L’Italia balla da sola. Costi e promesse della manovra gialloverde (e anti UE)

Nei corridoi di Bruxelles è tornata la quiete, quanto meno sino a Maggio. La tempesta, invece, sembra essersi scagliata su una manovra economica in forte controtendenza rispetto a quelle passate.

E’ la prima manovra finanziaria che Bruxelles ha negoziato con un governo autodefinitosi “populista”

Le misure tanto promosse dai due schieramenti di maggioranza hanno infatti un costo, che verrà pagato dai cittadini italiani e non dall’UE. Reddito di cittadinanza e quota cento, cavalli di battaglia elettorali, sono i due punti cardine di questa finanziaria. Entrambi partiranno nel 2019, anche se piuttosto limati rispetto alle previsioni iniziali.

Al primo saranno destinati 7,1 miliardi (1,9 in meno) e la misura potrebbe partire già da fine marzo. Tuttavia si sostiene che la platea di riferimento del reddito di cittadinanza non cambierà: circa 1,7 milioni le famiglie interessate. Nel secondo si concentra invece la battaglia della Lega contro la legge Fornero, ultima riforma pensionistica che fissa l’età pensionabile a 67 anni. Con le nuove disposizioni, si potrà andare in pensione anche a 60 anni di cui 40 di contributi versati. Seppure gli effetti della legge dovrebbero restare validi per soli 3 anni.

Per il popolo ci saranno solo 52 miliardi di tasse in più

La procedura d’infrazione è stata dunque evitata. E’ il risultato di un dialogo aperto solo negli ultimi giorni utili prima del verdetto. Dopo le tensioni che a novembre hanno fatto volare lo spread sopra i 300 punti base – si è parlato, tra i commentatori, di crisi auto-inflitta – la novità sta nel passo indietro, giustificato dalla maggioranza di governo come “soldi che avanzano”. Infatti, il deficit che si affacciava al balcone del 2,4%, in realtà nella Legge di  Bilancio non supererà il 2,04%. Un quattro, ecco l’unica cosa imposta dalla Commissione Europea. In questo modo verrano risparmiati ben 10 miliardi, che non aiuteranno di certo la crescita, per il 2019 stimata a +1% del Pil reale e non più a 1,5%.

Un quadro dei dati macroeconomici relativo ai provvedimenti cardine della manovra. Fonte: Il Sole 24 Ore

A suon di numeri, tutte le campane potrebbero suonare la stessa musica. Sta di fatto che la certezza su quanto queste misure incideranno nella creazione di posti di lavoro e aiuteranno le imprese ad assumere non la si ha.

Il dato rilevante, se non ovvio, è che questa sia una finanziaria che non pone al centro i giovani. E sono quest’ultimi ad aver espresso maggior consenso per i partiti populisti, in particolar modo al Sud. Un meridione che, in cambio del consenso, ora vedrà minori aiuti per il fondo a sostegno di “sviluppo e coesione”.

Ma ciò che crea maggiori dubbi sono le cosiddette “clausole di salvaguardia”, introdotte nel 2011 per tutelare i saldi di finanza pubblica, che scatteranno automaticamente se non verranno raggiunti gli obiettivi di crescita. Nel 2019 l’IVA non aumenterà. Nel biennio successivo si rischiano invece aumenti sulle imposte dirette per un totale di 52 miliardi. Un salasso senza precedenti, che potrebbe strangolare i consumi e i debolissimi segnali di ripresa dell’economia nazionale.

Previsioni per il 2019: l’Italia nel contesto internazionale. Fonte: Il Sole 24 Ore

Ascolta la puntata di Zizzania del 21 dicembre 2018 – Ospite prof. Luca Barbarito

Per difendere il 2% di deficit, il governo si avvale inoltre di 2 miliardi per eventuali scostamenti: soldi che metteranno un’eventuale pezza su quota cento e reddito di cittadinanza. Una cifra ricavata anche da tagli agli investimenti, aggravi di imposta e cancellazione di agevolazioni. Il taglio a pensioni agevolate, una delle tante, per un totale di 76 milioni (della durate di 5 anni per non rischiare l’incostituzionalità) o la dismissione degli immobili.

Ma vediamo anche l’azzeramento del credito d’imposta per nuovi beni strumentali, l’abrogazione credito d’imposta IREP, azzeramento per agevolazioni IRES, il ridotto stanziamento a favore di beni immateriali (brevetti), la riduzione fondo industria 4.0 ed una riduzione degli investimenti pari a 600 milioni per Ferrovie dello Stato e 800 per il fondo di sviluppo e coesione.

Fa discutere il taglio per le agevolazioni IRES, rivolto a tutti quegli enti no-profit – di formazione ma anche di primo soccorso e d’aiuto sanitario – che svolgono da sempre un ruolo fondamentale per il nostro Paese, arrivando lì dove lo Stato fatica ad esserci. Dopo le polemiche, il governo sembra però essere disposto a fare un passo indietro e rivedere la norma, allentando così le proteste e la movimentazione di un mondo davvero vasto in Italia. “Nientesconti per i furbetti” – avverte però il ministro degli interni.

Web tax: l’Italia sarà il primo Paese europeo ad attuarla

Ultima, ma non per importanza, è la “web tax”, introdotta nella nuova legge di bilancio con un aliquota al 3%. La tanto attesa tassa per i colossi del web era presente anche nelle manovre passate, ma di fatto non era mai entrata in vigore. Questa, per come descritta,  comporta una tassa per le imprese che operano nel settore digitale e nella pubblicità online, aventi non meno di 750 milioni di ricavi complessivi e non meno di 5,5 proveniente da esercizi digitali.

In Europa si attende ancora una tassa che regoli il mercato dei colossi del web, ma nell’attesa alcuni paesi decidono di regolare i conti a modo proprio e tra questi vi è anche l’Italia. Cosa comporterà e come reagiranno sia le grandi multinazionali che le tante imprese presenti nell’online lo toccheremo con mano solo con l’entrata in vigore.

Via libera a chi esercita le professioni sanitarie senza titolo

Se pensavate poi che questa manovra tutelasse l’impegno e gli studi dei giovani laureati, allora è il momento di ricrederci un po’ tutti laureati, ma senza lode. Uno degli emendamenti presentati in corsa appare infatti come u

n vero e proprio condono per tutti quei tecnici e “professionisti” che operano, pur senza titoli, in campo sanitaria.

Basterà aver svolto almeno 36 mesi di lavoro negli ultimi 10 anni per poter poter essere iscritti all’Ordine di riferimento. Parliamo di fisioterapisti, ostetriche, tecnici di laboratorio, logopedisti che, grazie alla modifica della legge 42/99 con un apposito comma (a firma M5S) potranno esercitare la professione senza però partecipare a concorsi o bandi regionali per il rilascio di titoli. E soprattutto, senza aver compiuto, in passato, gli studi adeguati.

Le associazioni di categoria si vedono spiazziate e rivendicano l’importanza per la salute e la sicurezza del sistema sanitario nazionale, attribuibile con l’iscrizione all’albo di competenza. L’iscrizione, difatti, comporta studi, prove, test e tirocini per l’accesso: sacrifici per i giovani studenti che, in questo modo, verrano solo disincentivati a proseguire.

Dunque, il quadro più o meno completo della nuova legge di bilancio è quanto di più diverso dalle precedenti. Vira su una prospettiva di crescita piuttosto grigia e appare come una manovra pensata e scritta per il breve periodo, per il costo delle promesse sbandierate in campagna elettorale e descritte come soluzione a problemi molto più complessi e profondi.

È il costo di una manovra voluta dagli italiani e che pagheranno gli italiani. Quello di due leader a confronto e di un parlamento ridotto al voto senza alcun dibattito costruttivo. Quello di chi annuncia “aboliremo la povertà” e intanto fa languire la democrazia parlamentare.

Antonio Caputo 
per la redazione di Zizzania