Negli anni il palco dell’Ariston è diventato una passerella per brand e stylist, impegnati a costruire l’outfit più elegante, il più stravagante o semplicemente il più chiacchierato. La moda è un ingranaggio centrale nel funzionamento del Festival di Sanremo e nella sua fruizione, alimentando il dibattito e riflettendo le tendenze del momento. Scopriamo insieme alcuni dei look che hanno fatto la storia della kermesse.
Un Festival di Costume
La musica resta il cuore pulsante del Festival, eppure, come è sempre più evidente, intorno ad esso si muove una macchina complessa fatta di brand, marketing, sponsor. Oggi la moda è centrale tanto quanto le canzoni: d’altronde noi giudici da casa la prima cosa che notiamo e commentiamo, nel momento in cui un’artista fa la sua entrata sul palco, è proprio l’outfit, il make-up, il parrucco, tutto. Sanremo è da sempre uno specchio della società italiana, con le sue gaffe, gli scandali e le polemiche che travolgono indistintamente canzoni, artisti, chiunque vi sia dentro il tritacarne. in questo meccanismo, l’aspetto moda è un elemento imprescindibile. A dimostrarlo sono i look che hanno lasciato un segno nella memoria collettiva.
Grazie dei fior(i), Nilla Pizzi!
È il 1952 quando si tiene la prima edizione del Festival di Sanremo con regole ben diverse da quelle a cui siamo abituati oggi. La gara si svolge nel Salone delle Feste del Casinò di Sanremo: si pagano cinquecento lire per accomodarsi ai tavoli, cenare, ascoltare i cantanti in gara giudicando i brani migliori. Nel corso della prima edizione gli artisti in gara erano tre: Nilla Pizzi, giovane ragazza bolognese che per vivere faceva la sarta, Achille Togliani, attore e divo molto amato, e il Duo Fasano, composto dalle due sorelle gemelle Dina e Delfina. Venti canzoni in gara, tre interpreti: ogni canzone veniva eseguita da almeno due artisti diversi in serate o momenti diversi.
Grazie dei fior viene interpretata sia da Nilla Pizzi che dal Duo Fasano, ma è l’interpretazione di Nilla Pizzi che convince di più. È talmente amata dal pubblico che l’anno successivo le canzoni da lei interpretate occuperanno l’intero podio, un record che le varrà l’appellativo di “regina di Sanremo”. Per la sua prima partecipazione indossa un abito lungo con corpetto strutturato, pizzo e pailettes, che richiama l’eleganza di figure come Grace Kelly, Marylin Monroe e Audrey Hepburn. Da quel momento diventa evidenza quanto sia importante la scelta dell’abito per quello che, di lì a poco, sarebbe diventato il Festival canoro più seguito del Paese, prima in radio, poi anche in televisione.

Il corpo di una donna è un atto politico
È il 1986 quando Loredana Bertè calca per la prima volta il palco dell’Ariston in maniera memorabile, anche se le motivazioni sono di per sé ambigue. Body in pelle, borchie, stivali audaci e poi eccolo: il tanto discusso pancione finto. Ideato dal costumista Sabatelli, l’immagine per associazione a una donna incinta al nono mese creò così tanto scalpore da spingere la casa discografica dell’artista a strappare il suo contratto.
Quell’anno la Bertè si posizionò nona con il brano Re, scritto dai fratelli Mango, uno dei primissimi brani rock presentati al Festival. “Volevo dimostrare che una donna quando è incinta non è malata ma è ancora più forte!” scrive l’artista su un post social in memoria di quel atto tanto criticato.

In quegli anni negli Stati Uniti Madonna cavalcava l’onda del successo e della trasgressione, riscrivendo le regole che legavano l’immagine della donna popstar alla diva angelica e innocente. In Italia invece si dibatteva sul finto pancione della Bertè: tutto nella norma per un Paese come il nostro. Ma la vera domanda è: e se la Bertè lo facesse oggi, cosa accadrebbe? – o meglio – cosa cambierebbe? Da un lato voglio pensare — e sperare — che oggi non si scatenerebbe lo putiferio di fronte a una notizia del genere. Dall’altro so che, come solo Sanremo sa fare, si troverebbe comunque un dettaglio su cui costruire l’ennesima polemica. Sta di fatto che la Berté era sicuramente trent’anni avanti a tutti, tant’è che la stessa Lady Gaga nel 2011 indossa un abito molto simile al suo.
Una bambola firmata Versace
L’abito indossato da Patty Pravo nel 1984 in occasione della sua partecipazione al Festival con il brano Per una bambola è un esempio perfetto di come una maison d’alta moda, qui Versace, sia capace di confezionare abiti unici. In questo caso c’è lo zampino geniale di Gianni Versace che, per l’occasione, si era inventato un tessuto nuovo: l’Oroton, tipico delle sperimentazioni tessili degli anni ’80. Oltre all’abito, un ventaglio coordinato e un’acconciatura d’ispirazione giapponese erano stati pensati per completare un look fortemente ispirato alla tradizione orientale misto a un’estetica futurista. “Posso anche vestirmi da geisha ma ciò non significa che tu mi comandi” è il concept espresso da Patty Pravo e sviluppato da Versace. Ad oggi l’abito fa parte della collezione permanente della Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze.
Anna Oxa nel 1978
Tra i debutti più iconici al Festival di Sanremo, quello di Anna Oxa è tra quelli che ha veramente lasciato il segno. Nel 1978 la cantante ha solo 16 anni quando debutta al Festival come cantante in gara. Così giovane eppure così magnetica e sicura di sé, la sua voce potente ammalia tutti conquistando il secondo posto con Un’emozione da poco, brano scritto per lei da Ivano Fossati.
Il suo look androgino è impeccabile, una vera e propria dichiarazione d’identità: taglio corto effetto wet, guanti in pelle, gilet, cravatta e un make up occhi che fa un baffo al clean girl make up di oggi. Nella sua estetica c’è tutto il punk rock inglese di rimando a David Bowie, anticipando a suo tempo lo stile gender-fluid in Italia. Sicuramente nulla a che vedere con i look sottotono portati recentemente al Festival dalla Oxa, su cui lo stesso Ivan Cattaneo, creatore del look del ’78, si è espresso con addirittura disgusto paragonandolo all’estetica della bambola assassina.

Achille Lauro cambia le regole
Achille Lauro è il primo nome maschile di questa lista. Non perché non siano passati uomini vestiti bene al Festival, ma perché è il primo a rendersi conto che il palco dell’Ariston è uno spazio in cui l’eccentricità può veramente esplodere. Nel 2020 il suo lavoro con Alessandro Michele, all’epoca designer per Gucci, è una mossa di marketing geniale: i suoi look sono talmente fuori dagli schemi che ogni sera lo spettatore da casa finisce per chiedersi “chissà cosa indosserà stasera questo pazzo”.
Ed effettivamente non delude le aspettative: una sera è la Regina Elisabetta I, quella dopo la Marchesa Luisa Casati e quella dopo ancora è Ziggy Stardust, alter ego alieno di David Bowie. Conclude il suo primo Festival da concorrente in gara con un omaggio a San Francesco in tuta glitterata semitrasparente e un bacio a stampo con Boss Doms, all’epoca il suo fidato chitarrista, che manda in cortocircuito le televisioni di metà Italia. Ai miei occhi Lauro era il mito dell’anno per aver portato in prime time televisivo su Rai 1 un bacio tra due uomini. Oggi per fortuna non ci scandalizziamo più. (VERO??)
Ad ogni modo Achille Lauro riscrive le regole del buon costume del Festival, facendo parlare di sé per i più disparati motivi e portando con sé una versione fluida e sicura di sé sia in abiti socialmente considerati “femminili” che “maschili”. Insomma, Lauro aveva un piano ben preciso: far parlare di sé con tutti i mezzi in suo possesso. D’altronde non sono queste le regole del gioco?
Chiara Ferragni in Schiaparelli e Dior
Amata odiata che sia, è innegabile che Chiara Ferragni abbia portato sul palco dei pezzi iconici della Maison Sciaparelli, nonché sicuramente i meglio riusciti tra tutti gli abiti da lei indossati. I look sono legati da un filo conduttore ben preciso: il corpo femminile in tutte le salse. Il primo abito per esempio è un vestito lungo blu cobalto fluido con un top scultura in metallo dorato. Il secondo, sullo stesso stile, riprende il concetto del corpo nudo dipinto in oro accostato a un blu meno saturo. Il terzo abito, sempre durante la prima serata, è “l’abito dei diritti umani”, un vestito lungo in velluto nero con uno scollo a V impreziosito da un gioiello che rimanda all’immagine dell’utero sempre il metallo dorato.
Ma il pezzo forte finale è l’abito dell’ultima serata, una creazione nude firmata Dior che dà l’illusione ottica che l’influencer sia veramente nuda sul palco (e c’è chi veramente ha dubitato). Il dipinto di un corpo nudo sopra un corpo coperto: probabilmente se la Ferragni avesse scoperto un capezzolo avrebbe fatto meno scalpore. La Ferragni colpisce nel segno e il vestito nude è tra i più chiacchierati della serata insieme al monologo da lei pronunciato per l’occasione. Anche lei, un po’ come fece Lauro nel 2021, dedica a ogni abito un post Instagram con annessa la spiegazione sul significato di ogni look.
Ce ne sarebbero sicuramente altri di look che meriterebbero una menzione d’onore: Elodie in Versace, Elettra Lamborghini lo scorso anno oppure la Clerici nel 2010. Invece quali altri look sanremesi vi sono rimasti particolarmente impressi?
