A tre anni dal successo di Uvaspina , Monica Acito torna in libreria con La carità carnale, un romanzo che scava nel cuore pulsante e contraddittorio del Sud. Attraverso questa intervista, l’autrice ci guida alla scoperta di Marianeve, una ragazza del Cilento che scopre di condividere con Giulia Di Marco, santa eretica del Seicento, un dono ancestrale e scandaloso: il potere di guarire gli altri attraverso il proprio corpo.
Monica Acito nasce in Campania e cresce in Cilento. Inizia a scrivere da bambina e fin dall’adolescenza collabora con testate cartacee e online. Dopo la maturità classica si trasferisce nel centro storico di Napoli e si specializza in Filologia Moderna presso l’Università Federico II. Nel 2019 approda a Torino, dove frequenta la Scuola Holden. Vince, tra gli altri, il Premio Calvino per la narrativa breve nel 2021. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo, Uvaspina.
Il 25 Febbraio 2026 pubblica il suo secondo romanzo, La carità carnale. La protagonista, Marianeve, è nata nel cuore del Cilento. È la sola, adorata figlia di Sarchiapone, che per lei dall’alba al tramonto si spezza la schiena nella bottega di alimentari del paese, senza sapere quanto scuorno desti nella figlia scorgerlo dietro quella vetrina unta, con il grembiule macchiato. Sarchiapone è convinto che Marianeve sia destinata a cose grandi, perciò nulla di lei lo preoccupa o lo stupisce, nemmeno quando la figlia si chiude con le compagne in cantina a fare i giochi proibiti, che per la prima volta le rivelano il potere nascosto nel punto più segreto del suo stesso corpo: quello di guarire gli altri. Perché il suo destino eccezionale si compia Marianeve dovrà andare a Napoli, la città spalancata e misteriosa come un’ostrica, dove dal passato le verrà incontro un’altra donna, Giulia Di Marco, suora eretica del Seicento, che a sua volta aveva trasformato il proprio corpo in uno scandaloso strumento di guarigione, dando un nome al fuoco che le ardeva dentro: La Carità Carnale.
Il 24 Febbraio scrivi sui tuoi social “Le prime copie qualche giorno fa, con tutta la paura e l’amore che posso”. Quali sono state le emozioni che hanno accompagnato l’uscita di questo romanzo?
Sicuramente l’emozione predominante, quella principale, è stata quella di spaesamento. Dopo un romanzo come Uvaspina – che è stato tanto amato, tanto letto, un romanzo voluto bene dalle persone, che io chiamavo il mio criaturiello – avevo paura che fosse difficile far arrivare anche questo secondo romanzo nei cuori delle lettrici e dei lettori che avevano amato Uvaspina. Poi ovviamente c’era anche la volontà di far arrivare tutto quello che ho messo nello scrivere La Carità Carnale. Giustamente una volta lasciato andare in libro, ci si sottopone anche al rischio del fraintendimento, del fatto che ognuno possa proiettare e costruire quello che vuole sul testo, che è un po’ il bello e il brutto, come dire, della scrittura. Quindi, anche tanta gioia ovviamente, ma tanto spaesamento e disorientamento, venendo da un primo romanzo come Uvaspina.
Hai detto di aver cominciato a pensare a questa storia prima della pubblicazione di “Uvaspina”, ma che dovevi trovare il momento giusto per scriverla. Come hai capito che era arrivato il momento giusto?
È come se io sentissi una sorta di scintilla, quasi un click, che mi fa capire che è arrivato il momento di quella storia. Io ho tante storie in mente, però è come se nella mia testa io sentissi uno scatto di serratura, che mi fa capire quando è il momento giusto per quella determinata storia. Ho capito che era il momento di La Carità Carnale, proprio mentre ero ancora nel bel mezzo delle presentazioni fittissime di Uvaspina. Mi mancava tantissimo scrivere, perché spostandomi continuamente non ci riuscivo. Allora era tornata a trovarmi l’immagine di Giulia di Marco e ricordo proprio quest’urgenza, che ormai non era più rimandabile, di rimettermi su questa storia. Avevo già cominciato a pensarci prima di Uvaspina, ma non riuscivo a capire che forma dare a questa storia. Inizialmente avevo cominciato con il romanzo storico, però mi sono resa conto che non volevo raccontare una storia ambientata nel Seicento. Volevo raccontare la storia di una ragazza contemporanea. Avevo provato a scrivere dieci pagine di questo romanzo storico, ma mi sembrava che stesse tutto scavallando verso il cupo e l’eccessivamente gotico, un romanzo che non sentivo nelle mie corde. Ho capito che la forma giusta di questa storia era una forma contemporanea, con incursioni e bagliori di questa santa del Seicento.
La storia della giovane Marianeve si intreccia con la vicenda di Giulia Di Marco, suora eretica del Seicento che usava il proprio corpo come strumento di guarigione. In che modo la figura di Giulia funge da modello che permette a Marianeve di trovare le parole giuste per definire la propria identità e accettare il proprio corpo?
Marianeve scopre da molto piccola, quando appunto ha nove anni e frequenta la quarta elementare, di poter guarire gli altri con il suo corpo. Lo scopre nello sgabuzzino del negozio di alimentari di suo padre, un negozio spopolato, del Cilento, chiamato Canfora. Scopre di aver questo dono guarendo per caso una sua compagna di classe, Lucrezia, con cui non aveva un bel rapporto. Marianeve non è consapevole del suo potere taumaturgico all’inizio, quando compie il suo primo miracolo. Comincia a capire che quello che ha è un dono e che anche un nome – La carità carnale – a Napoli, a 19 anni, quando le viene raccontata la storia di Giulia di Marco. Le viene raccontata l’epopea di questa santa eretica che conobbe la gloria e la rovina. Marianeve capisce che non è sola, che c’era stata un’altra donna nel passato, che aveva lo stesso suo dono. Questa storia le viene raccontata da Gabriele, personaggio che sarà molto importante. Un ragazzo che aveva una malattia della pelle e che Marianeve guarirà a Napoli.
Nel romanzo emerge un rapporto molto intenso e simbiotico tra la protagonista Marianeve e il padre Sarchiapone. Marianeve ama profondamente il padre, ma prova anche una forte vergogna legata alle sue origini umili. Come hai lavorato su questa ambivalenza emotiva?
È stata la cosa più difficile, anche più scomoda da scrivere. Soprattutto quella che mi ha più fatto male emotivamente, perché comunque andare a esplorare questo nodo mi ha costretta ad abitare un luogo abbastanza inospitale, spigoloso. È quello che cerco di fare con le storie che scrivo. Non mi interessa andare a presentare una dicotomia netta tra bene e male, ma andare a ricercare un po’ l’ambiguità, anche nei sentimenti dei personaggi. Marianeve ama tantissimo suo padre e lui sembra proprio devoto al culto della figlia. È convinto che Marianeve sarà in grado di fare grandi cose, “di diventare un’artista“, come lui innocentemente dice. Però Marianeve comincia piano piano a guardare suo padre con un doppio sguardo. Da un lato, lo sguardo da figlia, piena d’amore e d’affetto per questo padre così tenero, goffo, che le prepara i panini e ha dei gesti gentili e pieni d’amore e premura per lei. Dall’altro lato, inizia a guardarlo con lo sguardo delle sue compagnelle di classe, che lo deridono. Soprattutto, quando poi Marianeve si trasferirà a Napoli, lo guarderà con lo sguardo atroce e cattivo, anche pieno di classismo, delle coinquiline, che lo derideranno vedondolo inginocchiato di fronte al frigorifero a sistemare tutte le cibarie per la figlia. Così Marianeve inizierà ad avere questa vergogna ingovernabile, indisciplinata, e soprattutto piena di ingratitudine, per questo padre così imperfetto. Volevo andare ad esplorare un sentimento ambivalente, da un lato l’amore e dall’altro questa vergogna, colma d’ingratitudine, verso questo uomo che assolutamente non se la merita.
Parlando sempre di vergogna, in precedenza hai affermato che secondo te questa è il motore di tutto. In che modo, quindi, la vergogna ha guidato la stesura del romanzo e si dispiega poi all’interno di questo?
Se dovessi proprio tracciare una sorta di fil rouge tra Uvaspina e La Carità Carnale, parlerei proprio della vergogna. Lo scuorno, proprio questa vergogna che è viscerale in un certo senso. La vergogna ha sempre guidato i miei testi, perché è stato il primo sentimento che ho provato verso la scrittura, durante l’infanzia. Quindi è un sentimento che conosco molto bene. Tutti questi personaggi sono proprio avvolti da questa vergogna, che non riescono in nessun modo a governare. Soprattutto questa vergogna che guida le loro scelte e li inibisce, fa fare loro un sacco di cose che non vorrebbero fare. È una vergogna che non li protegge, ma li espone ancora di più. Quindi non è qualcosa che li tutela, che li fa stare in una gabbia o in una bolla, ma è qualcosa che fa loro ancora più male.
La storia si sposta dal Cilento, un luogo aspro e dimenticato, verso una Napoli fiabesca e ricca di ombre. In che modo questi due scenari influenzano il percorso di crescita e l’identità di Marianeve?
Diciamo che si passa da un paesaggio molto terrestre, arso, brullo, pieno di monti, monti alburni, fiumi, gole del calore, del fiume, che sembrano delle fauci aperte, fino ad arrivare a una Napoli che in questo romanzo, ha anche un lessico diverso, molto meno terrestre, più marino, perché appunto paragono Napoli a un’ostrica. Marianeve passa da questo paesino, che per lei coincideva con il perimetro della piazza dove c’era il negozio del papà, a una metropoli che lei non riusciva in nessun modo a vivere e a gestire. Marianeve infatti non aveva gli strumenti pratici e dei motivi per riuscire a stare in quella città. C’è questa sorta di scissione tra il background paesano e difficile di Marianeve e questa sorta di disorientamento che lei prova arrivando in questa città. Si ritrova lontana da quello che era il grembo paterno, che per lei rappresentava un po’ tutto. Sia Marianeve che il padre Sarchiapone vengono da un Cilento che è lontano dallo stereotipo oleografico della cartolina. Questo perché mi interessava raccontare questo signore, quest’uomo, che ha un negozio in un paese spopolato, in cui non arriva più nessuno. Le cose non va molto bene, non entrano più le persone. È un paese che si popola soltanto quindici giorni all’anno, mentre invece durante il resto dei giorni dell’anno questo paese è completamente condannato all’oblio. Questo romanzo si apre proprio con una sventura, che capita a una compagna di classe di Marianeve, per far capire che il Cilento è lontano da quello stereotipo dei Cilentani che vivono fino a cento anni. Ci sono tanti problemi, soltanto che non ne parla mai nessuno dei problemi quotidiani che ci sono nei paesini del Cilento.
Il 25 Febbraio, giorno d’uscita del romanzo, sui tuoi social scrivi “Stanotte ho sognato di essere piccola, di avere cinque anni e i boccoli neri. Oggi mi sento di nuovo quella bambina: minuscola di fronte al lutto di dover lasciare andare “La carità carnale” e di non poter scrivere mai più questo romanzo”. Se potessi riscrivere il romanzo, cambieresti qualcosa? Se si, che cosa e perché?
Questa è una domanda che mi hanno fatto spesso, anche per quanto riguarda Uvaspina. Ogni volta che che sono usciti i miei romanzi, io non li ho più riletti. Nel senso che pure alle presentazioni, quando qualcuno fa dei reading o vengono letti dei brani, io non dico che non mi ci riconosco più, però mi sembrano ormai lontane quelle parole. Non riesco più nemmeno a pensare di poterci mettere ancora mano. Questo perché quando consegno un romanzo, io sperimento davvero un lutto. Capisco veramente che non c’è più nulla da toccare, da fare. Non so se riscriverei La Carità Carnale, perché è stato un processo davvero difficile. Non so se mi ci rimetterei ancora. Quindi credo che con tutte le sue imperfezioni, con tutti i suoi punti di forza e di debolezza, lo lascerei così com’è.
Qual è il messaggio o l’emozione che spera i lettori portino con sé dopo essersi immersi nel mondo di Marianeve?
Io vorrei tanto che arrivasse alle lettrici e ai lettori, più della santità, della carità, del misticismo, il rapporto tra Marianeve e suo padre. Questo secondo me è il vero nodo sentimentale di questa storia e vorrei che arrivasse questo soprattutto.
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