Cosa succede quando l’aspettativa sociale diventa una gabbia? In Malefica, il romanzo d’esordio edito Fandango di Nicole Trevisan, la protagonista Aurora combatte tra le sue radici venete e il disperato bisogno di essere altro. Attraverso una rabbia femminile che non è isteria, ma una potente forza vitale, l’autrice scava nei silenzi di una generazione iperconnessa, ma incapace di comunicare davvero. In questa intervista all’autrice scopriamo come, nel vuoto dell’inadeguatezza, si possa ancora trovare lo spazio per la propria libertà.
Nicole Trevisan, classe 1989, autrice di racconti pubblicati su diverse riviste; editor e redattrice per Spaghetti Writers; contributor per la rivista letteraria Malgrado le mosche; nel 2023 vince il premio Zeno nella sezione “Racconti Lunghi”.
Il 27 Febbraio 2026 pubblica il suo romanzo d’esordio, intitolato Malefica, con Fandango. Il romanzo racconta di Aurora, una trentenne precaria fuggita dal Veneto dopo il diploma. All’improvviso muore il suo migliore amico, Andrea, e torna dai genitori un paio di giorni, giusto il tempo del funerale. Appena scesa dal treno programma già di rientrare a Roma – dove ha lasciato la fidanzata – ma dopo una lite con la madre decide di restare. Aurora ha alle spalle una serie di irrisolti, tra amicizie finite, bugie, fallimenti, ma vuole essere una persona diversa. Resta in Veneto e cerca un nuovo lavoro. Indaga il suo passato e cerca di ricucire i legami che le restano. Vuole cambiare e nel tentativo di riuscirci rimane vittima dei suoi stessi errori. Fino all’inevitabile confronto con se stessa.
Per il tuo esordio letterario hai scelto di raccontare una storia densa di margini e irrisolti. Come è nata l’esigenza di dare voce ad Aurora e qual è stato il percorso che ti ha portato a sviluppare questo primo romanzo?
Io trovo molto interessante quello che accade nella marginalità della vita che attraversiamo. Quindi la tematica della periferia, della provincia, tematiche come l’emarginazione. Tutte le cose che avvengono fuori dalla luce sono atti estremamente trasformativi nella nostra società. Si tratta di dove nascono effettivamente le cose nuove, degli stimoli nuovi.
Il discorso sulla provincia è un discorso molto sedimentato nel tempo in letteratura. Però io l’ho affrontato dal punto di vista della provincia del basso Veneto. Anche qui non è esattamente una novità, perché ho dei predecessori illustri e da pochissimo anche un’altra autrice ne parla: Giulia Scomazzon. Però ecco il punto di vista femminile su questi ambiti mancava molto.
Aurora scappa dal Veneto per cercare radici altrove, ma quando torna per il funerale di Andrea dice di sentirsi “Sradicata, come pensavo mi sarebbe piaciuto essere, e invece sento solo il vuoto sotto, intorno“ (Pagina 56). Qual è il destino di chi non si sente a casa da nessuna parte? È una condanna a restare perennemente “all’erta” e cinici, o in questo vuoto può aprirsi una possibilità di libertà diversa?
Io credo che si possano aprire delle possibilità di libertà, va solo capito dove far arrotolare la radice, se vogliamo riutilizzare questa immagine. Aurora è una persona che ha cercato di radicarsi altrove – in altri posti che fossero diversi dal paese in cui è nata – pensando di trovare se stessa. Ha scoperto che riusciva a sentirsi a casa lontano da questa, solo facendo le cose che avrebbe dovuto fare dove era nata. Quindi c’è un irrisolto da questo punto di vista, che lei nel corso del romanzo cerca quantomeno di comprendere. Ecco io penso che una volta compreso il conflitto, allora sia possibile cercare nuove radici.
Un tema centrale è la rabbia. In particolare una rabbia femminile che tu definisci come spesso “negata” alle donne o ridotta a “isteria”. In Aurora, invece, la rabbia sembra una condizione esistenziale. Perché era importante per te rivendicare il diritto di un personaggio femminile di essere, semplicemente, “Malefica“?
Molte rappresentazioni femminili anche di female rage – sia nella cinematografia che nella letteratura – lo caricano come un evento eccezionale, innescato da delle cose estremamente gravi. Io invece la considero anche una componente estremamente quotidiana. Quindi ho voluto valorizzarla inserendola in una storia fatta anche di routine, di persone che escono, vanno al lavoro, hanno delle relazioni e tentano di portare avanti un percorso. Per me era anche importante rappresentare la rabbia non unicamente come un sentimento negativo, scuro, che trascinasse verso il basso, ma anche far indovinare la forza vitale che ha. Perché comunque Aurora arrabbiandosi tenta di cambiare le cose.
L’aspettativa è un binario che attraversa tutto il testo, ma i due fratelli la percorrono in direzioni opposte. Da un lato c’è Michael, che si accomoda in quella eredità. Dall’altro lato c’è Aurora, per cui l’aspettativa è un peso che schiaccia. Come hai lavorato su questi due modi di abitare la realtà: quello di chi incarna perfettamente il percorso disegnato e quello di chi lo spezza con rabbia perché non riesce a trovarvi posto?
Era importante mostrare che Michael non è un personaggio negativo perché segue la strada tradizionale. Lui semplicemente, in modo molto naturale, rientra all’interno di quel solco di aspettative tracciate prima di lui. Tracciate non tanto solo dai genitori, ma anche dal tipo di società in cui lui abita. Quindi è ammissibile che lui in quel solco ci stia – pur con le sue mancanze – con la sua normalità quasi fastidiosa. Quanto è ammissibile che Aurora invece non lo accetti per niente. Aurora è altro, lei sta cercando se stessa. Ha questo sentimento molto forte, questa rabbia, e ho sempre pensato che non fosse giusto negare la rabbia nelle persone che cercano, sbagliano e non trovano. In questo senso per me era veramente importante accoppiare questi due fratelli. Metterli uno accanto all’altra e fargli percorrere due strade anche molto diverse, per poi spingerli a un confronto forzato.
A pagina 55 leggiamo “Era quello che Michael aveva imparato e quello che desiderava per sé”. Lo aveva imparato perché lo desiderava o lo desiderava perché lo aveva imparato?
Io non credo che le due cose si escludano necessariamente. È vero che quello che impariamo spesso diventa l’indirizzo da seguire. Non siamo tutti uguali ovviamente, quindi dubito che questa cosa valga per l’umanità intera. Però in genere quando viene appresso un percorso, allora si pensa che quello sia l’unico possibile. Quindi in questo senso probabilmente ciò che si impara è ciò che si desidera. Però non è detto che non possa contemporaneamente avvenire il contrario. Quindi Michael segue questo tipo di direzione. Lui sembra non sbagliare niente di fatto, perché anche quando si ritrova a fronteggiare un evento improvviso, lo fa con estrema calma ed estrema maturità – totalmente invidiabile devo dire – scatenando l’ira della sorella. Aurora non capisce questa calma, perché non la può concepire e non l’ha veramente mai imparata.
Aurora si sente disadatta proprio perché non riesce ad assecondare l’immagine che la famiglia e la società vorrebbero che lei avesse. A pagina 15 leggiamo “L’acido mi corrodeva dentro, ero una batteria ossidata, esposta a un ambiente ostile che rischiavo di inquinare“. In che modo l’incapacità di rispondere alle aspettative si trasforma in lei in una sensazione di essere “guasta”, e che effetto ha questo inquinamento interiore sulla sua capacità di agire e di stare nel mondo?
Io Aurora l’ho sempre pensata molto sola nella sua sensazione di disadattamento. Quindi questo suo sentirsi Malefica in realtà non si risolve. Non diventa altro che la convinzione di essere ancor più condannata a fare del male, perché non ha esempi simili a lei. Lei attorno ha tutte persone che – chi più, chi meno – tentano di fare del bene, sia di se stessi che del proprio futuro, che di quelle famose aspettative.
Il personaggio di Andrea per esempio – che a me è molto caro – cerca una parabola estremamente positiva. Lui cerca la liberazione dalle aspettative attraverso lo sport. Afferma se stesso, dice: “Io voglio fare questa cosa, non mi interessa della scuola, dello stipendio, della casa. Io butto i soldi per comprare le biciclette perché voglio essere un professionista”. Quindi vediamo un personaggio che ha il suo arco di ricerca, mentre Aurora non riesce ad avere questo tipo di sviluppo.
L’incomunicabilità in Aurora sembra essere la conseguenza finale della precarietà, della rabbia repressa e del sentirsi “sbagliata”. Non parla con il padre e fatica a farlo con Rebecca, arrivando a parlare solo con chi non può rispondere. Hai voluto mostrare come il sentirsi inadeguati finisca per togliere letteralmente le parole?
Il tema dell’incomunicabilità ha un peso all’interno di questo collasso psicologico, in questa sorta di gastrite esistenziale in cui si chiude Aurora. Lei è un personaggio estremo, un personaggio di finzione ed è estremo proprio perché porta all’esagerazione un sentimento, un rancore, una visione della vita. Questo però non significa che le persone non possano anche sentirsi come Aurora in determinati momenti.
Il tema dell’incomunicabilità è un tema generazionale che io sento fortissimo. Noi comunichiamo tutto il giorno, siamo abituati a restare costantemente in contatto, ma questo, invece di avvicinare l’immediatezza comunicativa, la dilata enormemente. Fino a perdere il messaggio e l’abitudine di essere chiari. Non è quanto tempo ci metto, ma cosa ti sto veramente dicendo. Quindi si può perfettamente vivere come vive Aurora, nel “faccio finta di niente, va bene così. Io lo so – o forse no – quello che provo e gli altri possono rimanere tranquillamente esclusi da quella che è l’intimità, l’emotività del singolo”.
A pagina 29 leggiamo “Ero io a non sapermi adeguare e lo sapevo”. Aurora, dunque, è lucidamente consapevole della sua condizione. Questa consapevolezza è per Aurora una forma di riscatto o la sua condanna definitiva alla solitudine?
Ci ho pensato a lungo a quanto la sua consapevolezza fosse una resa a se stessa o quanto invece fosse un meccanismo di liberazione. Io credo che la sua convinzione di essere Malefica comunque cambi accezione nel corso del romanzo. All’inizio Aurora probabilmente si sente condannata a questa cosa, dice: “Io sono così”. Proprio nell’incipit Aurora dice: “Mi riconoscerai dalla mia rabbia”. Lei ne è estremamente consapevole e la vive come una sentenza. Nell’evoluzione del romanzo, Aurora incontra persone del passato, ma cerca anche nuovi legami, e alla fine quello ha una sfumatura diversa. Infatti lei poi dice: “Io sono così, io lo so. so che cosa posso fare, so anche che cosa posso diventare”. Il percorso conclusivo si scontra con delle singolarità e con dei personaggi che lei finalmente riesce ad ascoltare.
Hai creato una playlist specifica per accompagnare il libro. In che modo la musica ti ha aiutato a definire l’atmosfera del romanzo e quali sonorità rappresentano meglio lo stato mentale e la vita della protagonista?
Ci sono varie canzoni che rappresentano vari momenti del romanzo e mi sono anche molto divertita a cercarle. C’è una canzone di Kings of Leon che tematizza il rapporto tra lei e Andrea. C’è una canzone che è quella di Lorde, che richiama un po’ l’adolescenza di Aurora. Quella che ho ascoltato in assoluto di più però è stata I disagree di Poppy. Una canzone cattivissima, ma è proprio quella la ribellione, che nasce dall’adolescenza, ma si trascina nell’età adulta, ed è estremamente trasformativa, molto forte. Per me Aurora è quella canzone lì.
Cosa ti auguri che i lettori portino con sé dopo aver incontrato la rabbia e la precarietà di Aurora?
Io penso che le persone possano sentirsi anche comprese in queste dinamiche, quindi nel rancore, nella rabbia, nella fatica relazionale, nell’incomunicabilità. Io volevo che le persone non si sentissero sole, che magari nel vedere questa parabola di Aurora, pensassero “non voglio finire esattamente così” o “non voglio dover fare certe cose, per arrivare a capire che non sono l’unica persona arrabbiata sulla faccia della terra”. Questa era una cosa – tra tante cose che ho scritto in questo romanzo e tra tanti temi che mi interessavano – di quelle che sicuramente mi stavano più a cuore.
Immagine in evidenza: Nicole Trevisan
