Wim Wenders alla Berlinale 76: il contrappeso della politica

Alla 76ª edizione della Berlinale, l’intreccio tra cinema e politica torna al centro del dibattito con le dichiarazioni, sul ruolo del cinema nella società, del presidente di giuria Wim Wenders.

La conferenza stampa

Berlino, 12 febbraio 2026. Il tappeto rosso del Berlinale Palast si srotola e apre la 76ª edizione di quello che, per tradizione, è il festival più politico e viscerale tra i grandi eventi cinematografici al mondo. Durante la conferenza stampa, tra flash e complimenti formali, un giornalista ha incrinato il ritmo. Il giornalista inizia ricordando la voce ferma del festival sulla tutela dei diritti umani in Ucraina e Iran, contrapponendola al silenzio riservato nei confronti del massacro nella Striscia di Gaza. Poi chiede se la giuria accetti questa selettività dei diritti umani visto il sostegno del governo tedesco ad Israele.

Wim Wenders, presidente di giuria, risponde cercando una zona franca. Fa subito una distinzione chiara tra cronaca e cinema: l’informazione è fredda, il cinema è luogo di empatia e compassione. Poi spiega: «I film non cambiano i politici, ma possono cambiare l’idea che le persone hanno della vita attraverso l’empatia e la compassione». Subito dopo, entrando nel merito della domanda, traccia un confine netto: «Dobbiamo stare fuori dalla politica. Se un film è squisitamente politico, entra in quel campo; noi siamo il contrappeso della politica». Da queste parole sono scaturite varie polemiche, tra cui il ritiro dal festival della scrittrice indiana Arundhati Roy.

Neutralità e istituzione culturale

Il discorso diventa strutturale perché il terreno su cui poggia la Berlinale non è mai stato neutro. Il festival è sostenuto economicamente dal governo federale tedesco. Il festival nacque nel 1951 non da un’esigenza puramente artistica, ma come un’operazione di diplomazia culturale guidata dall’ufficiale americano Oscar Martay. Nella Berlino degli anni ’50, la Berlinale fu istituita come una vetrina del blocco Occidentale, un avamposto del “mondo libero” destinato a proiettare i valori democratici oltre il confine sovietico.1 La Berlinale è, per statuto genetico, un braccio operativo della politica estera. Il “mito della neutralità”, invocato oggi, serve solo a proteggere l’istituzione dalle scosse del presente, ma la sua storia ci insegna che il festival ha sempre scelto da che parte stare e il più delle volte ha scelto la linea del governo in carica. 2

Le posizioni del Festival sul conflitto Israeliano-Palestinese in realtà sono il riflesso delle, ormai note, posizioni dell’attuale governo tedesco. Infatti, il Cancelliere Friedrich Merz è stato estremamente esplicito nel giugno 2025, quando ha dichiarato che Israele stesse «facendo il lavoro sporco per tutti noi», per poi, ad agosto, stipulare un accordo da 408 milioni di euro con l’industria bellica israeliana.

Il contrappeso della politica

Ewa Puszczynska, produttrice de La zona d’interesse e membro della giuria, ha definito la domanda su Gaza del giornalista, “sleale”. Ma il nodo non è il mancato coraggio di Wenders nel prendere posizione; riguarda piuttosto il modo in cui il regista tedesco ha scelto di rispondere. Rispondere alla richiesta di esprimersi sulla tutela dei diritti umani del popolo palestinese, con: «Dobbiamo stare fuori dalla politica. Noi siamo il contrappeso della politica», è problematico per varie ragioni.

  1. La questione è “soltanto” politica? Ad oggi la sanguinaria campagna militare di Benjamin Netanyahu, dal 7 ottobre 2023, ha seminato più di 70 mila vittime. Dati confermati recentemente anche da fonti interne all’esercito israeliano. Di fronte a questi numeri non è più possibile liquidare la questione come “soltanto” politica, ma è diventata una questione alla base dei diritti umani. Ridurre tutto a una diatriba diplomatica è ormai un esercizio di retorica vuota. La tragedia è diventata esistenziale, una ferita aperta che colpisce le fondamenta stesse dei diritti umani.
  2. Cinema come contrappeso della politica. In fisica, un contrappeso è una massa che equilibra un carico all’interno dello stesso sistema di forze. Se il cinema è il contrappeso della politica (come detto dal regista), allora, per definizione, opera nello stesso campo gravitazionale. Dichiararsi estranei mentre si svolge una funzione di bilanciamento produce una frizione logica. L’idea sottesa dal cineasta sembra essere che la politica appartenga alla diabolica sfera del potere, mentre il cinema custodisca l’umano, la compassione, l’empatia. Forse però non si può inquadrare un corpo senza evocare le forze che lo hanno condotto fin lì, dentro quell’inquadratura. Come scrive George Orwell, «L’opinione che l’arte non debba avere nulla a che fare con la politica è, di per sé, una posizione politica».3
  3. Sfiducia nella democrazia. Israele e Germania, i due stati chiamati in causa, sono due democrazie. Considerare la politica come uno spazio da cui prendere le distanze rischia di indebolire l’idea stessa di democrazia come sistema trasformabile dall’intervento culturale. In risposta al potere transnazionale dei capitali e delle grandi multinazionali, la democrazia e l’esercizio politico non sono un accessorio opzionale. Sono un argine collettivo per la difesa della dignità individuale. La democrazia è l’infrastruttura che permette al “volto” descritto e mostrato dal cinema di diventare un “cittadino” titolare di diritti.

Un consglio di visione

Il materiale filmico e libresco utile a ragionare su questi temi è infinito. Mi permetto un suggerimento: un documentario, è del 2014, si intitola Il sale della terra. Lo ha diretto proprio Wim Wenders. È un viaggio dentro i grandi reportage di Sebastião Salgado. C’è la terra ferita dell’America Latina, c’è l’agonia lenta del Sahel, c’è quella strana, epica fatica di Workers e poi l’odissea dei vinti in Migrations. Chi lo ha visto non può aver dimenticato l’Etiopia, le macerie della Jugoslavia o l’orrore nitido del Ruanda. Ma soprattutto, è difficile cancellare la voce del fotografo che accompagna le immagini: in ogni sua sillaba, in ogni singola scelta lessicale, un gelido e avvelenato atto politico.

  1. Marijke de Valck, «Berlin and the Spatial Reconfiguration of Festivals: From European Showcases to International Film Festival Circuit», in Film Festivals: From European Geopolitics to Global Cinephilia, Amsterdam University Press, Amsterdam 2007, pp. 45-83. ↩︎
  2. Ibidem. ↩︎
  3. G. Orwell, Perché scrivo, citato in V. Trione, Artivismo. Arte, politica, impegno, Einaudi, Torino 2022, p. 173. ↩︎

Immagine di copertina: Desistfilm

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