Il comunicato ufficiale risale al 26 febbraio 2026, poco più di un mese fa: tra i ricchi archivi della Library of Congress di Washington, D.C, è stato rinvenuto con sorpresa un incredibile cimelio del primo cinema muto. Gugusse et l’Automate, breve cortometraggio realizzato nel 1897 dall’illusionista francese Georges Méliès, costituisce un artefatto dalla straordinaria creatività, la prima rappresentazione cinematografica attestata di un “robot” (vocabolo che non avrebbe sostituito “automa” fino alla sua comparsa nel 1920, con il dramma utopico scientifico R.U.R. del ceco Karel Čapek).
Gli albori della sci-fi
Si tratta di una testimonianza fondamentale, che conferma l’importanza di Méliès nella produzione del cinema delle origini (parallelamente ai fratelli Louis e Auguste Lumière, si intende): una sci-fi ante litteram, la si potrebbe quasi definire, ritenuta da numerosi critici uno tra i primi esempi di opera cinematografica dedita a tematiche di sperimentazione scientifica, creazione e trasformazione. Esso non fu la sola occasione in cui Méliès si confrontò con il cinema fantascientifico: qualche anno più tardi, infatti, realizzò i due capolavori gemellati Voyage dans la Lune (1902) e Voyage à travers l’impossible (1904).
Per oltre un secolo, ad ogni modo, Gugusse et l’Automate fu considerato un documento smarrito. Nel 2025, tuttavia, presso la Library of Congress furono riesumate dalla collezione del contadino e showman itinerante William DeLyle Frisbee, donata dal pronipote Bill McFarland (dopo essere stata tramandata per generazioni dal 1937) e valutata presso il National Audio-Visual Conservation Center della Biblioteca a Culpeper, in Virginia, dieci bobine di pellicola al nitrato deteriorate e disperse per anni. Tra esse, frammenti di The Burning Stable (1896) di Thomas Alva Edison, Nouvelles Luttes extravagantes (1900) e Gugusse et l’Automate di Méliès, per la cui stabilizzazione e digitalizzazione i tecnici addetti impiegarono circa una settimana. Infine, i film sono stati resi accessibili al pubblico in risoluzione 4K.
Questa è una di quelle collezioni che ti fa capire perché fai questo lavoro.
Courtney Holschuh, tecnica d’archivio che ha svelato la pellicola
Lo studio su pellicola
L’aspetto della bobina rinvenuta, come ha spiegato la Library of Congress, risultò dapprima malconcio e il suo contenuto, anche a sguardi esperti, ignoto. Soltanto successivamente, grazie a un’analisi più approfondita, si giunse a una panoramica più completa: la bobina, infatti, pareva risalire alla Prima Guerra Mondiale, trasferita da scantinati o fienili a garage, per poi approdare in archivio. Insieme a questa, ne fu rinvenuta una decina d’altre: svariate erano deformate, sovrapposte le une alle altre o parzialmente “sbriciolate”.
A seguito di un’attenta esaminazione, articolatasi fotogramma per fotogramma, l’equipe coinvolta intravide su una delle pellicole figure di particolare rilievo: una stella nera, dipinta su un piedistallo al centro del quadro-scena (fu poi scoperto che la casa di produzione di Gugusse et l’Automate fosse la Star Film, fondata da Méliès stesso nel 1896) e i personaggi di un mago/clown e un “umanoide”. La loro interazione sembrava dipanarsi a mo’ di scontro-sketch comico, nel tipico stile slapstick senettiano.
Essenzialità narrativa
Malgrado la sua brevità (o, forse, proprio grazie a essa), Gugusse et l’Automate mantiene una struttura narrativa e visiva intenzionalmente essenziale. In accordo al primo cinema, infatti, il film è concepito secondo unipuntualità, in un’unica inquadratura, favorendo in primis il principio delle tre unità aristoteliche.
Grazie al movimento di una manovella, quasi come in un carillon, Gugusse è in grado di dominare la propria creazione, la quale accresce a poco a poco di dimensioni. Trasformatosi in uno pseudo-robot dalle fattezze pressoché umane, la macchina acquisisce il controllo del proprio corpo e bastona ripetutamente Gugusse. In risposta, il mago trascina l’automa dal piedistallo, impugnando un grande martello: a ogni percossa inferta, il robot si rimpicciolisce sempre più, fino a scomparire completamente. Questa trasformazione scalare è il prodotto di una tecnica/effetto speciale tipicamente méliessiana, il “trucco della sostituzione”, ovvero la momentanea interruzione della ripresa, durante cui si modifica il soggetto in campo.
La narrazione risulta, dunque, tripartita in base alla tradizionale struttura in tre atti: l’iniziale equilibrio, precariamente invertito nel rapporto di potere tra macchina e creatore alla Frankenstein, viene infine sancito da una risoluzione.
Il ritratto di un’epoca
L’ottica del racconto si colloca in un panorama culturale complesso, il XIX secolo, nel quale si registrò una forte spinta verso la ricerca tecnologica. Il fermento generale, dovuto specialmente alle nuove invenzioni (proprio in tali circostanze, non a caso, nacque anche il cinematografo Lumière), scaturì in nette opposizioni sociali. L’industrializzazione aveva già generato un sentimento di diffidenza, se non addirittura di resistenza, all’automazione (basti pensare al movimento del Luddismo inglese). In un simile contesto, la “macchina umana” fu in prima battuta concepita come contrassegno moderno, racchiudendo però in sé le contraddizioni e i timori di un’intera epoca.
Tale polarizzazione è ben rappresentata dalla tensione archetipica dei protagonisti del film: tra docilità indotta e ribellione annunciata, Méliès traspone con originalità la lotta prometeica per l’autodeterminazione della macchina. La conclusione della vicenda ristabilisce con tono rassicurante lo status dell’ideatore. Il robot, la cui affinità con la maschera popolare francese di Pierrot gli attribuisce un’aria ingenua e malinconica, da curiosità da baraccone che Gugusse sfoggia con superbia acquisisce autonomia, mentre le sue sembianze rassomigliano sempre più quelle umane.
La crescita fisica diviene così metafora di una volontà “altra” che sfugge al controllo, di uno strumento ormai razionale. Soltanto la distruzione della creatura può riportare ordine in questo gioco di ruoli: malgrado il tono comico finale, quindi, Méliès non elide l’inquietudine di fondo che l’opera trattiene.
Un mito lungo secoli
In appena 40 secondi, privi di dialoghi e con un solo piano fisso, Gugusse et l’Automate di Méliès enuclea un mito già maturato da secoli dalla cultura occidentale e che tra Ottocento e Novecento si evolse in modo quasi morboso. La macchina, prolungamento dell’essere umano come Galatea del suo Pigmalione, si rivela al contempo invenzione ammaliante e possibile nemesi. Una dinamica tanto semplice nella messinscena quanto profonda nelle implicazioni, dove alcuni esperti hanno rilevato persino una sorta di predizione autobiografica: quel Georges Méliès, discepolo di Harry Houdini e fabbricatore di illusioni fantastiche, a cui il cinema avrebbe voltato le spalle in poco più di un decennio.
Immagine in evidenza: Wikipedia (Library of Congress)

1 Commento
Bianca
Una storia interessante che non conoscevo!