Senna e Comas: il gesto che nessuno ha dimenticato

Ci sono storie che nello sport sembrano quasi scritte per essere ricordate.
Nel 1992, Ayrton Senna salva Érik Comas fermandosi in pista. Due anni dopo, nello stesso mondo fatto di velocità e rischio, nessuno riesce a fare lo stesso per lui.

Il 1992 è l’anno in cui la striscia di vittorie di Senna al Gran Premio del Belgio si interrompe. Durante le prove libere del venerdì, Érik Comas perde il controllo a Blanchimont e la sua vettura si ferma in mezzo alla pista. Senna non esita. Frena, scende dall’auto e corre contromano sull’asfalto, tra le altre monoposto che sopraggiungono in una cortina di fumo e le bandiere che cercano di fermare tutto quel caos.

Comas, è in macchina, incosciente. Il motore è acceso, il rischio di un’esplosione è reale. Senna lo spegne, lo tiene fermo, gli resta accanto fino all’arrivo dei soccorsi aiutandolo a respirare.

“Era un uomo straordinario”, dirà anni dopo Érik Comas, “Mi ha salvato la vita. Avevo perso conoscenza, ma lui si è fermato subito. Ha cercato di spegnere tutto, senza pensarci.”

E ancora: “C’era un grosso rischio di esplosione. Per me è stato un atto eroico, ma per lui era quasi qualcosa di naturale.”
È questo che colpisce di più. La normalità del gesto. Come se fermarsi per salvare qualcuno, in quel mondo, fosse la cosa più semplice da fare.

In uno sport che vive di millesimi e rivalità, Senna rompe tutto. Per un istante la competizione smette di esistere.
Non esiste strategia, non c’è calcolo. Ma una decisione immediata, istintiva. Una reazione profondamente umana.
E forse è proprio per questo che quell’episodio non è mai rimasto solo un ricordo sportivo. È diventato qualcosa che va oltre la pista.

Due anni dopo, durante il Gran Premio di San Marino 1994 a Imola, tutto cambia forma.
Quel fine settimana è segnato dalla morte di Roland Ratzenberger. Un’ombra pesante che si allunga su un paddock, mentre si parla di sicurezza e di un limite che sembra sempre più vicino.

In pista c’è ancora Comas. Rientra ai box senza sapere cosa stesse accadendo. “Ho fermato la macchina mi sono tolto il caso e volevo avvicinarmi. Ma i commissari mi hanno impedito di farlo.”

Poi arriva la consapevolezza, lenta e crudele. “Sapevamo che in quel momento Ayrton era già tra la vita e la morte… ho avuto una sensazione di paralisi, come se tutto intorno a lui si fosse fermato.”

E anni dopo il ricordo ricorre: “Vedere l’uomo che mi aveva salvato la vita andarsene due anni dopo è stato qualcosa che mi ha segnato profondamente. Mi ci sono voluti anni per riuscire a parlarne.”

Il paradosso rimane lì, immobile. L’uomo che si era fermato per salvare una vita non ha potuto essere salvato allo stesso modo.

Perché Ayrton Senna non è solo un campione. Non è solo un nome legato a vittorie, numeri o incidenti. È qualcosa che resta sospeso tra le parole di chi lo ha conosciuto e il ricordo di chi lo ha visto correre.
Forse è questo che lo rende ancora così presente: non ciò che ha vinto, ma ciò che ha lasciato nel modo in cui ha scelto di vivere – e di fermarsi.

Immagine in evidenza: senna.org.br, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Autore

Lascia un commento