“Mario Raciti. Opere 1952-2025” a Palazzo Reale. L’intervista a Raciti e il curatore Nicoletti per Radio IULM

Dall’1 luglio al 20 settembre 2026 la mostra “Mario Raciti. Opere 1952-2025” al primo piano di Palazzo Reale, intende ripercorrere l’intero itinerario artistico di Mario Raciti. Dagli esordi fino agli esiti più recenti della sua ricerca, nel tentativo di restituire il profondo legame con Milano e con il contesto culturale che ne ha accompagnato il percorso.

Una mostra a Palazzo Reale, quella dedicata a Mario Raciti, che intende ripercorre l’intero itinerario artistico dell’artista. L’intenzione, quella di celebrare il legame profondo tra l’artista e Milano. Città in cui è nato e con cui ha intrecciato una relazione culturale e umana lunga oltre mezzo secolo.

Il progetto si inserisce nel ciclo che Palazzo Reale dedica ai “Maestri a Milano”. In continuità con le antologiche dedicate negli ultimi anni a Ruggero Savinio, Grazia Varisco e Valerio Adami.

Attraverso circa cento opere provenienti dal Museo del Novecento di Milano, dal MART di Rovereto e da collezioni private, la mostra intende ricostruire l’intero percorso artistico di Raciti. Dagli esordi negli anni Cinquanta fino ai lavori più recenti, offrendo una lettura d’insieme della sua ricerca artistica.

“Presenze” di Mario Raciti (1963).
Foto di Riccardo Molino

Alla scoperta della mostra

La mostra accompagna il visitatore attraverso le diverse stagioni di una ricerca lunga oltre sette decenni.

Si parte dalle figurazioni emblematiche degli anni Sessanta per giungere alle atmosfere sospese delle “Presenze-assenze” degli anni Settanta, fino ai cicli delle “Mitologie” degli anni Ottanta e dei “Misteri” degli anni Novanta, restituendo la coerenza evolutiva di un’opera in costante trasformazione.

Negli anni Duemila la pittura di Raciti spinge l’immagine al limite della dissoluzione, tra riflessioni sulla crocifissione e il ciclo “Why“, parte de “I fiori del Profondo“, in cui il mito di Proserpina diventa metafora del bisogno umano di comunicazione.

Nelle tele più recenti, raccolte sotto i titoli “Una o due figure e Fonti“, i fiori si trasformano in dardi e la pittura rinuncia alla descrizione del corpo per evocare l’impossibilità dell’incontro e la distanza irriducibile tra gli esseri umani.

L’allestimento mette in dialogo le opere con gli spazi storici di Palazzo Reale, costruendo una continuità tra passato e presente: le tele si inseriscono come presenze vive all’interno di un’antica quadreria, dove ogni lavoro entra in relazione con l’architettura e con la storia del luogo.

“Presenze-assenze” di Mario Raciti (1975). Foto di Riccardo Molino

Mario Raciti: La vita e il legame con la sua città

Nato a Milano nel 1934, Mario Raciti compie una scelta radicale all’inizio degli anni Sessanta: lascia la professione legale per dedicarsi interamente alla pittura, avviando una ricerca incessante che attraversa l’intera sua opera.

Le radici del suo linguaggio affondano nella Milano degli anni Cinquanta, città percorsa da fermenti internazionali e da un vivace dibattito culturale, dove Raciti muove i primi passi vicino all’Informale. Una corrente artistica in cui, rifiutando qualsiasi forma figurativa o geometrica, l’artista si affida all’istinto, alla gestualità libera e all’espressività pura della materia. Svilupperà poi una via personalissima, incentrata sul segno, sulla rarefazione dell’immagine e su una figurazione sempre più evocativa.

A partire dagli anni Settanta, Raciti entra pienamente nella scena milanese attraverso la Galleria Morone. Il suo lavoro viene accolto nelle più importanti collezioni pubbliche e private, dal MART di Rovereto allo CSAC di Parma, fino alle raccolte di Intesa Sanpaolo conservate alle Gallerie d’Italia. Il riconoscimento più significativo da parte della sua città arriva nel 1988, quando la grande personale al PAC porta trentasette sue opere nelle civiche raccolte, oggi custodite al Museo del Novecento.

“Per tutte le galassie!” di Mario Raciti (1963), Foto di Riccardo Molino

L’intervista a Mario Raciti

A fine conferenza stampa inaugurale alla mostra, il maestro Mario Raciti ha rilasciato una breve intervista esclusiva a Radio IULM. Questa occasione ha permesso di approfondire il valore storico delle sue opere, testimonianza di un forte legame con Milano, fino ad esprimere le proprie speranze per il futuro della pittura.

Come racconta lui stesso, nelle sue opere vi è sicuramente il riflesso della società di Milano. Così, come questa è cambiata, sono cambiate anche le sue opere, sebbene non in senso documentaristico o diretto, definendosi un solipsista. Raciti ha però tenuto a precisare anche che le sue opere sono lo specchio della sua visione classica.

La mia opera […] è uno specchio della mia visione classica che non si può avverare, perché la società non lo permette.

Mario Raciti

Questa impossibilità porta la sua pittura verso una dimensione evanescente, in cui l’immagine viene spinta al limite della dissoluzione. Ne è un esempio il ciclo Why, in cui il mito di Proserpina che invia fiori dall’Ade diventa una potente metafora del bisogno umano di comunicazione. Nelle tele ancora più recenti, i fiori si trasformano in dardi e il corpo si dissolve per evocare la distanza irriducibile tra gli esseri umani.

L’artista rivendica con forza l’etica della pittura, concepita come uno strumento moderno e necessario anche quando sembra sofferta o “disfatta” al limite delle sue possibilità.

La speranza è riposta nel futuro: “Si aspetta qualche cosa che possa nascere in futuro“. Così Raciti si auspica che le nuove generazioni sappiano riportare “al sole” una pittura che oggi agisce quasi nelle catacombe, rinforzandola e liberandola dalle minacce che incombono sul mondo contemporaneo.

Così, arrivando a parlare del futuro della pittura, Mario Raciti si dice fiducioso.

Io sono speranzoso, spero che attraverso rivoli e rivoletti qualche cosa, non oserei dire di mio, ma di qualcuno che la pensa come me, vada a bersaglio e si possa rinascere in senso etico.

Mario Raciti

Foto di Giulia Impiombato

L’intervista a Luca Pietro Nicoletti

Nato a Milano il 4 febbraio 1984, Luca Pietro Nicoletti si laurea in storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano nel 2009. Attualmente è professore associato presso l’Università degli studi di Udine.

In qualità di curatore della mostra, Nicoletti ha raccontato ai microfoni di Radio IULM quali sono le difficoltà relative alla realizzazione di una mostra di un artista vivente.

Una mostra con un artista vivente è comunque un lavoro a quattro mani, per cui la sfida è di mettere d’accordo quello che può essere il punto di vista dello storico con il racconto che un artista si sente di fare di sé

Luca Pietro Nicoletti

Nicoletti prosegue raccontando di un’altra difficoltà: “L’altro problema era di riadattare tutto questo alle forme di un edificio storico [come Palazzo Reale]. Di fronte a un edificio molto connotato di per sé, che anche ogni tanto lascia delle tracce di quello che è il suo passato neoclassico, [la sfida era] cercare di far dialogare anche questi elementi con la pittura.”

Anziché annullare lo spazio, Nicoletti ha scelto di far dialogare le tele con l’architettura storica e l’antica quadreria del palazzo, collocando provocatoriamente alcuni quadri perfino come “sovrapporta”. L’intento, quello di dimostrare che l’arte moderna possiede la stessa forza monumentale e la medesima tenuta storica dei grandi maestri del passato.

Si passa poi al racconto della struttura della mostra: “La mostra […] è stata pensata come una sorta di prologo in tre atti.

Il percorso non segue una rigida e immediata linea cronologica. Si apre infatti con un’ampia overture sinfonica dedicata alle opere più recenti, in cui Raciti sente di aver sintetizzato l’intero suo percorso. Poi da lì si riavvolge e si riparte raccontando dello sviluppo fra gli anni ’60 e ’70.

Sollecitato sulle idee scartate in fase di brainstorming, Nicoletti sposta l’attenzione sulle collezioni civiche milanesi.

Magari ci sono stati dei quadri che avremmo voluto esporre, ma poi a un certo punto bisogna tagliare. Quindi in quel caso i tagli e le rinunce sono sempre dolorose. Mi sarebbe piaciuto magari dare più spazio, questo a me, alle collezioni civiche milanesi.

Luca Pietro Nicoletti

Il Museo del Novecento custodisce infatti circa quaranta capolavori dell’artista che sono rimasti silenti nei depositi fin dal 1989. Sebbene la mostra ne presenti comunque una selezione significativa, il desiderio del curatore resta che questa iniziativa possa presto condurre a una più permanente riscoperta pubblica di questo straordinario patrimonio cittadino.

“Fonti” di Mario Raciti (2022), Foto di Riccardo Molino

Ascolta le parole di Luca Pietro Nicoletti, curatore della mostra, insieme all’intervista al pittore e artista Mario Raciti.

Credits: music by chill_background from Pixabay

Immagine in evidenza: Studio ECCESI

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