In occasione della presentazione dei nuovi palinsesti televisivi 2026/27, ho intervistato Daniela Ercolani, Direttrice del giornale TeleSette, discutendo del futuro della televisione.
Partiamo dalla rete ammiraglia, Rai 1. La novità più rilevante di quest’anno è l’introduzione di una terza serata autunnale dedicata all’intrattenimento, collocata il mercoledì e affidata interamente a Carlo Conti. Vedremo il ritorno di Tale e Quale Show, l’evento contro la violenza sulle donne Una Nessuna Centomila con Fiorella Mannoia e, a distanza di sette anni, lo Zecchino d’Oro in prime time. Pensa che questa scommessa possa funzionare? E soprattutto: considerando l’alto numero di titoli concentrati in autunno, Rai1 riuscirà a coprire l’inverno e la primavera, stagioni in cui ha sempre faticato maggiormente?
Sulla capacità di trovare titoli per le stagioni successive non ho dubbi, anche perché ho l’impressione che tutti i broadcaster abbiano un palinsesto ancora in costruzione — chi più chi meno, con le reti private fisiologicamente più agili di quelle pubbliche.
Il vero nodo è la collocazione: il mercoledì è stato per anni un giorno quasi “disarmato”, presidiato stabilmente da Chi l’ha visto? e poco altro. Quest’anno, per una strana congiunzione astrale, è diventato il terreno di scontro in cui tutti hanno voluto inserire un pezzo da novanta. Non sarà affatto una serata semplice. Personalmente, non so quanto lo spostamento al mercoledì di Tale e Quale Show sia un reale vantaggio per Conti, ma di certo è un asso nella manica che la Rai si gioca in questa nuova collocazione. Oltre al confermato Malgioglio, vedremo in giuria Elettra Lamborghini e Alessandro Siani, un innesto interessante. Arriveranno poi lo Zecchino d’Oro e lo speciale sul femminicidio. Diciamo che la Rai si posiziona sul mercoledì per testare il terreno e capire quanto frutterà in ottica futura.
Come giustamente anticipava, il mercoledì sera si preannuncia un vero e proprio ingorgo: Rai 2 lancia il nuovo talk di Inciocchi, Rai 3 rinnova la conduzione di Chi l’ha visto?, Bianca Berlinguer trasloca su Rete 4 e il Nove raddoppia l’appuntamento con Che tempo che fa.
Hai centrato perfettamente il punto. Una serata storicamente tranquilla è diventata un imbuto di grandi format. Fabio Fazio, portando il Tavolo al mercoledì, si trascina dietro una fetta di pubblico fidelizzato che lo seguirebbe a prescindere dal canale, persino sul Nove. Lo spostamento della Berlinguer serve invece a cedere il martedì alla grande entrée di Mediaset, ovvero Milo Infante. Per quanto riguarda Inciocchi su Rai 2, parliamo di un giornalista estremamente in gamba: sarà molto interessante capire cosa riuscirà a proporre.
Restando su Rai 2, la rete ha storicamente un problema con i talk show. Gli esperimenti passati, da Anni 20 al programma di Ilaria D’Amico, si sono rivelati dei flop. Crede che con Inciocchi sarà la volta buona?
Glielo auguro di cuore, ha tutta la mia stima. Lo slot però è complicatissimo: ognuno ha pensato di inserire una novità nel mercoledì credendo di trovarlo vuoto, e invece si è creato un incrocio di binari simile alla stazione di Bologna.
Il bacino d’utenza del mercoledì non è infinito e scontrarsi con un colosso come Fazio sarà durissima. Va anche detto che il talk politico e d’attualità vive storicamente il martedì. Tuttavia, entriamo in un anno cruciale tra le elezioni di mid-term americane e le prossime scadenze elettorali italiane: l’informazione sarà un presidio fondamentale. Vedremo se questo dinamismo si tradurrà in ascolti. Molti parlavano di palinsesti statici, ma io noto che, dai grandi ai piccoli, nessuno è rimasto fermo a guardare.
L’addio di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto? lascia un vuoto pesantissimo. Si era parlato di Stefano Coletta, che però ha fatto un passo indietro, e la Rai sembra prendere tempo. Come si risolve una sostituzione dopo 22 anni di conduzione?
È stato un fulmine a ciel sereno e la Rai non ha ancora le idee chiare. Coletta è un autore storico del programma, sa bene dove mettere le mani, ma è consapevole che una trasmissione così caratterizzata richiede un impegno totale. Sostituire la Sciarelli è un’impresa complessa: serve un volto molto riconosciuto ma per nulla egocentrico, capace di fare un passo indietro per mettere al centro le storie e le persone, mantenendo equilibrio e obiettività pur lasciandosi coinvolgere emotivamente.
La Rai ha di fronte due scelte: scegliere una risorsa interna, quindi trovare un/una giornalista già all’interno della redazione (come si ipotizzava per Chiara Cazzaniga); oppure rischiare con un nuovo volto. È quello che è successo con Stefano De Martino ad Affari Tuoi: all’inizio sembrava una patata bollente, ma la rete lo ha supportato compattamente, affiancandogli figure adeguate, alla fine la scommessa è stata vinta.
Oggi in Rai c’è forse meno propensione a rischiare rispetto a Mediaset, perché manca una singola figura di riferimento che si assuma la responsabilità diretta e difenda le scelte a spada tratta.
Questo timore di rischiare si riflette anche nei grandi contenitori storici. A Domenica In, Mara Venier riproporrà le sue celebri interviste, ma il format sembra ormai inflazionato. Manca il budget per ospiti internazionali o manca l’innovazione?
Il problema economico esiste, ovviamente: i grandi ospiti richiedono gettoni sostanziosi e scelgono programmi considerati fortemente attrattivi (oggi molti preferiscono andare da Fazio sul Nove). Ma la vera, grave crisi della televisione attuale è la crisi autorale e di idee.
Mara Venier è Domenica In. È insuperabile nelle sue interviste, ma per reggere un intero pomeriggio televisivo serve molto di più. Non puoi infilare cinque interviste consecutive e sperare di tenere sveglio il pubblico dopo il pranzo domenicale. Serve costruire uno show attorno alla conduttrice: giochi intelligenti che coinvolgano il pubblico da casa, informazione rapida, costume, società e perfino la cucina.
I soldi aiutano, ma le idee si fanno con la testa. Fiorello, con Viva Rai2!, ha dimostrato che con poche risorse economiche ma con un’immensa creatività e libertà autorale si può creare un vero e proprio show di prima serata alle 7:15 del mattino.
Tornando a Fazio, lo sdoppiamento del programma con il Tavolo al mercoledì in seconda serata sembra quasi un atto dovuto. Il format compie undici anni: era una mossa da fare prima, magari ricalcando i vecchi fasti di Che fuori tempo che fa su Rai 3 e Rai 1?
Per una questione di gestione dei tempi direi proprio di sì, era ora. Cinque ore consecutive la domenica sera rischiavano di essere eccessive. Il Tavolo ormai ha una sua identità ben definita e viaggia da solo; separarlo è stata un’ottima mossa già dall’anno scorso, e lo sarà ancor di più quest’anno. Farà grandi ascolti perché è un prodotto leggero e divertente. La sfida di Fazio sarà non limitarlo alla sola cerchia televisiva, comica o sportiva, ma aprirlo all’attualità e alla realtà quotidiana, trasformandolo in uno spin-off con una sua vita propria.
Il 18 dicembre Stefano De Martino condurrà Sarà Sanremo, il primo vero test in vista del Festival. È una doppia veste pesantissima, dato che sarà sia conduttore che direttore artistico. Secondo lei è davvero pronto per un’eredità così ingombrante?
Si è preso una gatta da pelare colossale, perché Sanremo è una macchina più vasta di quanto si possa immaginare. Seguo De Martino dagli esordi e posso dire che ha lo spettacolo nel DNA. Sulla conduzione non ho mai avuto dubbi: è bravissimo. Sulla direzione artistica ero più titubante, perché servono spalle davvero larghe.
Il suo asso nella manica, però, è la capacità di fare squadra: ha attorno un team fortissimo che lo sostiene. Non farà tutto da solo, ma sul palco ci mette la faccia lui e la responsabilità finale sarà sua. Proporrà un Festival diverso: Amadeus ha fatto cose straordinarie stravolgendo le regole; Conti ha registrato ottimi ascolti tornando alla tradizione. De Martino punterà molto sullo show, sul divertimento e sugli ospiti internazionali.
Trovo eccellente la scelta di mantenere la serata delle cover — eliminarla sarebbe stato un errore — e trovo geniale l’idea di creare una serata ad hoc legata ai criteri dell’Eurovision. Oggi l’Eurovision è un fenomeno globale da milioni di spettatori e richiede interpreti specifici, adatti a quel contesto, magari anche con un pizzico di trash. Spesso chi vince Sanremo non ha le caratteristiche adatte per l’Europa (penso ad Olly, un artista che adoro, ma che giustamente ha fatto un passo indietro conscio della cosa). Scindere le due anime — una serata-show in stile “sabato sera di Amici” orientata all’Eurovision e il Festival tradizionale per la vittoria finale — protegge l’enorme indotto economico e musicale della kermesse.
Oltre a Sanremo ed Eurovision, la Rai ospiterà i Latin Grammy. Può essere questo il grimaldello per internazionalizzare la rete ammiraglia e avvicinare definitivamente il pubblico giovane?
C’è ancora poco di concreto, ma si preannuncia come una grandiosa celebrazione della musica latina e italiana. Lo vedo come un perfetto crossover in vista del Sanremo di De Martino: avere i Latin Grammy in casa permette di creare sinergie e intercettare grandi ospiti internazionali per il Festival, prendendo due piccioni con una fava. Laura Pausini guiderà sicuramente l’evento, essendo l’indiscussa regina del mondo latino. Le voci sul corteggiamento di De Martino a Rosalía confermano che si sta puntando decisamente in alto.
In questo duopolio storico tra Rai e Mediaset, l’ombra del “Terzo Polo” è stata inseguita da molti (La7, TV8, Nove) senza mai un reale successo di rottura, nonostante l’ingaggio di pesi massimi come Amadeus sul Nove. Questo binomio è destinato a rimanere eterno?
Urbano Cairo rivendicherebbe con orgoglio il terzo posto stabile di La7 in prima serata, ma parliamo di forze economiche non paragonabili. La forza delle reti minori sta nell’identità di nicchia: La7 si è imposta come la rete dell’informazione e il suo pubblico sa esattamente cosa trovarvi.
Sul caso Amadeus e il Nove, la dinamica è diversa. Il pubblico di Rai 1 è estremamente stanziale e legato ai format, non solo ai conduttori. Un personaggio come Fazio si porta dietro il proprio pubblico ovunque, perché è lui stesso il programma. I quiz dell’access di Rai 1, invece, sono istituzioni: che ci sia Amadeus, De Martino o Liorni, lo spettatore resta sintonizzato sul primo canale. C’è stato un errore di valutazione da parte di Discovery e dello stesso Amadeus nel riproporre format identici a quelli Rai su una rete nativamente diversa. Ora Amadeus fa bene a fermarsi e a riposizionarsi. Un professionista del suo calibro è una risorsa che nessuna rete vuole perdere, ma per il suo rientro servirà un’idea totalmente nuova.
Analizzando gli equilibri tra le reti, si ha l’impressione che La7 sia diventata a tutti gli effetti la “nuova Rai 3”, occupando uno spazio che la terza rete di Stato fatica sempre più a presidiare. È d’accordo?
Assolutamente sì: nel mondo televisivo nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Rai 3 ha progressivamente perso la sua identità storica e il suo posizionamento politico, lasciando libero uno slot che La7 è stata prontissima a occupare. La strategia di Urbano Cairo stupisce in positivo: la rete non si limita più alle sole breaking news, ma ha ampliato l’offerta verso la cultura e l’approfondimento analitico. Basti pensare all’attenzione dedicata a temi internazionali, come gli speciali sull’ascesa di Trump o sul caso Epstein, o all’arrivo di M – Il figlio del secolo, serie che difficilmente avrebbe trovato spazio altrove. È altamente probabile che grandi personaggi televisivi, non trovando più una loro collocazione su Rai 3, finiscano per migrare proprio su La7, dove viene garantito ampio spazio ai protagonisti della cultura.
L’ultimo grande rebus riguarda Enrico Mentana, il cui contratto con La7 scadrà a fine anno. Cairo ha espresso il desiderio di trattenerlo, ma i recenti attriti pubblici — con Mentana che ha definito La7 una “rete anti-governo” — aprono a scenari di rottura. Chi potrebbe essere il suo erede al telegiornale? Si fa il nome di Lilli Gruber.
Mentana è un cavallo di razza e la sua perdita sarebbe un danno enorme per La7. Pier Silvio Berlusconi ha confermato la sua profonda stima e amicizia verso di lui, lasciando le porte di Mediaset aperte a 360 gradi.
Le esternazioni pubbliche di Mentana non sono mai casuali; quando un professionista del suo livello solleva certe critiche, sa perfettamente quali ripercussioni avranno sulle trattative. Se dovesse lasciare, Lilli Gruber sarebbe un’ottima candidatura: è una professionista straordinaria, capace di assoluta equidistanza nel ruolo istituzionale del TG, nonostante le note frizioni passate proprio con Mentana. La7 vanta un’ottima scuderia (penso a Formigli), ma la direzione del TG richiede un volto di grandissimo peso specifico. La filosofia di Cairo è “squadra che vince non si cambia”: cercare un sostituto all’esterno rischierebbe di compattare un fronte di nemici interni e sarebbe ingiusto verso i professionisti che hanno fatto la fortuna della rete.
Guardando fuori dai confini nazionali, MFE (MediaForEurope) guidata da Pier Silvio Berlusconi si sta consolidando come il primo grande polo televisivo commerciale europeo (Italia, Spagna, Portogallo, ecc.). Qual è l’obiettivo reale di questa operazione?
L’obiettivo non è semplicemente unire le aziende per dividere i costi, ma creare sinergie produttive e far girare i format su un potenziale bacino di 200 milioni di spettatori. Non si tratta di creare il “format fast-food” uguale per tutti, ma di individuare ciò che funziona in un Paese, studiarlo e adattarlo “su misura” per il pubblico locale. Ad esempio un programma come Amici di Maria De Filippi funzionerebbe ovunque, perché il talento e il desiderio di emergere dei giovani sono temi universali; un programma basato sui battibecchi o sull’eccessiva gestualità mediterranea (come Uomini e Donne) potrebbero invece non essere compresi dal pubblico tedesco o svizzero.
L’Italia ha un enorme vantaggio competitivo: la nostra televisione generalista è nettamente superiore a gran parte di quelle europee.
Mediaset intanto si muove con decisione: l’arrivo di Milo Infante ha ridisegnato i pesi interni, costringendo Bianca Berlinguer al trasloco al mercoledì e creando una potenziale concorrenza interna con corazzate come Forum e Quarto Grado di Gianluigi Nuzzi.
Credo che Infante e Nuzzi lavoreranno benissimo mantenendosi a distanza; sono come due poli magnetici opposti, meglio non farli avvicinare troppo in questa fase di assestamento. La vera abilità di Pier Silvio Berlusconi è stata quella di portare due anime televisive contrapposte sotto lo stesso tetto aziendale, annullando la concorrenza esterna della Rai.
Milo Infante non farà concorrenza a Forum: intercettano target differenti. L’ingaggio di Infante è una precisa dichiarazione d’intenti editoriale: Mediaset vuole essere una televisione pluralista, capace di rappresentare ogni sensibilità geografica e politica, specialmente su Rete 4, che da anni sta compiendo un ottimo lavoro di elevazione della propria offerta informativa.
Lo spostamento del TG4 alle 10:30 serve proprio a intercettare quel pubblico mattutino che cerca l’informazione pura in chiaro, senza dover navigare sui canali all-news.
Qual è il ruolo di Michelle Hunziker in questa stagione, considerando anche la sua forte presenza nell’intrattenimento di prima serata?
Michelle Hunziker è un volto straordinario al servizio del programma: ha un entusiasmo contagioso, si lancia, sperimenta e ha la professionalità per farlo. Rispetto a un improvvisatore puro come Stefano De Martino, lei ha forse più bisogno di una solida struttura autoriale alle spalle, ma in prima serata è un asso nella manica su cui l’azienda punta molto.
La strategia Mediaset si basa su uno zoccolo duro a cui si affiancano i cosiddetti “punti luce”. Non parliamo di lunghi format da dieci puntate, ma di show evento brevi – di una o due serate – che catalizzano l’attenzione di quella specifica settimana. Penso ai grandi ritorni e appuntamenti come i Pooh, Gigi D’Alessio, lo show del Volo, Pio e Amedeo o Panariello. Sono spot micidiali che creano l’evento imperdibile, alternandosi alle fiction e all’informazione.
Torniamo alla Rai, le altri grandi novità di cui si parla sono Rai Italiana e Rai Vibe. La prima prenderà il posto di Rai Scuola al canale 58 e si occuperà del territorio, mentre la seconda si posizionerà al canale 42 e si concentrerà sugli anime. Secondo lei sono progetti che funzioneranno?
In questo momento credo che ai vertici interessi poco se funzioneranno o meno nell’immediato. Il focus di Rai Italiana è interamente sul territorio, una scelta strategica coerente con il daytime della Rai, che è sempre più local. Pensiamo a tutti gli spin-off di Linea Verde (Life, Estate, Bike, Linea Blu, Linea Bianca): molti telespettatori fanno persino fatica a distinguerli, ma alla fine non importa a nessuno. Il pubblico riconosce quel brand e sa esattamente che tipo di prodotto sta guardando, sia esso ambientato al mare, in collina o in montagna.
Andare sul territorio crea un forte legame: quando fai una trasmissione in un luogo, la gente del posto ne parla, ti guarda e ti segue perché si riconosce in quello che vede. Se Rai Italiana verrà gestita bene, investendo sulle teste, sulle energie e con un minimo di sostegno economico, potrebbe diventare una splendida finestra da esportare ovunque. Il rischio, se fatta male, è che si trasformi nell’ennesimo spot pubblicitario per “l’amico dell’amico”, e sarebbe un’occasione persa. Inoltre, a livello di costi, unire e riciclare materiale già prodotto permette di spendere uno e guadagnare due, mantenendo i costi estremamente contenuti.
Rai Vibe con il focus sugli anime, può essere la chiave giusta per avvicinare i giovani, magari sfruttando la sinergia con RaiPlay?
RaiPlay è l’esempio perfetto di come si vince una sfida. Quando è partita non la considerava nessuno, ma grazie alla sua direttrice, donna, oggi è una realtà importantissima, al pari delle reti generaliste. Il suo modello di successo – che unisce la riproduzione lineare ai prodotti pensati esclusivamente per la piattaforma, come Mare Fuori – è stato copiato da tutti gli altri broadcaster, da Mediaset a La7.
Rai Vibe potrebbe essere proprio questo tipo di innesto cross-mediale. Si parla di un lancio iniziale su RaiPlay e YouTube, per poi approdare sul canale 42 sul digitale terrestre a inizio 2027. Io, però, su molte di queste novità ultimamente preferisco applicare la filosofia del “aspetto e vedo”. Le parole e il fumo non costano nulla; voglio vedere cosa creeranno concretamente e se decideranno di investirci davvero soldi ed energie.
Su Rai 2 per Salvo Sottile arriva un eredità importante con Ore 14, mentre su Rai 3 Monteleone prende FarWest. Saranno ben accolti?
Salvo Sottile possiede il background necessario per reggere Ore 14 e Ore 14 sera, il quale lo rende la figura giusta per quello slot.
Per quanto riguarda Antonino Monteleone, il passaggio a Far West su Rai 3 è considerato una sfida più agevole, poiché il programma è un format già ben avviato che gli permetterà di crescere e mostrare le sue potenzialità.
È realistico pensare che Rai 2 possa trasformarsi in una rete a forte vocazione sportiva, vista anche la nuova gestione della Domenica Sportiva affidata a Semprini?
L’ipotesi è complessa poiché Rai Sport esiste già come canale dedicato e il costo dei diritti sportivi è molto elevato rispetto ai ritorni in termini di ascolti, che rimangono legati a variabili imprevedibili come la partecipazione dell’Italia agli eventi o le performance dei singoli atleti. L’assegnazione della Domenica Sportiva a Semprini, con l’aggiunta dello zoccolo pomeridiano, rappresenta un primo tentativo in questa direzione, ma rimane il dubbio sulla sostenibilità economica di un investimento massiccio su Rai 2, dato che la concorrenza (come Italia 1 con il tennis e la Coppa Italia) presidia già efficacemente questi spazi.
Rimanendo sullo sport, ha vissuto una forte spinta verso lo streaming con DAZN, un esperimento che però ha mostrato diversi limiti. È un problema di infrastrutture di rete o di una resistenza culturale del pubblico?
Entrambe le cose. In Italia, fuori dai grandi centri urbani, la connettività è ancora problematica. Il secondo fattore è economico: Netflix e DAZN si pagano, mentre Mediaset e Rai (al netto del canone percepito in bolletta) vengono percepite come gratuite. Quando si tratta di pagare, si assiste a fenomeni come il “pezzotto” perché l’utente medio fatica ad accettare il costo della transizione digitale.
I grandi eventi sportivi hanno bisogno della platea generalista per monetizzare gli investimenti pubblicitari. Basti vedere i picchi di TV8 quando trasmette i match di Sky. La TV generalista in chiaro italiana è qualitativamente la migliore d’Europa, sorretta da abitudini storiche d’ascolto inscalfibili. Chiunque voglia fare grandi numeri deve passare da qui, e lo dimostrano gli investimenti degli editori sui palinsesti tradizionali.
Elettra Lamborghini sembra essere ovunque: sarà nella giuria di Tale e Quale Show, condurrà La Notte dei Serpenti e tornerà al timone di Boss in Incognito. È lei il nuovo asso pigliatutto al femminile?
La Lamborghini l’anno prossimo dovrà fare i salti mortali anche solo per trovare il tempo di vedere suo marito! È una specie di Stefano De Martino al femminile: è bella, appariscente, ricchissima, eppure risulta simpatica e accessibile a tutti. Il suo grande pregio è la totale disponibilità a giocare e l’ironia con cui affronta le critiche, che le scivolano addosso senza mai farla arrabbiare.
Un atteggiamento scanzonato che ricorda molto quello di Ilary Blasi, che definì l’esperienza non fortunatissima di Star in the Star come una delle più divertenti della sua vita.
Esatto, sono donne che non si prendono sul serio, ed è una dote fondamentale. Se mettessi la Blasi o la Lamborghini a fare programmi di approfondimento culturale o serio si annoierebbero loro per prime. In un periodo storico oggettivamente difficile, segnato dagli strascichi del Covid, dalle guerre e dall’inflazione, il pubblico quando accende la TV ha bisogno di staccare la spina e farsi una risata. Se la televisione riesce a regalare qualche ora di pura leggerezza, ha già svolto una funzione sociale importantissima.
La ricerca della leggerezza giustifica anche l’enorme spazio che i palinsesti stanno concedendo alla musica?
Assolutamente sì. L’anno prossimo assisteremo a un’autentica infornata di musica a tutto spiano: concerti in prima serata, speciali, i confermatissimi eventi estivi come Battiti Live e i TIM Summer Hits, e serate evento dedicate ad artisti come Sal Da Vinci, Irama, Giorgia e Achille Lauro. La musica permette il disimpegno totale, attiva i ricordi ed è sinonimo di spensieratezza.
Passiamo alle fiction, da sempre punto di forza della Rai per intercettare i giovani. Quest’anno si nota una contrazione della durata: si passa a formati più brevi da sei o otto episodi, abbandonando le lunghe serialità da venti e più puntate a cui ci aveva abituato la Lux Vide con i vecchi fasti di Don Matteo. Non si rischia così di penalizzare la fidelizzazione del pubblico?
Il problema nasce da un cambiamento strutturale avvenuto nell’ultimo anno con il successo de La Ruota della Fortuna e il consolidamento dell’access prime time. Se i programmi dell’access si allungano fino alle 22:00, una fiction di durata standard rischierebbe di chiudere all’una di notte. Una situazione insostenibile per il pubblico della TV lineare che il giorno dopo deve lavorare o andare a scuola.
Pier Silvio Berlusconi ha lanciato una provocazione interessante l’altro giorno: se la Rai accorcia l’access, Mediaset farà lo stesso per ripristinare orari umani. Difficilmente accadrà, perché l’access prime time oggi genera numeri e ricavi pubblicitari superiori alle stesse fiction. Di conseguenza, la Rai si trova costretta a rimodulare i formati. Dove la scrittura lo consente, si opta per l’episodio singolo autoconclusivo per serata, perché non puoi interrompere una trama alle 23:30 e pretendere che lo spettatore aspetti una settimana: rischi di farlo migrare sulle piattaforme. La Rai risponde a questo scenario puntando su grandi ritorni e su novità forti.
Questo scenario potrebbe portare i broadcaster ad adottare il “metodo Sky”, ovvero pubblicare l’intera serie (o i primi episodi) al mattino sulla piattaforma streaming e poi proporre la messa in onda lineare in serata per il pubblico più over?
Forse accadrà, ma tra molto tempo. Oggi sarà più il contrario: andrà in onda sulla Televisione lineare e poi sulle piattaforme. Ad oggi la TV è ancora la colonna portante del mercato pubblicitario europeo e italiano. I numeri delle reti generaliste non sono replicabili altrove.
Poi può passare anche sulle piattaforme. Oggi viaggiano già in parallelo. L’esempio di Mare Fuori è emblematico: il lancio anticipato un mese prima su RaiPlay ha registrato numeri strabilianti; quando è approdata su Rai 2 l’impatto sul lineare è stato fisiologicamente più contenuto, poiché il pubblico di riferimento l’aveva già divorata in streaming.
Per catturare i giovani non basta spostare un contenuto sul telefono: servono storie scritte appositamente per loro. E bisogna sempre distinguere la bolla dei social, dove si commenta la TV, dal pubblico reale che fa lo share davanti allo schermo.
Molti osservatori avevano previsto la morte totale della TV generalista a favore dei grandi colossi dello streaming a pagamento (come Netflix o Prime Video). I dati generali, però, sembrano smentire questo scenario.
La TV free in chiaro ha dato uno smacco colossale proprio a queste piattaforme a pagamento, che dispongono di budget miliardari ma che in Italia non sono riuscite a scardinare il mercato. I dati parlano chiaro: mediamente ogni italiano passa ancora tre ore al giorno davanti allo schermo. Ma quando si verifica un grande evento – che sia un’emergenza come il Covid o una crisi istituzionale – la popolazione si pianta sui telegiornali delle reti generaliste in chiaro. Dobbiamo smetterla di snobbare la nostra televisione: la TV italiana, sia pubblica che privata free, è qualitativamente la migliore d’Europa e non ha nulla da invidiare a nessuno.
Questo si nota, tornando all’argomento di prima, soprattutto nell’alto livello della fiction nostrana.
Gli investimenti sui prodotti italiani sono enormi e i risultati si vedono. Penso a titoli come la fiction sulla famiglia Panini con Serena Rossi: sono produzioni bellissime, curate nei minimi dettagli culturali e storici, che reggono benissimo il confronto con i colossi di Netflix. L’unico errore è strutturale: non puoi far partire un episodio di cinquanta minuti alle dieci di sera avanzata, perché rischi di penalizzare un investimento miliardario privandolo del pubblico che lavora.
Inoltre, non dimentichiamo il valore delle nostre soap opera quotidiane, come Un Posto al Sole (Rai 3) e Il Paradiso delle Signore (Rai 1). Spesso vengono snobbate per pregiudizio, ma sono macchine produttive straordinarie inserite nel nostro territorio. All’interno di Un Posto al Sole lavorano grandissimi attori di scuola teatrale (come Marina Tagliaferri o Roberto Polizzy Carbonelli) che garantiscono una tenuta autoriale ed emotiva che le “dizi” turche o le soap americane si sognano. È una palestra incredibile che sforna talenti straordinari.
Basti pensare a Daniela Ioia, che partendo dalla soap è arrivata meritatamente in prima serata dimostrando una bravura eccezionale.
Esatto. C’è ancora un po’ di snobismo nell’ambiente verso chi proviene dalle soap quotidiane, ma fortunatamente sta scomparendo di fronte all’evidenza del talento.
Parliamo di reality: L’Isola dei Famosi si prepara a una svolta con un posizionamento tra gennaio e febbraio e un cambio di conduzione, passando probabilmente a una formula registrata. Sarà la salvezza del format?
Condurre un programma registrato, tagliato e rimodulato per la prima serata è un “salto carpiato con la rete sotto”, molto più semplice rispetto alla diretta. Tuttavia, per Selvaggia Lucarelli passare dal ruolo di opinionista a quello di conduttore richiede un cambio di mentalità: il conduttore deve sapersi mettere in secondo piano, farsi da parte per far emergere il format, le dinamiche e i protagonisti, mettendo a tacere le proprie convinzioni personali. Ovviamente, la rinuncia alla diretta risponde anche a una logica di abbattimento dei costi.
Come ad esempio il fatto che Berlusconi parlava dei reality quando si riferiva al Grande Fratello, parlando in teoria di una doppia edizione. Il rischio, in quel caso, è di snaturare il format. ad esempio al Grande Fratello posizionato in autunno, e poi di nuovo in primavera. L’hanno già fatto anni fa, però si era visto che il format si era un po’ usurato. Adesso, tra l’altro, il format regge con gli ascolti, perché quest’anno ha registrato una media del 16-17%, quindi una quota buona, anche se modesta; può funzionare?
C’è anche un rapporto qualità-prezzo. Questi sono format che ti occupano uno slot per mesi. Se non metti questi, devi pensare a qualcos’altro. Il copyright di questo ragionamento non è mio, ma di chi gestisce quella rete: hai comunque uno slot, lo copri a lungo con un format che ha la sua nicchia e viene seguito a un costo ragionevole. Anche lì il punto è a monte e non a valle.
Il format funziona se fai ottime scelte prima. Devi avere dei personaggi all’interno che siano validi, che funzionino, che abbiano un’ottima interazione tra loro. Fuori, è stato riconfermato il trio dell’anno scorso che funziona, potendo contare su una conduttrice e degli opinionisti che sanno supportare il programma. A questo punto, bisogna trovare dei VIP che siano veramente tali e che si integrino nel contesto. Il problema è che molti VIP sono un pò egoriferiti, mentre all’interno di quel programma bisogna interagire per farlo funzionare.
Forse per un VIP è più semplice accettare un talent come Ballando con le Stelle piuttosto che il Grande Fratello, dove si è osservati 24 ore su 24.
Esatto, è una questione di percepito. Andare a Ballando è un punto di arrivo: vieni valorizzato. La conduttrice sa che per non far penalizzare il programma deve sostenere il cast, e anche chi non sa ballare ne esce bene.
Il GF VIP è arrivato un po’ alla fase di logoramento. Bisognerebbe trovare format nuovi, anche perché oggi vediamo i numeri incredibili di Temptation Island: 4 milioni, 30% di share.
Temptation lo guardano tutti, anche solo sui social. Però è un format estivo (il Winter non l’hanno mai fatto) e si aspetta quella leggerezza tipica dei villaggi. Per format come il GF, c’è anche un problema di budget, i grandi nomi devi pagarli bene. Non vogliono mischiarsi con chi è percepito come “trash” o rischiare di farsi distruggere dalle dinamiche negative, a meno che non ne valga la pena.
Perché ad oggi i NIP non funzionano più?
I primi NIP erano ingenui e veri. Oggi chiunque vada in TV conosce benissimo i meccanismi: sanno già che serve il litigio pilotato o la discussione per farsi notare. Arrivano già costruiti. E poi, che NIP è uno che ha già 3 milioni di follower? Al pubblico non piacciono neanche i “figli di”, non ci empatizza perché li percepisce come privilegiati. Se parliamo di dinamiche, preferisco i reality, come money Road, legati al denaro: lì si vede la vera faccia delle persone. Si fa presto a dirsi onesti senza tentazioni, ma quando ti offrono di schiacciare un bottone per 25mila euro vedi davvero chi è chi.
Lì esce la natura umana, la nostra parte più selvaggia. È una dinamica simile ai format Sky come 4 Matrimoni, dove quest’anno le spose sono viperissime, o 4 Ristoranti e 4 Hotel, dove si danno voti bassissimi (tipo 4) solo per vincere.
In 4 Matrimoni sono particolarmente cattive e un pò troppo acide. È il giorno più bello della loro vita, dovrebbero rilassarsi! In 4 Hotel/Ristoranti, quando vedi gestori così antipatici e scorretti, ti chiedi perché dovresti mai andare nel loro locale. Quando la rissa costruita diventa troppo pesante, io cambio canale. Criticare è molto più semplice che trovare qualcosa di positivo.
La tendenza alla polemica la ritroviamo nei talk show politici. Perché si alza sempre la voce?
È una dinamica noiosissima che fa calare l’attenzione dello spettatore, eppure viene usata come tecnica precisa: parlarsi sopra è il modo più semplice per impedire a chiunque di capire l’argomentazione altrui. Manca totalmente la volontà di ascoltare l’altro e i social amplificano questa intolleranza, riproponendo solo le opinioni con cui già concordiamo.
Gabriele Corsi torna saldamente sul Nove dopo la parentesi non fortunatissima in Rai. È il suo habitat naturale?
Mi è dispiaciuto molto per come sono andate le cose l’anno scorso in Rai, ma lui ne è uscito da signore. Corsi è un talento sottoutilizzato in assoluto: è preciso, sa ridere, si diverte ed è un volto empatico e riconosciuto. Sarebbe un profilo perfetto per un preserale o un game show quotidiano su qualsiasi rete generalista. Il Nove fa benissimo a tenerselo stretto e a dargli lo spazio che merita.
Abbiamo parlato dell’Access e del Preserale, fasce saldamente in mano ai conduttori uomini. Perché per i quiz e i giochi di cultura c’è ancora questa forte resistenza a lanciare le donne?
È un’analisi interessante, che aprirebbe venti filoni diversi, a cominciare da quello socioculturale sul perché, ancora oggi, in quella fascia vengano privilegiati i conduttori uomini. Sui “volti giusti”, credo ce ne siano moltissimi a disposizione, incluse tante donne, in numero ben superiore agli spazi effettivamente disponibili.
Il punto centrale è il non voler rischiare qualcosa di diverso. Non saprei dirti esattamente cosa passi nella testa dei direttori di rete quando scelgono un conduttore uomo rispetto a una donna, ma questa è la realtà dei fatti. Per la sensibilità che ho stando in questo mondo, percepisco che il conduttore uomo venga considerato più “aggregante”. Mi dispiace dirlo, ma pensiamo al duo Samira Lui e Gerry Scotti: Samira ha un ruolo molto importante all’interno di quel programma, ma ancora oggi, nel 2026, l’attenzione del pubblico ricade prevalentemente sul suo aspetto estetico o su come è vestita, anziché su quello che dice o su come parla.
Nel preserale, quando si gioca, bisogna trovare un personaggio che sia unificante. Non voglio spingermi troppo in là, ma non credo nemmeno che questa selezione venga fatta in maniera conscia; credo piuttosto che ci sia un retaggio di fondo che porta inevitabilmente a quelle scelte.
Si tratta di quel patriarcato integrato all’interno della nostra società, che viviamo anche in altre forme. Come dicevamo prima, ci sono poche direttrici di rete donne e pochi volti femminili nei ruoli decisionali centrali. In Italia, in TV, la donna viene forse relegata quasi esclusivamente al ruolo più emotional.
Purtroppo è proprio così. Poi, per carità, magari l’anno prossimo le reti ci stupiranno e ci ritroveremo con quattro donne alla guida dei principali preserali in tutti i palinsesti. Ma se guardiamo alla realtà di oggi, al di là delle battute, io mi limito ad analizzare i dati: e i dati ci dicono che le figure femminili ahimè non ci sono.
Tra continui spostamenti all’ultimo minuto e variazioni improvvise del palinsesto (penso a programmi spostati di colpo dal venerdì al sabato, o a rinvii strategici), la programmazione oggi sembra quasi un far west. Perché si vive così? alla giornata?
Perché oggi è diventato estremamente difficile programmare i numeri sul lungo periodo. Molte scelte vengono cambiate “sottodata” o all’ultimo minuto per reagire alla concorrenza, ed è una cosa che fa imbestialire i telespettatori. Gli editori si muovono continuamente in base a quello che c’è dalle altre parti: ad esempio, nessuno si sognerebbe mai di mettere un programma di punta contro i quarti o le semifinali di una grande partita di calcio, sarebbe da pazzi. Il mondo televisivo si adatta in modo dinamico alla realtà e alle esigenze del momento.
Immagine in evidenza: Riva
