Viaggio. Quali sono le vere sfide da affrontare?

Che siano due settimane, un mese, oppure un anno un viaggio da soli è sempre una sfida. Siamo sicuri ed entusiasti di partire fino all’ultimo momento. Poi però, quando vediamo la valigia allontanarsi sul nastro trasportatore del check-in, realizziamo completamente ciò che sta accadendo. A questo punto siamo incastrati, ci siamo fatti carico della partenza. Dunque, con la nostra buona dose di sane paure, tentiamo di affrontare il drago.

Secondo i dati Istat 2017/2018, sono stati 41.000 gli studenti che hanno scelto esperienze di viaggio come Erasmus o Erasmus+

Si chiama esperienza il nostro drago e noi siamo tanti e siamo giovani. Che sia il lavoro, l’Erasmus o il Servizio Volontario Internazionale sentiamo di dover andare. Non si tratta di una fuga o, come qualcuno sostiene, del sintomo della nostra attuale instabilità. Dobbiamo il viaggio a noi stessi, perché speriamo di tornare diversi, cresciuti forse.

Io stessa ho voluto sperimentare il viaggio. Non so dire se questo desiderio fosse dovuto al retaggio delle esperienze odissiache dei miei antenati attraverso l’Atlantico o alle avventure dei poeti beat. Probabilmente in qualche angolo della mia mente si trovava anche questo, ma non soltanto. Il viaggio come esercizio formativo è un concetto che affonda le sue radici nei Grand Tour, intrapresi dai giovani aristocratici dell’ottocento. Se non dalle peregrinzazioni europee dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam. Oggi ha però assunto le connotazioni romantiche che all’inizio del secolo erano proprie della guerra, o del servizio militare. Si emigra dalla propria città, dal proprio gruppo di amici e dalle proprie abitudini. Se ne esplorano di nuove.

Ricordo di essermi sentita spaesata, quest’estate. Ero appena arrivata ad Amarante, il paesino portoghese dove avrei partecipato ad attività di volontariato ambientale per alcune settimane. Il borgo era pittoresco, con le strade adornate da botteghe tipiche ed il famoso ponte dove il generale Silveira fermò Napoleone Bonaparte. Non riuscivo però a guardarmi intorno, senza dimenticare di essere lontana da qualsiasi cosa

Anche il grande scrittore tedesco delle “Affinità Elettive” Johann Wolfgang Goethe intraprese un Grand Tour in Italia. Il viaggio funse da ispirazione per molti dei suoi successivi romanzi.

fosse per me conosciuta. Il mondo nuovo, fuori dalla mia, così detta, “Confort Zone”. Quel primo giorno mi è parso interminabile.

Sembra assurdo, ma una grande parte della nostra identità dipende dal luogo in cui ci troviamo. Anch’essa, come noi, si esprime al meglio nei luoghi che conosce, dove può parlare la sua lingua e affermarsi, forte del retroterra comune che la circonda. Lontano, in viaggio, essa si mette alla prova tanto quanto le nostre capacità. Si modera nei comportamenti, talvolta esplode, ma se ne vergogna. Ciò continua sino al momento magico in cui troviamo il segreto per scoprirci. Ci consentiamo di riposarci e abbassiamo la guardia.

Non ho impiegato molto tempo ad adattarmi al nuovo gruppo. Abbiamo iniziato a mescolarci dalla prima sera. Si parlava inglese. Le nostre rispettive lingue però andavano a comporre curiosamente un nuovo idioma comprensibile a tutti. Per permettere alle differenze e alle nostre personalità di combaciare impiegammo qualche giorno di più. Un processo lento, eppure inesorabile che inglobava me e tutti gli altri nei ritmi e nei luoghi.
Questo, credo, più che gli altri mestieri imparati, sia stato il grande insegnamento del mio viaggio. Questo, quello che ha consentito a me, come a molti, di cambiare, di crescere.

Quindi, la prova definitiva con cui i giovani aristocratici ottocenteschi volevano confrontarsi nei loro lunghi percorsi artistici in Italia era l’incontro. Lo stesso con cui tentavano di misurarsi giorno per giorno gli scapestrati Keruac e compagni.

Piccola cittadina nel nord del Portogallo, Amarante è meta di numerose esperienze di Erasmus e Volontariato Internazionale.

Prendere un volo da soli, orientarsi in una città sono probabilmente competenze semplici da raggiungere. Lasciarsi contaminare dal nuovo richiede un passo ulteriore. Inglobare il diverso, restando saldi in se stessi. D’altra parte, secondo una citazione di pasoliniana memoria, assimilare l’altro si rende necessario per migliorarsi.

Alla fine del mio viaggio, è rimasta in me indelebile quella famiglia-babele, formata da noi tutti stranieri gli uni agli altri. Anche guardando le foto, sembra impossibile. È però questa la forza che ci permette di resistere, pur sentendo la mancanza di casa. Un’attrazione inconscia che ci convince a cercarci lontano. Lo stesso motivo per cui siamo sicuri, quando mettiamo la valigia sopra il nastro trasportatore del check-in.