C’è chi urla alla celebrazione femminista del desiderio femminile e chi alla scandalosa profanazione di un classico intramontabile, ma quel che è certo è che Emerald Fennel è tornata a far parlare di Emily Bronte dopo quasi 200 anni.
Un titolo rivelatore
“Cime tempestose” nasce come un film problematico, tanto che è stato nell’occhio del ciclone delle polemiche ben prima perfino della sua uscita. Il primo elemento che ha fatto molto discutere è stato, addirittura, il titolo stesso.
La regista infatti ha preso la scelta estremamente consapevole di aggiungere al titolo dell’opera originale delle virgolette. Questa decisione ha lo scopo ben preciso di avvisare lo spettatore che il film non è una riproduzione 1:1 dell’iconico libro, ma una reinterpretazione fortemente filtrata dagli occhi della Fennel.
Le intenzioni della regista, forse non eseguite in modo totalmente efficace, sono sempre state molto esplicite. Il significato di questo film è precisamente quello di far parlare, di creare dibattito e in parte anche di scandalizzare. Ma quello che molta gente sembra non aver colto è che proprio in questo modo Emerald Fennel è stata in grado di rendere giustizia all’opera di Emily Bronte più di qualsiasi riadattamento recente.
L’importanza della fedeltà
La verità è che questo film, a una prima visione, sembra ciò che di più lontano ci possa essere rispetto all’originale da cui è tratto. La vera potenza del romanzo Cime Tempestose però, fin dalla prima pubblicazione nel 1847, è stato il suo carattere sovversivo.
Emily Bronte, personalità notoriamente molto forte e rivoluzionaria, non ha mai voluto scrivere la storia di un amore travolgente e tormentato fine a se stesso. Nell’immaginario collettivo tuttavia, grazie ai precedenti riadattamenti, questa è l’immagine che se ne è sedimentata. Il suo scopo era invece quello di creare un impatto sui lettori dell’epoca, barricati e protetti in una società moraleggiante ma falsa e corrotta dall’interno.
Allora il mezzo per arrivare a questo risultato era stata la crudeltà spesso ingiustificata di Heathcliff. Oggi però, tristemente, il pubblico è abituato e quasi annoiato dalla violenza. Il modo per fare breccia nelle coscienze, nel 21esimo secolo, almeno secondo la visione della Fennel, è con un’esibizione molto plateale dell’erotismo femminile. Persino le critiche più aspre e indignate non fanno che ribadire questo parallelismo. Le reazioni che questo titolo sta suscitando tra i critici e nel grande pubblico ricalcano esattamente le parole di chi 200 anni fa urlava allo scandalo, o addirittura al sacrilegio.
Catherine e Heathcliff
Nonostante le intenzioni più profonde dell’autrice, a ben guardare, non siano poi state veramente così tradite come tanti dicono, questo non basta. Il cast è stato, fin da subito, un tasto dolente di questo film. Cathy e Heathcliff infatti sono interpretati da Jacob Elordi e Margot Robbie, tra le facce più famose di Hollywood negli ultimi anni e l’esatto stereotipo della coppia perfetta.
Niente di più lontano dai due protagonisti del romanzo. Questa scelta chiaramente è un altro passo che contribuisce allo scandalo e alla forte reazione emotiva del pubblico. Quella che si presenta come prototipo della coppia perfetta si rivela invece nel corso del film profondamente marcia e malata. Tuttavia c’è un altro grande elemento che non si può ignorare, il whitewashing di Heathcliff.
Nella storia originale infatti viene spesso descritto come scuro di pelle ed è chiaro che non sia di etnia caucasica. Questo contribuisce in parte a dare una sfaccettatura ancora più problematica all’amore tra i due protagonisti e in parte aggiunge uno strato di critica sociale al razzismo. Questa sfumatura nel nuovo adattamento è andata totalmente persa. In compenso però il damerino Linton, decisamente bianco nel romanzo, è interpretato da Shazad Latif. Questa scelta da alcuni è stata vista come un escamotage per arginare le critiche, da altri come un tentativo di ribaltare le corrispondenze tra colore della pelle e ruolo sociale presenti nell’originale.
Note positive
Ci sono aspetti di questo film molto autoritari e legati all’occhio della regista che, nonostante abbiano fatto molto parlare, sono invece degni di una nota positiva. In generale ciò che più è stato recriminato è l’anacronismo di alcune scelte, che però viste le premesse assumono un significato molto profondo.
Una su tutte è la colonna sonora, peculiare e costellata da brani della famosa cantante pop Charlie XCX. Il contrasto tra canzoni pop molto moderne e il paesaggio desolato della brughiera creano senza dubbio un senso di straniamento, ma si sposano bene con la sensazione di leggerezza che accompagna la prima metà del film. Servono poi ad accentuare la brutalità del secondo atto.
Anche i costumi sono stati fortemente criticati, perchè prendono solo vagamente ispirazione dal contesto storico in cui la storia è ambientata. Eppure l’uso estremamente pensato dei colori e delle textures possono aggiungere nuove chiavi di lettura. Iconico è l’uso del rosso, del nero e del bianco, che sono ricorrenti in tutto il film, ma nel finale diventano estremamente netti, quasi taglienti, ad accentuare il disagio e la tragicità dell’epilogo della storia.
Altro esempio emblema dell’uso originale dei costumi è nel momento in cui viene consumato il matrimonio tra Cathy e Lipton. La figura di Margot Robbie appare infatti come avvolta da un velo trasparente e plastico, che ricorda il cellofan, così come le tende del baldacchino del letto. Questo è un rimando duplice. Da una parte strizza l’occhio all’ossessione per le bambole di Isabella, che poi prenderà una piega piuttosto macabra nel corso della narrazione. Dall’altro riflette la condizione della protagonista, donna prigioniera e soffocata dalle esigenze della sua condizione.
Una menzione speciale
Infine, non si può non parlare delle scenografie, di nuovo estremamente criticate da alcuni e fortemente elogiate da altri. Emerald Fennel ha deciso, in perfetta armonia con il suo stile e i suoi lavori pregressi, di aggiungere un tono pop e gotico contemporaneo. Gli ambienti in cui si muovono i personaggi sono molto significativi, a partire proprio da Wuthering Heights.
Nella prima parte del film infatti qualsiasi tipo di armonia e simmetria viene rifiutata, tanto che nella sala da pranzo della casa troviamo una roccia grezza, a indicare la rozzezza e il degrado nelle dinamiche familiari. Gli ambienti della casa di Linton sono invece tutto l’opposto, ma comunque profondamente inquietanti. A partire dalle pareti della camera di Cathy, per cui sono state prese delle immagini della pelle di Margot Robbie molto ingrandite. Proprio questa peculiarità tra l’altro è ciò che rende la scena finale della sua morte così scenica, e vocativa e estremamente disagiante.
Sono diverse le stanze che sembrano quasi vive, grazie ad una percezione di umido data dalla lucentezza di alcuni colori, come l’emblematico pavimento rosso della stanza del camino. Anche la cappa stessa del caminetto è degna di nota, composta da mani che sembrano cercare affannosamente la fuga, come la stessa Cathy.
Per tirare le somme
Questo film ha di sicuro molte note negative, anche se riesce bene nel suo intento di far parlare di se. Il prezzo da pagare però è stato molto alto. Tra i problemi principali c’è l’appiattimento delle implicazioni del colore della pelle di Heathcliff, già citato in precedenza, ma questo film soffre di problemi più strutturali. Gli viene recriminata infatti una mancanza generale di approfondimento dei personaggi, tanto che la loro caratterizzazione spesso non riesce ad andare oltre al feticismo e alla rappresentazione dei lati più disturbanti del desiderio. Isabella ne è un perfetto esempio. In lei si può trovare un personaggio che poteva accendere una discussione sull’infantilizzazione della donna, ma viene ridotta nella seconda metà a macchietta di se stessa.
In generale, se per certi aspetti questo film è in grado di restituire davvero il profondo legame tra thanatos e eros, la potenza assolutamente distruttiva del desiderio e della pulsione sessuale repressa, per altri esagera nei modi di creare un impatto sullo spettatore. La reazione nel pubblico è cercata in un modo molto diretto, che però rischia di cadere nel banale.
