The Smashing Machine, nuovo film di Benny Safdie che prosegue il suo esordio come regista senza il fratello Josh, è da poco arrivato nelle sale italiane. L’opera è stata presentata all’82esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia ed ha vinto il premio speciale alla regia, classificandosi ufficialmente come uno dei titoli più interessanti dell’ultimo periodo. Oltre ad approfondire uno sport particolare di cui ancora si parla troppo poco, portando sul grande schermo uno dei pionieri della lotta libera come Mark Kerr, il film pone al centro della sua trama temi fondamentali che riguardano l’essere umano più di quanto si possa pensare.
La trama
“The Smashing Machine” racconta la vita sia sportiva che privata di Mark Kerr (Dwayne Johnson), tra i primi campioni leggendari delle arti marziali miste. Il film segue la sua carriera tra UFC e Pride Fighting Championships, mostrando tutta la pressione che solo questo tipo di ambiente competitivo può riuscire a dare. La lotta libera al tempo era uno sport ancora agli esordi, più vicino a uno scontro brutale che a uno sport regolamentato. Kerr viene presentato come un atleta quasi invincibile, capace di vittorie spettacolari, ma incapace di perdere. Tuttavia, fuori dal ring emerge un’altra storia: quella di un uomo segnato da dipendenze, fragilità emotiva e relazioni instabili, in particolare quella con la fidanzata Dawn (Emily Blunt), che presenta una personalità molto fragile. Il film mostra i retroscena degli allenamenti, le discussioni private, i cenni di ricaduta e i momenti di solitudine, evidenziando come l’immagine pubblica di “macchina” diventi una prigione dalla quale Kerr non riesce ad uscire.
I temi principali
Al centro dell’opera ci sono temi come la dipendenza, la pressione alla performance e la ricerca di una perfezione che non esiste. “The Smashing Machine” non racconta la caduta di un atleta, ma un percorso verso l’accettazione della vulnerabilità, del fallimento. La dipendenza dagli antidolorifici diventa metafora della fragilità nascosta dietro un uomo apparentemente invincibile. Mentre il burnout agonistico riflette una dinamica molto contemporanea: l’obbligo di essere sempre al top, anche a costo di perdere il proprio benessere generale. In questo senso, il film riguarda ognuno di noi, ci parla e assume un valore fuori dal comune. L’argomento della ricerca della perfezione è proprio anche agli studenti e ai professionisti di oggi, costantemente immersi in un mondo che mette al centro la prestazione.
Sul piano filmico, l’opera è contraddistinta da uno stile sobrio e realistico, che non spettacolarizza il dolore ma lo osserva. Molto usate le riprese con camera a mano, che trasmettono instabilità e coinvolgimento diretto. Le musiche sono funzionali in ogni momento del film, da quelle che fanno da sottofondo alle scene, all’inno americano cantato prima della gara finale e alla meravigliosa interpretazione di Elvis Presley di My Way (arrangiata da Paul Anka). Nonostante l’efficacia tecnica, però, la potenza del film sta nella capacità di mostrare l’atleta non come grande eroe o vittima, ma come un semplice individuo che si trova a vivere una situazione più grande di lui, con la sua complessità e vulnerabilità. “The Smashing Machine” diventa così un modello: ci insegna ad accettare il fallimento attraverso il racconto di uno spaccato di vita, tramite una storia che vale la pena di essere raccontata.
Immagine in evidenza: Laura Migliara
