Ordinato, preciso, chirurgico e burocratizzato. Sono aggettivi che cadono come pietre sull’ultimo polar di Dominik Moll, Il caso 137.
La trama
Dicembre 2018, Il caso 137 è ispirato a fatti realmente accaduti. Durante una manifestazione dei Gilets jaunes, un ragazzo di nome Guillaume rimane gravemente ferito. Cosa sia successo davvero, in quel groviglio di gas e cariche, nessuno lo sa. A dover scoperchiare la “scatola nera” dell’incidente è Stéphanie, un’investigatrice dell’IGPN, l’organismo che sorveglia la condotta della polizia. A interpretarla c’è una monumentale Léa Drucker, fresca di Premio César come miglior attrice per questo ruolo. Stéphanie deve interrogare colleghi, ricostruire frammenti, rimettere in fila file digitali, foto e video. È un lavoro di montaggio dentro il film.
Il dispositivo come protesi della giustizia
In una recente intervista a FilmTV, Dominik Moll ha detto:
«La novità è che, al giorno d’oggi, senza una prova visiva l’indagine si ferma. Spesso poi questi video girati con gli smartphone trapelano in rete e si diffondono tramite social, da cui il sollevamento dell’indignazione popolare».
È qui che si gioca la partita di Il caso 137. Il film si apre con un’inquadratura tagliata a metà. Nella parte inferiore c’è il retro di un monitor fuori fuoco, sopra invece sbuca il primo piano di un poliziotto che osserva il computer e commenta quello che vede. Sia il fuori fuoco del monitor, sia il fatto che a noi sia negata la visione delle immagini, sono elementi che suggeriscono come la verità non risieda nell’oggetto tecnologico ma nello sguardo di chi lo interpreta. In questa bipartizione del quadro il dispositivo si fa protesi della giustizia, un occhio meccanico che non dorme mai, ma il regista sa bene che anche le immagini più oggettive restano materia scivolosa, frammenti che si possono scomporre e sezionare fino a ribaltarne completamente il senso originario.

Mettere ordine
Per questo polar1 contemporaneo, Dominik Moll sceglie ancora il montatore Laurent Roüan, il quale lavora sul materiale a disposizione con una disciplina ferrea. Per esempio, riesce a dare ritmo ad una semplice sequenza composta solo da fotografie della protesta parigina, grazie al cambio di formato delle foto e alla musica originale di Olivier Marguerit, compositore che aveva già musicato meravigliosamente La notte del 12 (2022, Dominik Moll). Nella bulimia visiva del contemporaneo — dove immagini artificiali di gattini ci succhiano via il tempo e la vita di tutti noi — la regia di Moll prova a restituire senso attraverso il rigore tecnico: raccordi sull’asse impeccabili, primi piani usati solo se strettamente necessari e poi un montaggio interno che orchestra i dialoghi con cambi di fuoco millimetrici (fantastica la gestione dello spazio e la scelta dei campi nella scena al supermercato).
Parallelamente, a livello narrativo, l’IGPN mette ordine nel caso 137 attraverso le procedure. Burocrazia fatta di e-mail eccessivamente formali, di permessi e lungaggini. Un processo di disumanizzazione, certo, ma è anche un principio ordinatore necessario. Classificare, riassettare e archiviare significa ridurre il margine d’errore e tentare un avvicinamento a quella presunta oggettività dei fatti che, senza il filtro della norma, resterebbe inafferrabile. Il film assembla con pazienza una planimetria delle colpe, cedendo solo a qualche tentazione didascalica in due monologhi che vogliono (ri)spiegare a parole ciò che il talento di Alicia Mady (l’inserviente) e Léa Drucker avevano già abbondantemente espresso con la sola presenza.
Quel che resta del caso 137
Quando la narrazione si chiude, il quadro del caso 137 appare limpido. Sappiamo come sono andate le cose e in fondo comprendiamo le ragioni di ogni attore in campo. Ci rimane un’arte che aspira alla forma più alta di burocrazia, di messa in fila, che tenta di fare chiarezza nel frastuono della post-medialità2 e quindi che combatte una battaglia persa. E poi ci sono i rimasugli del caso, le macerie. Due vite rovinate, quella di un adolescente e di sua madre, e due video che probabilmente sono finiti nel tritacarne dei social e che chiudono il lungometraggio quasi fossero un testamento digitale.
Il primo riprende gli ultimi momenti di felicità di Guillaume mentre canta in auto insieme agli amici. Cantano Siffler sur la colline (1968) di Joe Dassin, la cover francese del brano italiano Uno tranquillo. Durante le proteste del maggio del ’683 le radio erano in sciopero e quindi c’era una programmazione esclusivamente musicale, il brano pop di Dassin passava in loop perchè tra le ultime uscite e finì per diventare la colonna sonora di quei mesi rivoltosi. Moll recupera il pezzo e lo getta cinquant’anni in avanti. Un ponte sonoro tra generazioni molto diverse, unite dalla stessa rabbia.
Nell’altro video Guillaume compare un mese dopo l’aggressione, intento a raccontare con estrema delicatezza la sua situazione. È solo, posizionato al centro dell’inquadratura in un allestimento che ricorda le testimonianze solenni e frontali del documentario Human (2015) di Yann Arthus-Bertrand. La camera lo fissa in un piano medio, avvolto da una luce impeccabile, finché un ultimo e chirurgico raccordo sull’asse aggredisce lo spazio per stringere sul volto del ragazzo. Dall’altra parte dello schermo, probabilmente, milioni di utenti — e forse anche di spettatori — trovano forza nell’idea approssimativa, facilona e populista racchiusa nel noto acronimo evocato dal figlio di Stéphanie. A.C.A.B. All Cops Are Bastards.
Immagine di copertina: foto di @FannyDeGouville
- Il polar è un sottogenere cinematografico francese che, sin dagli anni ’40, fonde poliziesco e noir. È caratterizzato da atmosfere cupe e da un’analisi psicologica di temi come la corruzione e l’ambiguità morale. Al centro della trama si trovano spesso figure introspettive, criminali o poliziotti, coinvolte in drammatici intrighi urbani. ↩︎
- La post-medialità definisce la fase in cui i media tradizionali non svaniscono, ma si dissolvono e si fondono nei dispositivi digitali. In questo scenario, cinema, stampa, radio e TV cessano di essere oggetti separati per diventare flussi invisibili che innervano ogni nostra pratica quotidiana. Sul tema, si veda R. Eugeni, La condizione postmediale. Media, linguaggi e narrazioni, Brescia, Editrice La Scuola, 2015. ↩︎
- Il Maggio francese del 1968 è stata una massiccia deflagrazione sociale che ha unito studenti e operai in una Parigi paralizzata da barricate e scioperi. Nata negli atenei di Nanterre e della Sorbona come rivolta contro l’autoritarismo e il consumismo, la protesta ha coinvolto milioni di lavoratori, sfidando l’ordine costituito e rivendicando riforme radicali. ↩︎
