PARTE 1: 1995 – L’anno in cui il Festival fermò l’Italia
Quando Sanremo non era solo uno show, ma una religione di Stato.
Se c’è un momento esatto in cui la televisione italiana ha toccato il suo zenit, quel momento è il febbraio del 1995. Non esistevano i social, non c’era lo streaming, e il telecomando era incollato lì, sul primo canale. Pippo Baudo aveva ipnotizzato il Paese.
Rileggere oggi i dati Auditel del 1995 fa quasi spavento: 16.845.000 spettatori (edizione più vista in valori assoluti) con il 66,42% di share medio (solo l’edizione del 1987 fu più vista). Significa che due televisori su tre, dalle Alpi alla Sicilia, erano sintonizzati su Raiuno. La finale superò i 17 milioni di spettatori. Non era un semplice programma televisivo, era un coprifuoco volontario.
In quell’edizione, Pippo Baudo non si limitò a condurre: si elevò a divinità protettrice del rito. L’episodio chiave fu il salvataggio in diretta di Pino Pagano, l’aspirante suicida che minacciava di buttarsi dalla galleria dell’Ariston. Baudo salì, lo abbracciò, gli promise aiuto e lo portò in salvo tra gli applausi. Che fosse tutto vero o una geniale messinscena teatrale poco importa: quell’immagine sancì l’idea che Baudo potesse tutto.
A scendere la scalinata e ad affiancarlo in quel trionfo nazionalpopolare c’erano due icone degli anni ’90: Anna Falchi e Claudia Koll.
Ma il vero miracolo di quell’anno fu la musica. Baudo, nel suo doppio ruolo di presentatore e Direttore Artistico, riuscì ad assemblare un cast irripetibile capace di sfornare classici istantanei in un colpo solo. Basti pensare alla vittoria di Giorgia, che con Come Saprei ridefinì per sempre lo standard vocale del pop italiano, o al quarto posto di Andrea Bocelli con Con te partirò, un brano destinato a diventare una delle canzoni italiane più famose della storia mondiale. A completare un quadro quasi surreale per qualità e impatto mediatico c’erano giganti come Gianni Morandi con In amore, Ivana Spagna con l’intramontabile Gente come noi e lo showman del momento, Fiorello, che fece cantare tutte le piazze d’Italia con Finalmente tu.
In quegli anni, un pò come oggi, Sanremo dettava legge: quello che Baudo toccava diventava oro.
PARTE 2: 2008 – Il risveglio in un mondo cambiato
Quando il rito divenne stanchezza e la TV perse il contatto con la realtà.
Tredici anni dopo, lo stesso Re condusse la sua ultima edizione del Festival. Ma il regno era cambiato. Era il 2008: YouTube era già nato, Facebook stava esplodendo e i giovani avevano smesso di considerare la TV generalista come l’unica fonte di intrattenimento. Inoltre Sanremo viveva un periodo buio, con edizioni poco fortunate.
Il Festival del 2008 si chiuse con una media di 6.768.000 spettatori con il 36,56% di share medio. Rispetto al ’95, quasi la metà del pubblico era sparita. Non fu solo un calo fisiologico, fu un rifiuto della formula. La liturgia Baudiana, fatta di tempi lunghi, presentazione solenne e gerarchie rigide, apparve improvvisamente “vecchia”, lenta, polverosa.
Per cercare di modernizzarsi, Baudo chiamò al suo fianco Piero Chiambretti. L’idea sulla carta era vincente: il “sacro” istituzionale contro il “profano” irriverente. Nella realtà, fu un disastro chimico. Baudo, stanco e forse consapevole del declino, non riuscì mai a duettare davvero con Chiambretti. I due si pestarono i piedi: il primo troppo rigido per lasciarsi prendere in giro, il secondo troppo ingabbiato per graffiare come sapeva fare. Ne uscì uno spettacolo freddo, privo di quella scintilla vitale che aveva invece animato il ’95.
Uniche note positive sono Bianca Guaccero, giovane attrice; Andrea Osvart, all’epoca modella e attrice.
Mentre fuori dall’Ariston la musica cambiava velocità, sul palco vinsero Giò Di Tonno e Lola Ponce con Colpo di fulmine. Un brano scritto dalla grande Gianna Nannini, ma impostato come un’aria da opera popolare (sull’onda del successo teatrale di Notre Dame de Paris). Una canzone tecnicamente perfetta, ma totalmente scollegata dalle radio e dai gusti dei ragazzi. Il resto del cast (da Toto Cutugno a una giovane Anna Tatangelo) confermò la sensazione di un Festival ripiegato su se stesso, incapace di intercettare il nuovo pop che stava nascendo altrove.
Il confronto tra il 1995 e il 2008 non è una bocciatura per Pippo Baudo, ma la fotografia spietata del tempo che passa. Nel 1995 Baudo era l’Italia. Nel 2008 era un glorioso monumento che l’Italia guardava con affetto, ma da lontano, mentre ormai ascoltava un’altra musica.
immagine in evidenza: CANVA
