Claudia Fumagalli, insegnante da oltre 25 anni, è diventata una star del web come la ‘Prof del metodo attivo’. Grazie al suo metodo innovativo, portando il cinema in classe per insegnare in modo attivo, sono nati i volumi della serie ‘Ciak Si Insegna’. Ecco la sua intervista.
Partiamo subito dal suo metodo di insegnamento, dato che lei ha più di 160.000 follower su TikTok e quasi 3 milioni di like. Sono numeri altissimi, che testimoniano il successo del suo personaggio e della sua persona. Facendo un passo indietro: perché ha scelto questo mestiere? L’insegnamento è molto delicato, poiché si affronta una fascia d’età particolare come quella dell’infanzia e dell’adolescenza.
L’ho scelto perché già alla scuola primaria, che ai miei tempi si chiamava elementare, ho avuto una maestra davvero eccezionale, molto giovane e preparata. Fin dalla prima o seconda elementare, ho iniziato a dire che avrei voluto fare la maestra proprio come lei. Successivamente, iniziando le scuole superiori, ho cominciato a dare ripetizioni e ho continuato con brevi supplenze durante l’università. Ho scoperto che mi piaceva e che mi riusciva bene. Ho fatto supplenze sia alla primaria che alla secondaria di primo grado, notando che mi trovavo meglio con i ragazzi un po’ più grandi.
Il mio ingresso ufficiale nella scuola è avvenuto come educatrice: ero assunta dai comuni o dalle cooperative e seguivo ragazzi con Bisogni Educativi Speciali (BES). Mi piaceva “scervellarmi” per trovare il metodo giusto: se la professoressa spiegava un concetto in un modo che l’alunno non comprendeva, toccava a me inventare qualcosa di nuovo per farglielo capire. Lì mi sono accorta che avevo inventiva e ottenevo risultati, capendo così che l’insegnamento faceva per me. Il fatto di essere su TikTok e, in precedenza, su YouTube, nasce proprio da questo: mi piace spiegare e raccontare, e ho trovato in queste piattaforme il mio metodo.
Ha iniziato a pubblicare video su YouTube nel 2018 per poi spostarsi su TikTok. C’è stato qualcosa che l’ha incuriosita di questa piattaforma? I contenuti su TikTok sono molto più veloci rispetto a quelli di YouTube.
Esatto. Avevo iniziato con YouTube, dove i video durano in media 15 minuti. Un giorno i miei alunni mi dissero che su YouTube guardavano soprattutto gli “shorts”, che io all’epoca nemmeno conoscevo, e ho capito che fruivano di contenuti sempre più veloci e immediati. Dall’altra parte, i miei figli insistevano affinché andassi su TikTok.
Non avevo l’applicazione e non sapevo cosa fosse, ma quando me l’hanno scaricata e mostrata, ho scoperto che mi piaceva più di YouTube per due motivi. Il primo è l’immediatezza: registro e pubblico senza dover editare, mentre su YouTube dovevo preparare il PowerPoint e il processo era materialmente più lungo. Il secondo, e più importante, è l’interazione con i follower. Qui è immediata: prendo un commento, lo uso per creare un nuovo video e capisco esattamente di cosa hanno bisogno i miei utenti. Inoltre, l’obbligo di sintesi mi ha aiutata: tendo a essere prolissa, ma dovendo stare nei tempi previsti (inizialmente molto brevi, ora fino a 10 minuti), sono diventata molto più sintetica.
C’è stato un momento preciso in cui ha capito che questa cosa sarebbe potuta crescere, diventare virale e trasformarsi in qualcosa di concreto?
Sì, quando ho pubblicato, quasi per caso, il video sulle “casette dei verbi”, che è ancora uno dei miei video fissati in alto. L’ho girato in modo molto casalingo: avevo un foglietto appoggiato sul letto e reggevo il cellulare a mano, tanto che nei commenti mi scrivevano “bellissimo, ma ci fai venire il mal di mare”. Eppure, in una sola sera ha raggiunto un milione di visualizzazioni. Ero incredula, chiamavo mia figlia per chiederle cosa stesse succedendo. Sebbene dal punto di vista formale il video lasciasse a desiderare, ne sono andata fiera.
Vedere che un contenuto scolastico sui verbi otteneva quei numeri su TikTok è stato significativo. Sulla piattaforma ci sono molti video di intrattenimento, alcuni divertenti ma altri “stupidi” o violenti; sapere che un contenuto educativo poteva competere con quelli mi ha reso felice. Lì ho capito che il format funzionava. All’inizio mi stupivo per i mille follower, ora ne ho 160.000 e milioni di like. Per una professoressa che parla di scuola senza editing sofisticati, è un traguardo di cui sono sinceramente contenta.
I suoi alunni come reagiscono quando la vedono su TikTok? Secondo lei questo aiuta a rompere la barriera tra insegnante e alunno?
Premetto che non dico mai ai miei alunni di essere su TikTok, ma inevitabilmente lo scoprono. I ragazzi di prima media, ad esempio, se ne sono accorti un paio di settimane fa. Quelli di terza, invece, guardano i miei video prima di entrare in classe per sapere in anticipo cosa spiegherò. A loro piace molto sentirsi “protagonisti”: anche se non faccio mai i loro nomi, parlo di ciò che accade in classe, leggo i loro temi (sempre con il permesso) o mostro i loro lavori di arte. Questo crea indubbiamente complicità. Credo che non debba esserci una separazione netta tra prof e alunno: i ruoli restano distinti, ma la complicità è fondamentale e questo strumento aiuta a crearla.
Negli ultimi anni molti suoi colleghi hanno spopolato sulla piattaforma. Secondo lei, cosa potrà portare questo all’istruzione futura? Potrà renderla più accessibile?
Internet è uno strumento potente: favoloso se usato bene, pericoloso se usato male. La possibilità di fruire di contenuti educativi online è positiva, soprattutto per chi non ha potuto studiare o vive situazioni di disagio. Ricevo messaggi da persone adulte che mi scrivono “è bello, mi sembra di essere tornato a scuola”, ed è fantastico rispetto al dover consultare un’enciclopedia da soli.
Tuttavia, mi arrabbio quando vedo insegnanti che usano TikTok non per insegnare, ma per altro, pur qualificandosi come docenti. Se ti presenti come insegnante, devi mantenere un certo decoro. Ho visto colleghe fare “fit check” con abbigliamento poco consono o docenti pubblicare video durante le vacanze di Natale vantandosi di non fare nulla. Questo danneggia una categoria già bistrattata. Al contrario, apprezzo moltissimo i colleghi che mostrano attività didattiche concrete. È un grande aiuto anche per chi sta studiando per diventare insegnante: vedere come si spiega materialmente un argomento o come si gestisce una lezione è una risorsa preziosissima.
Da TikTok sono nate diverse collaborazioni, tra cui il suo libro Ciak si insegna, scritto con Giovanna Guidoni per Dino Audino Editore. Proporre agli alunni questa didattica basata sui film ha vantaggi scolastici? E come fa a mantenere l’attenzione degli studenti per un intero film senza che si distraggono?
Hai toccato un punto fondamentale: tenere l’attenzione su un film di 100 minuti oggi non è facile. Il segreto, e il cuore del mio metodo, sta nelle pause. Se mostri un film dall’inizio alla fine senza interruzioni, dopo venti minuti metà classe si distrae o perde il filo. Nel libro, per ogni film presento i “momenti di stop”: indico esattamente dove fermare la visione, cosa dire, cosa chiedere e come anticipare le scene successive. Con questo metodo, i ragazzi restano incollati e capiscono davvero ciò che vedono. Amano questo approccio, tanto che apprezzano anche film meno blasonati.
Dal punto di vista scolastico i risultati si vedono eccome. I miei alunni scrivono tantissimo e bene, perché dopo ogni film facciamo un percorso strutturato. In grammatica ho pochissime insufficienze, pur dando pochi compiti a casa, perché facciamo tutto in classe con la lezione attiva. Anche se loro percepiscono le verifiche come difficili, i voti sono alti, segno che il metodo funziona.
Com’è nato il suo metodo attivo? C’è stato un momento in cui ha capito che doveva cambiare il modo di istruire?
Sicuramente l’arrivo della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) ha cambiato drasticamente il mio modo di insegnare, aprendo un mondo nuovo. Inoltre, mi sono accorta che le nuove generazioni fanno sempre più fatica a mantenere l’attenzione e le classi sono sempre più complesse: ho avuto classi con 7 Piani Didattici Personalizzati (PDP). Con la lezione frontale tradizionale si possono solo trasmettere conoscenze ma non competenze o insegnare un metodo di studio. Ho iniziato a sperimentare il cooperative learning quasi per caso e ho visto che funzionava: i ragazzi lavoravano, imparavano un metodo di studio e si stupivano quando suonava la campanella. Ora mi viene naturale: non devo più “scervellarmi”, so automaticamente quale attività abbinare a un argomento.
Tornando al libro, com’è nata la collaborazione con la casa editrice?
Ho ricevuto una mail da Giovanna Guidoni della Dino Audino Editore. Aveva visto i miei video su YouTube in cui consigliavo “10 film bellissimi” per le scuole medie. La casa editrice si occupa principalmente di cinema e teatro, e le era piaciuto il mio modo di presentare i film. Mi hanno proposto di scrivere un libro con le schede dei film. Ho accettato, ma ho rilanciato: volevo inserire una parte didattica, spiegando come fare lezione con quei film. Inizialmente erano scettici, perché non pubblicavano testi scolastici, ma dopo aver letto il primo capitolo di prova (su Cappuccetto Rosso e i soliti sospetti) si sono entusiasmati. Da un volume previsto siamo passati a tre: uno per ogni anno delle medie. A settembre uscirà quello per la terza.
Si aspettava questo successo per il libro e per la sua attività social?
Sinceramente no. Ma sarei felice se il libro avesse ancora più successo, non per vanità, ma perché credo davvero che questo metodo possa rivoluzionare la didattica. Le nuove linee guida nazionali parlano di introdurre il cinema in classe, e questo libro offre spunti concreti per abbandonare la lezione passiva a favore di una didattica attiva che funziona.
Ha accennato alla piattaforma Wooskill dove tiene delle masterclass. È nata dall’esigenza di condividere il metodo con i colleghi?
In realtà, anche in questo caso sono stati loro a contattarmi. Wooskill è una piattaforma francese che voleva espandersi in Italia e cercava content creator. All’inizio volevo rifiutare per mancanza di tempo (sono vicepreside, insegno, scrivo libri), ma dopo una call mi sono convinta. È un modo efficace per fare “aggiornamento” ai colleghi senza la rigidità dei corsi tradizionali. Tengo anche masterclass per i ragazzi sul metodo di studio, un aspetto che purtroppo viene spesso trascurato a scuola. Molti insegnanti dicono “ognuno deve trovare il suo metodo”, ma se nessuno spiega come fare, i ragazzi si perdono.
Secondo lei dovrebbe cambiare il metodo di reclutamento degli insegnanti? Magari togliendo il concorso per favorire il merito?
Il concorso lo lascerei, ma introdurrei la possibilità di licenziamento. Purtroppo, nello Stato, una volta entrati non si esce più, anche se non si è capaci. Questo è grave quando si ha a che fare con i ragazzi. Proporrei un periodo di prova di alcuni anni, al termine del quale, se non funzioni, cambi lavoro. E, provocatoriamente, dico sempre che i primi a dover valutare gli insegnanti dovrebbero essere gli alunni. Loro sanno benissimo chi è bravo e chi no. In una scuola le voci girano e tutti sanno quali sono i docenti incompetenti. Un sistema di valutazione, simile a quello universitario o a un albo professionale, sarebbe molto più meritocratico.
Da diversi anni si parla di portare l’educazione affettiva nelle scuole. Secondo lei il cinema è lo strumento giusto per far parlare i ragazzi delle proprie emozioni e del rispetto altrui?
Assolutamente sì. L’educazione affettiva è necessaria nelle scuole, soprattutto vista la situazione attuale: non si può prescindere dall’educare il ragazzo sotto questo aspetto. Il film è uno strumento ideale perché è immersivo: quando guardi una bella pellicola ti immedesimi nei personaggi. Il cinema può essere lo spunto iniziale per un dibattito oppure la conclusione di un percorso educativo. È diverso dal leggere un semplice brano, perché entri nella storia con gli occhi, le orecchie e il cuore. Naturalmente bisogna scegliere il film adatto all’età. In terza media, ad esempio, ho mostrato Noi ragazzi dello Zoo di Berlino: è un film “forte”, ma se fermato nei momenti giusti e spiegato con le parole corrette, diventa fantastico per affrontare argomenti difficili che i ragazzi tratterebbero comunque fuori da scuola, ma nel modo sbagliato.
Pochi giorni fa sono trascorsi 81 anni dalla liberazione di Auschwitz. Secondo lei, quanto è ancora importante parlare di odio e tematiche simili a scuola? Si dà per scontato questo tema oggi?
Purtroppo non è affatto scontato, anzi, bisogna parlarne assolutamente. Basta guardare TikTok per accorgersi di quante persone commentino con cattiveria gratuita, solo per il gusto di attaccare qualcuno senza nemmeno sapere di cosa si stia parlando. Oggi è fondamentale spiegare ai ragazzi cos’è stata la Shoah, ma bisogna parlare anche dell’attualità, come la situazione a Gaza. Bisogna far vedere loro il telegiornale e far capire in che mondo viviamo. Io commento sempre le notizie con i miei alunni: abbiamo parlato dell’aggressione in una scuola superiore o del ragazzino che si è suicidato il primo giorno di scuola. I ragazzi delle medie hanno bisogno di essere guidati per comprendere queste notizie forti. Non è mai abbastanza il tempo che si dedica a queste riflessioni. Per la giornata contro il bullismo, ad esempio, mostrerò un altro film molto intenso sul cyberbullismo che inserirò nel prossimo libro.
Mercoledì i ministri Valditara e Piantedosi hanno diffuso una circolare per rafforzare la sicurezza nelle scuole, prevedendo anche l’uso del metal detector. Lei come la vive? È una limitazione, un aiuto o solo propaganda?
Ho letto la circolare stamattina in veste di vicepreside. Ho pensato che in certe scuole di periferia il metal detector potrà anche servire, ma il punto non è quello. Non si risolve il problema così. Il problema si risolve con l’educazione affettiva e sessuale, che però si tende a limitare, preferendo proporre il metal detector. Se un ragazzo vuole ferire qualcuno, può farlo fuori da scuola, magari sul pullman. L’obiettivo non deve essere toglierti il coltello all’ingresso, ma educarti affinché tu non vada proprio in giro armato. Trovo che sia una misura abbastanza inutile se non accompagnata da un lavoro educativo profondo.
Parlando di tecnologia, l’intelligenza artificiale e Chat GPT sono ormai una realtà tra i giovani. Come potrebbero essere integrati nel modello scolastico?
È un tema che stiamo già affrontando; io stessa seguirò un seminario a Rimini su questo argomento. Non si può ignorare l’IA, è uno strumento grandissimo, ma dipende da come lo si usa. Il problema alle medie è che gli alunni si fanno sostituire da Chat GPT: invece di scrivere il tema, se lo fanno scrivere dall’IA. Questo non va bene. Alle medie i ragazzi devono imparare a fare le cose da soli. È come la calcolatrice: alle superiori ti do quella scientifica, ma alle elementari devi imparare a fare i calcoli a mente, altrimenti non imparerai mai.
Quindi sì all’IA, ma dobbiamo insegnare a usarla correttamente, non per farsi fare i compiti. Alle superiori si può integrare nella didattica. Io stessa a volte la uso per sistemare una frase in una circolare, ma lo faccio perché so già scrivere. Se diamo questi strumenti ai ragazzi prima che abbiano acquisito le competenze di base, è finita. Ormai faccio scrivere i temi in classe proprio per evitare che a casa se li facciano fare dal computer.
Il Ministero ha recentemente stretto le maglie sull’uso dei cellulari in classe, anche per fini didattici. Lei è d’accordo con questo divieto totale o è un’occasione persa?
Credo che la via di mezzo sia sempre la migliore. È vero, su TikTok si vedono video fatti in classe che non dovrebbero esistere, e lì mi chiedo dove siano i professori, ma siamo passati all’estremo opposto. Vietare il cellulare anche per scopi didattici è un errore. Io facevo usare lo smartphone per attività come le “interviste impossibili” o per creare dei telegiornali; ora non posso più farlo e mi sento “tagliata le gambe” didatticamente. Ci voleva una normativa per limitare gli abusi, ma abbiamo esagerato togliendo anche ciò che c’era di buono. Il cellulare offre app favolose per fare quiz e attività interattive; averlo eliminato del tutto è un peccato.
A sei anni dalla pandemia, cosa abbiamo imparato? La didattica a distanza (DAD) sembrava un’opportunità di modernizzazione, ma ora è stata accantonata. È un’occasione persa?
Il Covid ci ha fatto scoprire strumenti come la DAD e Classroom che prima non usavamo, ed è stato un grande passo avanti. Ora però è stato tutto messo da parte. Sarebbe uno strumento utilissimo per gli alunni che devono stare a casa per lunghi periodi per motivi di salute, ma al momento non ci è permesso attivarla. Certo, bisogna fare i conti con la realtà: servono infrastrutture adeguate. Quando ci hanno obbligato a fare la didattica mista (in classe e online contemporaneamente), è stato un delirio perché le connessioni delle scuole spesso non reggono. Se ci fossero le infrastrutture, sarebbe una risorsa preziosa da recuperare.
In questo momento c’è grande successo per la fiction La Preside e in passato per Il Collegio. Portare la scuola in TV è positivo o rischia di darne una visione superficiale?
Non ho visto la fiction perché non ho la televisione, ma avevo guardato Il Collegio con i miei figli. Penso che parlare di scuola sia sempre positivo. Chi guarda questi programmi sa che la realtà è diversa, ma ben venga che se ne parli, anche per criticare o per dire “la scuola non dovrebbe essere così”. Sono felice che la protagonista della fiction sia una preside donna, perché anche nel nostro settore c’è disparità di genere ai vertici.
Restando su questo tema: come si potrebbe intervenire concretamente per colmare il divario? Pensa che le ‘quote rosa’ siano una soluzione efficace o serve un approccio diverso?
La disparità nella scuola si risolve quando la si risolve nell’intera società. Bisogna permettere alle donne di lavorare e fare carriera anche se sono madri, garantendo asili nido a prezzi accessibili e permessi adeguati. Le quote rosa non mi piacciono molto, le trovo quasi “offensive”, come se dovessimo esserci per forza. Dovrebbe essere naturale. C’è anche il problema opposto: all’infanzia e alla primaria ci sono quasi solo maestre, mentre alla secondaria e all’università i docenti sono quasi tutti uomini. Bisognerebbe riequilibrare questa presenza. Anche sul linguaggio c’è da lavorare: usare termini come “ministra”, “sindaca” o “assessora” è importante. Suonano male solo perché non siamo abituati a sentirli, dato che quei ruoli non erano ricoperti da donne. Se iniziamo a usarli, tra dieci anni sarà normale.
Se domani venisse nominata Ministra dell’Istruzione, qual è la prima cosa che cambierebbe?
A parte la questione del licenziamento di cui parlavo prima, introdurrei la possibilità di scelta delle materie alle scuole superiori. Alle medie è giusto che i ragazzi provino tutto per capire le loro attitudini, ma alle superiori, una volta scelto l’indirizzo, lascerei uno zoccolo duro (italiano, matematica, inglese) e renderei le altre materie facoltative. Se uno studente sceglie di fare arte o diritto perché gli piace, si impegnerà di più. Obbligare qualcuno a studiare una materia che odia serve a poco. Questo approccio responsabilizza molto i ragazzi.
Guardando al futuro della scuola tra dieci anni, è ottimista o pessimista?
Più che pessimista, sono preoccupata. Il calo demografico porterà alla chiusura di molte scuole o alla creazione di “maxi istituti” accorpati, con un solo preside per mille studenti e duecento insegnanti, tutto per risparmiare. Questo non va bene per la qualità dell’insegnamento. Se si continua su questa strada, la vedo male.
Ha mai pensato di diventare preside o di scendere in politica?
Non pensavo nemmeno di diventare vicepreside, quindi mai dire mai. Ho 53 anni e molta energia, quindi per ora voglio continuare a insegnare perché mi piace stare con i ragazzi. Magari più avanti, verso la pensione, potrei pensare a un ruolo più burocratico come la presidenza. Per la politica, credo di essere troppo schietta e diretta. Mi piacerebbe fare il Ministro solo per portare la competenza di chi ha vissuto la scuola davvero. Spesso chi fa le leggi non ha mai messo piede in un’aula e crea norme insensate, come l’obbligo di DAD a scuola anche quando internet non funziona.
Ci racconta della sua attività teatrale con gli alunni?
Amo fare teatro con i ragazzi. Attualmente stiamo preparando uno spettacolo sulla storia vera di Don Riccardo Corti, un prete locale finito in campo di concentramento per aver nascosto dei partigiani. Ho recuperato le sue memorie e scritto il copione. La cosa bellissima è che nel ruolo del prete si alternano vari alunni, tra cui ragazzi musulmani e un ragazzo Sikh, che hanno accettato la parte con entusiasmo. È un messaggio di integrazione meraviglioso.
Chi è Claudia nella vita privata?
Sono una persona molto attiva. Amo il trekking e camminare in montagna; ieri sono andata a ciaspolare. Mi piace cucinare e leggere tantissimo. Ho anche due figli grandi (uno elettricista di 18 anni e una fisica di 24) e un compagno. Essendo anche vicepreside, le mie giornate sono sempre pienissime.
A settembre uscirà il terzo volume. Ci può dare un’anticipazione?
Come gli altri, conterrà nove film (cinque di italiano, due di storia, due di geografia). La novità sarà “SOS Poesia”: useremo i film per studiare le figure retoriche come metafore e similitudini, scoprendo quanto siano presenti nel linguaggio cinematografico. Inoltre, sostituirò la grammatica classica con l’analisi testuale applicata ai film, un’attività che sto testando ora in classe con ottimi risultati e che piace molto ai ragazzi.
Un sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe arrivare alla pensione in forma per poter viaggiare liberamente, senza i vincoli del calendario scolastico, magari godendomi una crociera a febbraio o la Spagna a marzo. Professionalmente, spero che il mio libro abbia successo affinché tanti colleghi possano scoprire e applicare questo metodo didattico.
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