“La Tempesta” è l’adattamento dell’ultima opera di Shakespeare diretto da Giuseppe Scordio e Attilio Tamburini, in uscita dl 24 al 29 aprile allo Spazio Tertulliano di Milano.
Catarsi e riscoperta
Il riadattamento cinematografico de “La Tempesta” di Shakespeare nasce da un’idea di Giuseppe Scordio, sviluppata insieme al lavoro del regista Attilio Tamburini, con l’obiettivo di mettere in moto un processo di catarsi dell’animo umano dopo il trauma derivato dalla pandemia. L’opera shakespeariana diventa un’espediente per interrogare la società attuale verso un rapporto più consapevole di simbiosi tra uomo, natura e pianeta. Ad oggi le parole di Shakespeare risultano più forti che mai: “...Soltanto la natura avrebbe il potere di produrre ogni sorta di prosperità di abbondanza, al fine di nutrire l’intera umanità.” Tutto torna alla terra, direbbe Nietzsche.
L’opera di Giuseppe Scordio e Attilio Tamburini invita il pubblico a interrogarsi sul suo rapporto con la natura e la fragilità dell’animo umano, in una riscoperta continua di ciò che realmente conta nella vita. Miranda, figlia del duca spodestato Prospero, cresciuta lontano dal mondo degli uomini su un’isola lontana, a un certo punto esclama: “È un mondo nuovo“. Questa frase invita nuovamente a guardare avanti in favore di un mondo altro.
Shakespeare oggi
Questo adattamento dell’opera ultima del bardo inglese segue le vicende di un’isola dove Prospero (Giuseppe Scordi), ex duca di Milano tradito dal fratello Antonio (Enzo Giraldo), è costretto all’esilio con sua figlia Miranda (Jasmine Monti). Anni dopo, grazie alle arti magiche dello spirito del vento Ariel (Zoe Pernici), Prospero provoca una tempesta per far naufragare i suoi nemici di ritorno da un matrimonio a Tunisi. Tra questi Antonio, ora duca di milano, il re di Napoli Alonso (Alberto Mancioppi), suo figlio Ferdinand (Stefano Anonni), suo fratello Sebastiano (Gustavo La Volpe) e il vecchio consigliere Gonzalo (Gianni Quilico).
La tempesta contemporanea
23 febbraio 2020.
Il mondo si ferma.
Il terrore del contagio si abbatte sull’intera umanità, come una terribile tempesta.
I teatri e i cinema sono i primi a spegnere le luci
ma la passione si riaccende sull’isola di Ischia, dove il cielo incontra il mare.
Questo non è un film.
E’ un luogo dove la natura riconquista ciò che le appartiene.
Un palcoscenico all’aperto, dove le parole diventano immagini
e la scena riprende vita.
Con queste parole si apre il film, come una dichiarazione d’intenti che sottolinea che non stiamo per assistere ad uno spettacolo tradizionale. Si tratta, infatti, di un’opera a metà tra cinema e teatro la cui idea nasce durante il lockdown, un momento di sospensione globale in cui cinema e teatri si fermano. Questo progetto vuole essere una resistenza artistica e un riferimento simbolico a quel periodo fragile costernato dalla paura del contagio e dall’isolamento, un periodo in cui l’umanità sembrava essere stata colpita da una “tempesta”.
Simbolico è anche il luogo dove si svolge il film: l’Isola di Ischia, un palcoscenico isolato e a stretto contatto con la natura nel cercare di ristabilire un rapporto più sano con lo spazio naturale circostante tra il verde delle foreste e il blu del mare.
Intervista a Giuseppe Scordio
Da quanto era in cantiere l’idea?
L’idea è nata nel 2020, subito dopo la pandemia e siamo riusciti a realizzarla nella primavera del 2021.
Essendo passati diversi anni, il progetto finale è cambiato rispetto a quella che era l’idea orgiinale? Ci sono state tante revisioni?
No, non è cambiata molto. Se non come il corso naturale delle cose, insomma sicuramente è maturata, è cresciuta e alcune idee iniziali si sono trasformate in altre. E’ questo è il processo dell’arte in tutte le sue forme.
Recentemente la regista Chloé Zhao è diventata famosa per il film “Hamnet” e in seguito la nomination agli Oscar. Lei ha detto che Shakespeare va sentito più che compreso. Anche se lei essendo cinese parlava proprio di una barriera tecnica di traduzione, secondo lei effettivamente Shakespeare va sentito?
Sì, più che sentito, ascoltato. E sì, deve fare in modo di riuscire ad andare in profondità in quanto davvero è uno dei poeti più profondi, se non il più profondo, quello che riesce a giocare con il sentimento umano toccando profondità davvero inesplorate.
Qual è il suo rapporto invece con le opere di Shakespeare?
Devo dire che io non ho frequentato molto Shakespeare. Certo ne sono innamorato, l’ho studiato e ho apprezzato il fatto che riuscisse a prendere i suoi personaggi dalle opere classiche, soltanto che è uno dei pochi che è riuscito a farle vivere. I suoi personaggi non sono soltanto dei caratteri, ma sono proprio persone che ha scavato in profondità riuscendo a rappresentare davvero quello che è l’essere umano e non lo stereotipo dell’essere umano.
Intervista ad Attilio Tamburini
Com’è stato lavorare al tuo primo lungometraggio?
Beh, è un’esperienza. Un’esperienza importantissima, un’esperienza che ti forma. Poi è stata in un periodo molto particolare. Abbiamo avuto la fortuna di farla in un’isola dove si è creato proprio un mondo incantato che ha reso ancora più incantato quello che pensavo potesse essere un’isola del cinema.
Com’è stato il passaggio da lavorare al cortometraggio al lungometraggio?
Sono due mondi molto vicini per certi versi e molto lontani per altri. Cambiano tantissimo le tempistiche. la gestazione del lungometraggio è veramente importante, anche quella del corto lo è, ma come dice il nome è più corta.
Sei stato anche te uno studente della IULM, hai sentito il passaggio da studente a regista a tutti gli effetti?
Questo è un passaggio che secondo me non va fatto. Credo che per lavorare nel cinema uno debba rimanere studente sempre, perché quello che contraddistingue gli studenti è la curiosità e la curiosità è quella che fa il cinema.
Immagine in evidenza: Giulia Impiombato (ph)
