un meccanismo dal quale è necessario emanciparsi. 

Penso che sia molto importante raccontare la tradizione. Pur non avendolo fatto veramente, perché comunque il mio non è un romanzo storico e io invento moltissime delle tradizioni che si trovano dentro questo romanzo. Però anche le tradizioni di un luogo, la storia locale, contribuiscono a creare l’appartenenza a un luogo. Soprattutto quando una comunità sa chi è, combatte attivamente contro la perdita di significato, contro la damnatio memoriae, che è anche uno dei rischi che penso che corrono oggi le località vessate dall’overturismo. Sempre più spesso magari non diventiamo una destinazione per le nostre tradizioni, per la nostra storia locale, ma veniamo scelti soltanto per le bellezze naturalistiche. Questo intanto mette a rischio le bellezze naturalistiche, ma fa anche in modo che di anno in anno, di volta in volta, quasi si inizi a dimenticare di valorizzare la storia locale. Il rischio è appunto quello che la gente perda anche l’attaccamento a questo luogo e che un giorno queste località possano diventare soltanto dei meri villaggi turistici che sono un po’ l’epicono di se stesse.  

Se “Malanima” fosse una canzone, che canzone sarebbe?

“Le vent nous portera”, ovvero “Il vento ci porterà”, che è una canzone francese che a me restituisce tanto di questo meccanismo per cui le nostre giornate sono determinate dal vento. Però ha anche questa melodia di bassi, questo sentore malinconico, che ti accompagna con il suo ritmo, ma genera anche una sorta di malinconia pur nella bellezza. 

Cosa possiamo aspettarci in futuro? C’è già un’altra storia che ti sta chiedendo di essere raccontata? 

Diciamo che è ancora un momento prematuro per me per parlarne, però sarà una storia profondamente diversa. Non sarà una storia ambientata sull’isola, però parlerà di sud in una maniera nuova. Devo dire che mi sto scervellando parecchio in questo periodo per scrivere questo nuovo romanzo. Anche perché penso che il gioco del romanzo d’esordio sia anche un po’ dimostrare a se stessi che si è in grado di scrivere un romanzo. Invece per quanto riguarda il secondo, magari si tratta anche di confermare, però io sto tanto ragionando su come entrare in comunicazione con un certo tipo di letteratura che mi è piaciuta, fra i cui tomi vorrei poter vedere il mio romanzo un giorno. 

Immagine in evidenza: Giorgia Carmine

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