Jeff Buckley vive nel docufilm “It’s Never Over”

Giovedì 12 marzo al Cinema Arcobaleno di Milano si è tenuta la proiezione in anteprima del docufilm “It’s Never Over, Jeff Buckley” sulla vita dell’omonimo cantante statunitense, morto prematuramente all’età di 30 anni. Il film arriverà nelle sale italiane come evento speciale solo per tre giorni: 16, 17 e 18 marzo.

La vita e il tormento famigliare

Il docufilm firmato da Amy Berg, regista che vanta una nomination agli Oscar nel 2007, ripercorre l’infanzia e i problemi familiari che hanno segnato la breve vita di Jeff Buckley. Nato nel 1966 ad Anaheim, in California, Jeffrey Scott Buckley nasce immerso nella musica in quanto figlio d’arte da parte di entrambi i genitori: la madre, Mary Guilbert, è violoncellista, mentre il padre, Tim Buckley, fu uno dei cantautori più rappresentativi del rock americano di quegli anni.

Tuttavia Jeff non conobbe mai realmente suo padre: alla sua nascita, infatti, egli decise di sottrarsi ai suoi doveri genitoriali, abbandonandolo. Il vuoto lasciato dall’assenza di una figura paterna generò in lui una cicatrice che non guarì mai del tutto, aggravata dai ripetuti sforzi che Jeff dovette compiere per staccarsi dall’immaginario collettivo che spingeva spesso le persone a paragonarlo al padre.

Le testimonianze della madre, insieme a quelle di Rebecca Moore, sua ex fidanzata, e di Joan Wasser, la compagna dell’epoca, restituiscono un’immagine di Jeff come persona devota, premurosa, alleato delle donne dalle quali traeva costante ispirazione (basti pensare che la musa di Lover, You Should’ve Come Over è proprio Rebecca Moore). L’intero docufilm si regge su una ricca raccolta di clip di interviste a Jeff, ai compagni di band e gli amici più cari, i quali hanno permesso di raccontarne la persona e l’artista.

Jeff Buckley and Mary Guibert in IT’S NEVER OVER, JEFF BUCKLEY, a Piece of Magic Entertainment release. Photo courtesy of Piece of Magic Entertainment.

Un’artista immortale

Nato nel novembre del 1966, Jeff Buckley avrebbe oggi 59 anni se fosse ancora in vita. Eppure è bastato un unico disco a consacrarlo come artista immortale. Un vero punto di riferimento per cantanti, musicisti, appassionati e studiosi di musica, la sua visione artistica ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica. La visceralità della sua voce e l’onestà dei suoi testi sono solo alcuni degli elementi che lo hanno contraddistinto e continuano a distinguerlo in un panorama musicale sempre più affollato. Con un’estensione vocale di circa quattro ottave, la voce di Buckley è pregna dell’influenza di Nina Simone e Nusrat Fateh Ali Khan, i quali non perdeva occasione di omaggiare durante i suoi concerti.

Jeff Buckley in IT’S NEVER OVER, JEFF BUCKLEY, a Piece of Magic Entertainment release. Photo credit: Merri Cyr. Photo courtesy of Piece of Magic Entertainment.

I don’t really need to be remembered. I hope the music’s remembered” (Tr. Non ho voglio davvero essere ricordato. Spero che sia la musica ad essere ricordata), rispose durante un’intervista in cui gli venne chiesto come voleva essere ricordato. Ed è proprio ciò che è successo di recente sulle piattaforme social quali TikTok e Instagram. Il caso più recente riguarda il brano Lover, You Should’ve Come Over: molti utenti hanno iniziato ad associare il brano a scene di film, serie televisive, storie personali, poesie, dialoghi e scorci di vita quotidiana. Grazie al potere virale di TikTok, la canzone è diventata il primo brano della sua discografia a entrare nella Billboard Hot 100, a quasi trent’anni dalla sua morte.

Your favorite artist’s favorite artist

Per chi non fosse familiare con l’artisticità di Jeff Buckley, potrebbe essere utile sapere che i Radiohead, tornati da un suo concerto, andarono in studio e registrarono Fake Plastic Trees, una delle ballad più struggenti della band. Colin Greenwood racconta come Thom Yorke la incise in tre take, per poi scoppiare in lacrime subito dopo, sopraffatto dalla commozione. Un piccolo aneddoto che non viene menzionato nel docufilm riguarda il suo rapporto con Bob Dylan. Poco prima dell’uscita dell’album Grace nel 1995, Dylan lo definì “il miglior compositore di sempre”. Buckley era un suo grande ammiratore, tant’è che durante i suoi concerti era solito eseguire cover delle sue canzoni.

In uno spettacolo Buckley imitò la voce nasale di Dylan cantando prima la cover di Mama, You’ve Been On My Mind, e poi Grace, brano tratto dal suo omonimo album. Si racconta che tra il pubblico fossero presenti alcuni membri dello staff di Dylan. Questi non presero bene l’imitazione, riferendo al cantante il comportamento irrispettoso del giovane Buckley. Venuto a conoscenza dell’accaduto, Buckley decise di scrivere di suo pugno una lettera al cantante per scusarsi del fraintendimento, sottolineando come in realtà le sue intenzioni fossero tutt’altro che di screzio. Al contrario ribadì la profonda ammirazione che nutriva nei suoi confronti.

Osservazioni tecniche

Tutto il documentario è costruito sul found footage, ovvero clip d’archivio montate in modo tale da costruire una narrazione ben strutturata a livello visuale, un effetto che la regista Amy Berg ha dichiarato tra i suoi obiettivi in un’intervista per hmv.com. Ciò nonostante la ripetizione delle stesse clip può risultare presto ridondante e prevedibile agli occhi dello spettatore.

Se da una parte il documentario riesce a generare empatia nei confronti del giovane artista, dall’altra il contesto storico-musicale in cui si inserisce l’opera finisce inevitabilmente per passare in secondo piano. In generale, l’opera sembra soffrire la difficoltà di raccontare l’ecletticità di un artista come Jeff Buckley. Tuttavia pur non approfondendo fino in fondo l’artista che è stato, questo docufilm può essere una strada percorribile per tutti coloro che hanno voglia di iniziare a conoscerlo.

Immagine in evidenza: Nexo Studios

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