Dopo 50 anni, la Spagna lecca ancora le ferite del franchismo

Cinquant’anni dopo la morte del caudillo Francisco Franco, la Spagna è ancora invischiata nel confronto con la pesante eredità della dittatura. Le vittime senza giustizia e l’assenza di una Norimberga nazionale hanno lasciato una coscienza del pericolo in frantumi. Tra repressione e silenzi, una memoria divisa, la società spagnola cerca ancora di riconoscere le proprie ferite per dar voce a chi fu cancellato dalla storia.

Breve storia del franchismo

Il 20 novembre 1975 morì Francisco Franco, dittatore spagnolo rimasto al potere per quasi quarant’anni. Aveva 82 anni ed era ancora in carica. Governò con violenza e repressione, tentando di garantire la sopravvivenza del franchismo attraverso una successione mai riuscita: designò Luis Carrero Blanco, ucciso dall’ETA (organizzazione armata separatista basca sciolta nel 2018), e nel 1969 scelse Juan Carlos di Borbone per il ripristino della monarchia. La transizione democratica che seguì la sua morte non era pertanto nei suoi piani.

Nato a Ferrol, in Galizia, Franco fece carriera militare nelle guerre coloniali in Marocco. Il 17 luglio 1936 un colpo di Stato militare contrappose le forze nazionaliste, guidate dalla giunta militare da lui presieduta al legittimo governo della Repubblica Spagnola, instaurata nel 1931 con l’esilio del re Alfonso XIII. Sostenuto dal Fronte popolare, il governo era una coalizione di partiti democratici che aveva vinto le elezioni nel febbraio dello stesso anno.

Dopo tre anni di conflitto, sostenuto da Italia fascista e Germania nazista, Franco divenne leader assoluto, proclamandosi capo di Stato con il titolo di Caudillo. Una legge retroattiva del 1939 contro gli oppositori politici consolidò un gestione del potere reazionaria, radicata in una tradizione militaresca e cattolica. Prima del 1944 furono registrate 50mila esecuzioni, spesso sommarie e motivate unicamente dal sospetto dell’affiliazione a partiti e sindacati, i quali furono aboliti insieme ai movimenti indipendentisti.

Il legame con la Chiesa

Pur fornendo sostegno indiretto ai regimi dell’Asse, durante la Seconda guerra mondiale il Caudillo mantenne la neutralità al fine di evitare il collasso del regime. La giunta militare sfruttò in seguito la propria posizione anticomunista per ottenere legittimazione nel panorama internazionale nell’ambito della Guerra fredda. Nel 1953 Franco firmò un patto militare con gli Stati Uniti e un concordato con il Vaticano, che riconosceva il cattolicesimo come religione ufficiale, riservandosi inoltre il potere di nominare i vescovi. La Chiesa fu parte integrante del regime. Diversi membri dell’Opus Dei (prelatura personale, ovvero istituzione cui sono affidate opere pastorali particolari, della Chiesa Cattolica) entrarono nel governo e promossero la svolta economica del 1959, che avviò una rapida crescita, con incrementi del PIL fino al 10% annuo.

La legittimazione della dittatura franchista da parte delle istituzioni ecclesiastiche e dei Paesi della NATO in funzione anticomunista ne garantì la longevità. Una silenziosa maggioranza fu sempre garantita da incarcerazioni e violenze decennali: ne sono testimoni le decine di migliaia di fosse comuni delle vittime della dittatura.

La transizione alla democrazia

La dittatura provocò oltre 110mila desaparecidos: la Spagna resta il Paese dell’Europa occidentale con il maggior numero di fosse comuni non identificate. La transizione democratica del 1978 non fece luce sui crimini del regime: Franco morì nel suo letto, la rottura con il passato negoziata tra élite del regime e opposizione. Leggi per l’amnistia e l’immensità hanno suggellato una cancellazione della memoria collettiva istituzionalizzata, in luogo dell’epurazione sistematica dal fascismo franchista. Torturatori, agenti e giudici del regime sono rimasero nelle trame del governo democratico, impuniti da qualsiasi processo per le loro violazioni dei diritti umani.

Le prime vere politiche della memoria giunsero solo nel 2007 con la Legge sulla Memoria Storica e nel 2021 con quella sulla Memoria Democratica. Quest’ultima, voluta dai governi progressisti, ha stanziato fondi per esumazioni e rimozione di simboli franchisti. I risultati restano tuttavia parziali: non esiste una banca statale del DNA, e gran parte del lavoro grava sulle associazioni civiche. Tra queste Recuerdo y Dignidad, che dal 2005 cerca fosse comuni, identifica corpi e crea luoghi della memoria.

L’assenza di memoria

Nel novembre 2024 a Narón, Galizia, una squadra di archeologi e forensi dell’Università di Santiago de Compostela ha riportato alla luce 51 corpi, fucilati o giustiziati clandestinamente quasi novant’anni fa. Militari dell’opposizione, contadini, insegnanti, sindacalisti, tutti uccisi senza processo: il ritrovamento si è fatto emblema della necessità di verità del tessuto familiare e sociale di una Spagna che ancora fatica ad affrontare un’intera epoca della propria storia.

Quest’anno, in occasione del cinquantesimo dalla morte di Franco e la transizione alla democrazia, il governo di Pedro Sánchez (del Partito Socialista Operaio Spagnolo) ha promosso España en Libertad, una serie di iniziative per la riaffermazione dei valori antifascisti. La commemorazione ha tuttavia riaperto fratture politiche: il Partito Popolare e Vox (di centro-destra, cattolico e liberale il primo, conservatore di estrema destra il secondo) accusano il governo di «riaprire vecchie ferite», mentre la sinistra rivendica il dovere di fare memoria.

E allora, non chiedere mai per chi suoni la campana. Essa suona per te.

Dalla XVII Meditazione del poeta inglese John Donne, Ernest Hemingway trae il titolo della sua opera parzialmente autobiografica sulla Guerra civile spagnola, «Per chi suona la campana». La campana funebre rintocca per tutti: se nessun uomo è un’isola, la rimozione forzata della memoria collettiva di un popolo non colpisce soltanto i singoli scomparsi durante la dittatura spagnola e le loro famiglie, ma il tessuto intero del “continente dell’umanità”. Il richiamo del libro oltrepassa le coordinate socio-politiche della Guerra di Spagna e del regime: Hemingway ricorda che ogni perdita è comune, che ogni violenza grava non solo su quanti la perpetrano, ma soprattutto su quanti la ignorano.

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Immagine in evidenza: AP Photo, da Il Post

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