Sebbene la sua uscita sia ancora ad alcune settimane di distanza, Marty Supreme ha già suscitato grande interesse nell’ambiente mediatico. Tra apparizioni inattese di merchandising limited-edition, decine di celebrità (dal protagonista Timothée Chalamet a Tom Brady, Frank Ocean, Misty Copeland, Kid Cudi e le sorelle Jenner) in indumenti della collezione ufficiale e dirigibili arancioni avvistati su Los Angeles, il film sembra essersi da subito presentato come un “micro-evento” virale. E non è un caso che, alle spalle di quest’operazione promozionale, vi sia la casa di produzione e distribuzione A24.

Il nuovo cinema di A24
Grazie alle possibilità offerte dai nuovi strumenti mediatici, la fruizione del cinema sta innegabilmente modificandosi: sempre più spesso, infatti, le operazioni di marketing orchestrate dalle case di produzione sono finalizzate non più soltanto alla semplice pubblicizzazione di un titolo, ma in primis a creare dimensioni culturali in cui le narrazioni possano plasmarsi e radicarsi nell’immaginario collettivo dei potenziali spettatori. Si tratta di un percorso già intrapreso, per così dire, da alcuni protagonisti della New Hollywood negli anni Settanta (si pensi al franchise di Star Wars di George Lucas), il cui obiettivo era dare vita a pellicole capaci di coinvolgere il pubblico in versanti mediali che affiancassero la tradizionale sala cinematografica.
Un simile progetto è perseguito, in tempi più recenti, da A24: fondata da Daniel Katz, John Hodges e David Fenkel nell’agosto 2012, la compagnia ha rivoluzionato in poco più di un decennio il panorama dei giganti di Hollywood, divenendo annualmente una presenza fissa ai più importanti Award (spartiacque furono la vittoria agli Oscar di Moonlight per Miglior Film nel 2017 e di Everything Everywhere All at Once in ben sette categorie nel 2023). Discostandosi da pratiche convenzionalmente adottate dagli altri studios, A24 ha da subito racchiuso la propria identità in un brand culturale forte, dove ogni film è frammento di un universo omogeneo e continuativo. Le narrazioni, seppur differenti, vengono così percepite come tasselli di un ecosistema più ampio e stratificato, con temi ed estetiche ricorrenti, in cui permane una libertà creativa di fondo: insomma, un vero e proprio impero dell’autorialità.
A24 è stata ribelle fin dall’inizio. Venne fondata a New York nel 2012, quando il cinema indipendente era in crisi. “Ogni azienda a quel tempo era una derivazione o una risposta di Miramax”, affermò uno dei primi dipendenti. “Ed esse avevano iniziato a invecchiare con i propri acquirenti”. Negli anni Ottanta, Miramax aveva trasformato il cinema indipendente in un fenomeno mainstream attraverso aggressive strategie di marketing, distribuendo capolavori come “Sesso, bugie e videotape” di Steven Soderbergh. Ma, nel Duemila, la sua produzione si era cristallizzata in un kitsch da Oscar, come “Ritorno a Cold Mountain”. I tre giovani fondatori di A24 aspiravano a eguagliare l’apogeo di Miramax, volevano distribuire film d’essai per la loro generazione e credevano che, mantenendo bassi i costi e puntando sulla promozione digitale, avrebbero potuto guadagnare. […] A24 collabora quasi esclusivamente con sceneggiatori-registi come Coppola e, paradossalmente, la qualità unificante dei suoi film li fa sembrare, nel bene e nel male, il prodotto di una mente singolare. Molti debutti dello studio scavano nella vita dei loro creatori (Greta Gerwig, per esempio, ha preparato il cast di “Lady Bird” condividendo i suoi annuari liceali). Nonostante i film di A24 varino per tono e sostanza, l’aver inglobato lo specifico e l’insolito ha convinto i fan. In un’epoca dominata da franchise stereotipati, al momento della sua nascita lo studio prometteva qualcosa di diverso.
The New Yorker su A24

Timothée Chalamet e la ricondivisione mediatica
La “promessa” di A24 verso il pubblico si fonda su una strategia netta, alimentando la sfera culturale che circonda i propri prodotti: tramite piani di marketing transmediali e riconoscibili, per dialogare con il fandom online e alimentare un senso di aggregazione, l’azienda fabbrica spazi simbolici e condivisi in cui l’elemento chiave è la partecipazione attiva del pubblico. I dibattiti mediatici producono contenuti, rafforzando l’identità virale della campagna promozionale in un sistema di per sé ipercompetitivo, e convertono la narrazione originaria in un sostrato in primo luogo sociale. È esattamente ciò che sta accadendo nella promozione di Marty Supreme, in cui il nome di Timothée Chalamet sta giocando un ruolo cruciale.
Chalamet è stato a più riprese definito come un talento generazionale, non soltanto per le sue abilità attoriali ma anche (e, in questo caso, soprattutto) per la capacità di comprensione dell’economia dell’attenzione nelle logiche social.
Chalamet sta perfezionando una tattica di guerriglia marketing già in parte sperimentata lo scorso anno con “A Complete Unknown”, film biografico su Bob Dylan diretto da James Mangold. Il suo tour promozionale non convenzionale aveva fatto sì che una pellicola dedicata a un’icona musicale degli anni Sessanta incassasse la ragguardevole cifra di 140 milioni di dollari al botteghino globale. “Marty Supreme”, finora il titolo più costoso di A24, con un budget compreso tra 60 e 70 milioni di dollari, necessita di un’affluenza simile per giustificarne il prezzo. Nel suo nuovo approccio, Chalamet sta concedendo meno interviste tradizionali, rinunciando alle solite conferenze stampa e saltando tappe chiave dell’Awards season (come i Governors Awards), adottando invece una strategia più attiva per garantire che il nome di Marty Mauser sia sulla bocca di tutti.
Variety sulla campagna promozionale di “Marty Supreme”

Trama, cast e uscita
Liberamente ispirato alla biografia del tennistavolista americano Marty Reisman (1930-2012), Marty Supreme dello sceneggiatore e regista Josh Safdie narra della rocambolesca ascesa, nella frenetica New York di inizio anni Cinquanta, di un nuovo fenomeno del tennis-table. Smanioso e spudorato, infatti, il venditore di scarpe Marty Mauser desidera affermarsi, diventare una star e contrapporsi all’egemonia di una generazione sportiva vecchia, stantia, disposta a distruggere i sogni di quella più giovane pur di non essere spodestata. Il suo motto? Dream big.
Marty Supreme è un intenso dramedy “di formazione” che riflette sul tumulto di successo e crescita, basato sulla sceneggiatura firmata da Safdie e Ronald Bronstein e arricchito dalla colonna sonora di Oneohtrix Point Never. Al fianco di Timothée Chalamet, nel cast figurano anche i nomi di Gwyneth Paltrow, Odessa A’Zion, Fran Drescher, Tyler Okonma, Kevin O’Leary e Abel Ferrara.
Il film debutterà nei cinema statunitensi il 25 dicembre 2025 (da cui il ritornello “Marty Supreme Christmas Day” della campagna promozionale), mentre in Italia arriverà il 22 gennaio 2026.

Il meta-marketing di Marty Supreme
Ciò che impressiona del caso Marty Supreme non è tanto la promozione in sé, quanto piuttosto la natura intrinsecamente meta dell’operazione complessiva. Attori e personaggi, mondo reale e universo narrativo si fondono in una strategia che non si limita ad affiancarsi al film, ma lo precede diventandone una vera e propria “estensione”.
Ad attirare i media di tutto il mondo è stato un video di diciotto minuti, finto leak di una “riunione Zoom” per Marty Supreme: un’astuta mossa di meta-marketing, in cui Chalamet, che interpreta una versione parodica di sé stesso, illustra a un gruppo di dipendenti A24 le “grandi idee di Marty” per pubblicizzare il rilascio del film (come dipingere la Statua della Libertà di arancione, in esplicito riferimento-contrapposizione alla pink inundation di Barbie nel 2023).
Tutto è curato nei minimi dettagli: lo sfondo dello schermo condiviso in videochiamata è una fotografia della vittoria di Chalamet ai SAG Awards 2025, sopra cui figurano due cartelle dai titoli provocatori (Marty great ideas e World takeover 2031).
Quando pensate a “Barbie”, cosa vi viene in mente? A me il rosa. Qualsiasi luogo in cui mettessi piede era inondato dal rosa. Voglio che “Marty Supreme” abbia un colore altrettanto indimenticabile. L’arancione. Ma se optassimo per un arancione puro, allora staremmo semplicemente copiando la vibe di “Barbie”. Quale scegliere, allora? Hardcore orange. Corroded orange. Falling apart orange. Rusted orange. Questo è il colore esatto a cui voglio che ogni poster ed elemento visivo del film siano associati.
Timothée Chalamet su “Marty Supreme”
La Zoom call, di cui Chalamet è anche sceneggiatore, è stata giudicata da Observer una satira perfetta della cultura delle riunioni aziendali e del narcisismo delle star: un esempio di promozione non più passiva, ma di un contenuto d’intrattenimento di cui discutere e da ricondividere.
Mitizzazione del prodotto
Altro aspetto virale sono le Marty Supreme jackets, realizzate in collaborazione con Nahmias e indossate pubblicamente da numerose celebrità. Il prodotto risulta così al contempo idealizzato e inserito nella quotidianità (grazie allo streetwear, appunto): un oggetto di status.
Il pezzo centrale della collezione è il windbreaker, un mid-layer da training anni Cinquanta dalla silhouette pulita e dai colori saturi, rivisitati in chiave luxury-sport, che dovrebbe far accedere i consumatori nell’universo estetico di Marty Mauser, giovane atleta che coltiva il sogno di diventare campione di ping-pong. L’articolo sembra già essersi trasformato in una “reliquia pop”, il cui valore viene costantemente potenziato da una catena di pop-up shops segreti dallo stile retro.
Tutto ciò conferma come persino il merchandising sia capace di anticipare un’opera, coinvolgendo settori come marchi di moda affermati e rafforzando l’immagine del film nei networks mainstream. Anche in questo caso, alcune apparizioni e commenti ironici di Timothée Chalamet hanno supportato una relazione informale e mimetica con il pubblico: come egli stesso ha rivelato in un post Instagram, infatti, addirittura sua madre Nicole ha chiesto di ricevere una delle suddette giacche.
Ancora una volta è chiaro l’impegno di Chalamet nella narrazione promozionale di Marty Supreme. Egli non “presta” semplicemente il suo volto alla causa, è co-architetto e vettore attivo di una strategia permeata su condivisioni e interazioni spontanee e dove il confine tra performance e autenticità rimane sempre labile.
Molti film non hanno successo perché non c’è abbastanza consapevolezza. Quindi, il fatto che “Marty Supreme” abbia una superstar come Timothée Chalamet al centro di tutto è fondamentale.
Eduardo Acuna, CEO di Regal Cinemas su “Marty Supreme”

Un esempio di guerrilla-marketing
Accanto al merchandising, si ritrovano operazioni minori che reinterpretano il carattere enigmatico di alcuni movie-marketing di fine anni Novanta e inizio anni Duemila. Il misterioso dirigibile arancione comparso recentemente sopra diverse città degli USA, declinazione del guerrilla-marketing, ne è un esempio: esso ha generato stupore e commenti sui social, stimolando quella curiosità che si era riscontrata anche per la promozione di pellicole come The Blair Witch Project (1999) o Cloverfield (2008). La campagna, qui focalizzata non sull’inganno ma su sorpresa e divertimento, considera il pubblico come spettatore attivo anche al di fuori della sala cinematografica. Questa dinamica è, inoltre, rafforzata da eventi come il Marty Supreme Invitational, esclusivo torneo di ping-pong organizzato in collaborazione con Airbnb che si terrà il 17 dicembre.

Method acting oltre il set
Tornando alla sottile linea che separa, in questa campagna, persona e personaggio, una vivace diatriba è scaturita dalla recente intervista a Timothée Chalamet della modella e giornalista televisiva Margaret Gardiner. Il dibattito, sorto a fronte del tono con l’attore parla del proprio lavoro e della performance in Marty Supreme, ha diviso il pubblico sostanzialmente in due fazioni: chi interpreta l’atteggiamento come arrogante e chi lo considera, invece, un’estensione della mentalità competitiva di Marty Mauser e una scelta coerente con la strategia promozionale del film.
Questa è probabilmente la mia migliore performance e, sai, sono circa otto anni che sento di aver dato il massimo, con impegno e prestazioni di alto livello. Ed è importante dirlo ad alta voce, perché la disciplina e l’etica del lavoro che metto in tutto ciò…Non voglio che la gente le dia per scontate. Io non voglio darle per scontate. Questa è davvero roba da top player.
Timothée Chalamet sulla propria performance in “Marty Supreme”
In un contesto dove grandi divi sono soliti dimostrare soprattutto modestia e umiltà, le affermazioni di Chalamet sono percepite come nuove, assertive, e, per questo, subito associate da molti all’autocompiacimento. È una lettura consolidata anche dalla costante ricondivisione di sequenze isolate dell’intervista, che tendono a cristallizzare le risposte di Chalamet, additandole a comportamenti apparentemente sfacciati.
Per converso, parte degli utenti online vi ha intravisto una prosecuzione del lavoro attoriale sul set: Chalamet, dunque, starebbe continuando a incarnare l’energia propria di Marty Supreme, in una sorta di method acting mediatico (e, in parte, anche autoironico), allineato a una campagna promozionale incentrata in primo luogo su concetti come competizione ed eccesso. Timothée Chalamet avrebbe tramutato, dunque, la sua presenza in un atto performativo, facendosi manifesto ambulante del film.

Una preparazione durata anni
Dalla stessa intervista, inoltre, Chalamet ha dichiarato di aver ricevuto l’offerta per il ruolo di Marty Mauser nel 2018, quando incontrò per la prima volta il regista Josh Safdie a una festa. Il loro progetto è rimasto nascosto nell’arco degli ultimi sette anni.
Tutto ciò a cui stavo lavorando era un segreto: avevo un tavolo da ping-pong a Londra durante le riprese di “Wonka”. Per “Dune: Part 2”, avevo fatto in modo che un altro fosse trasferito prima a Budapest e poi in Giordania. In seguito ad Abu Dhabi. Ne avevo uno anche al Festival di Cannes, per la premiere di “The French Dispatch”. Dopodiché, trovai un Airbnb in una cittadina nei pressi di Saint-Tropez, con vista sul mare, e lì presi lezioni.
Timothée Chalamet su “Marty Supreme”
In contemporanea a tutti quei film che hanno lanciato la sua carriera, rendendolo uno dei più noti attori della sua generazione, Chalamet ha stretto un sodalizio artistico con Marty Mauser, a partire dalla passione ossessiva per il ping-pong. Un esempio di profondo commitment all’opera e al suo protagonista.

Boldness artistica
Timothée Chalamet è solo uno dei tanti nomi che ogni giorno si confrontano con un’industria che esercita una forte pressione sui giovani attori affinché si leghino a grandi franchise e aumentino rapidamente la propria visibilità. Lui, però, da anni percorre una strada diversa, distante dal conformismo dei blockbuster hollywoodiani, ed è proprio questo che lo sta consacrando come una delle star più rilevanti della sua generazione.
Chalamet ha scelto innanzitutto di puntare sulla fiducia nel proprio lavoro, prima che sull’espansione del nome. Chiamami col tuo nome (2017), Lady Bird (2018) e Beautiful Boy (2018) richiedevano sostanza, interpretazioni dall’esposizione emotiva e dedizione totali. Questi lavori lo affermarono in primis come artista, costruendo prestigio e credibilità: ad oggi, il suo nome associato a un progetto è sostanzialmente segnale di autenticità e legittimità creative.
La sua esposizione mediatica, poi, è sempre stata guidata più dal gusto personale che da obblighi professionali. Si tratta di una coerenza di cui ha dato prova nella sua “quotidianità” (dalle apparizioni alle Fashion Week al tifo a bordo campo per i New York Knicks) e che tende a riflettersi anche nella scelta dei ruoli. Si tratta di un interesse genuino e non di un calcolo strategico, consapevole della capacità del pubblico di distinguere chi aderisce a progetti in cui veramente crede.
Infine, fattore distintivo è l’aspetto altamente riconoscibile dell’attore. Mentre l’archetipo del protagonista maschile richiama a dominanza e mascolinità fisiche, Chalamet è esteticamente espressivo, sempre all’avanguardia nei trend della moda, dotato di una delicatezza che lo contraddistingue da molti colleghi.

Embracing the chaos
Infine, è interessante il rapporto tra movie-marketing e overload informativo, ovvero una realtà che domanda la continua produzione di spunti degni di nota in un mare di stimoli in cui è sempre più facile perdersi. La strategia adottata da A24, in tal senso, è stata sintetizzata nell’espressione “embracing the chaos”: se in un ecosistema mediatico saturo ordinare contenuti significa renderli invisibili, la scelta di Marty Supreme è allinearsi al flusso discontinuo e accelerato, trasformando il caos in metodo di selezione. Stimoli forti e apparentemente casuali interrompono così il doomscrolling, accentrano l’attenzione del pubblico e lo invitano alla partecipazione cognitiva.

Il movie-marketing 2.0
Se l’obiettivo del cinema attuale è dominare la conversazione pubblica, le vecchie strategie di marketing risultano semplicemente obsolete. Nell’epoca della saturazione digitale, un film può avere successo se si presenta come un evento comunicativo curato nei particolari. In tale panorama, Marty Supreme non è un mero case study: è il manifesto del “marketing cinematografico 2.0″, avendo trasformato la promozione stessa in un’estensione della narrazione. La campagna di Marty Supreme, in conclusione, offre una riflessione cruciale: per emergere in uno scenario mediatico saturo, il cinema deve smettere soltanto di vendere e iniziare soprattutto a interagire.
Immagine in evidenza: GQ Italia
