Dopo ben otto anni dall’ultima esibizione italiana, i Radiohead tornano con quattro date bolognesi in occasione del nuovo tour mondiale. Nessun album nuovo, solo la celebrazione di una discografia immacolata. Partendo dalla mia stanzetta da fuorisede a Milano, lunedì 17 novembre sono partita in direzione Casalecchio del Reno. In questo articolo ti racconto come sono andati entrambi il viaggio e il concerto.
Nostalgia della sotterranea casa aliena
Non so bene indicare quando sia iniziato il viaggio: forse quando sono riuscita a seguire alla lettera tutte le istruzioni comunicate per poter ottenere il codice che permetteva di accedere alla prevendita più blindata mai creata (a breve avrebbero chiesto pure lo SPID per l’autenticazione). Oppure quando, smanettando su Ticketmaster come una pazza che non voleva darsi per vinta, sono riuscita a conquistare un unico biglietto. O ancora quando ho effettivamente finito di pagarlo dopo le tre rate mensili permesse da Paypal. Insomma, fin dall’inizio non è stata proprio una passeggiata a ciel sereno.
Devo dire la verità, ho posticipato fino all’ultimo l’organizzazione di questa trasferta, un po’ perché Milano mi ha abituato troppo bene nell’ospitare tutti i cantanti che preferisco, un po’ perché andarci da sola non era proprio il massimo. Per le ragazze che vanno in giro da sole non ci sono tanti epiloghi felici nelle narrazioni mediatiche odierne che inevitabilmente mi influenzano. Ma se sto scrivendo vuol dire che ci sono andata e sono viva, quindi fine della lagna.
Dopo una colazione caffè latte e biscotti, nel mio programma non era fattibile presenziare alla lezione della mattina se volevo essere a Bologna per le 16. Tra l’altro lezione di un corso che si chiama proprio Immaginari dell’era digitale. Beh non so se il prof sarà d’accordo con me, ma credo che i Radiohead di immaginari ne abbiano predetti tanti. Dopo questa paraculata mi permetto di dissimilare, spiegando come per poco io non abbia perso l’autobus per Bologna non rendendomi conto che la fermata giusta fosse quella di 12 fermate di metro più lontana rispetto a quanto avevo pianificato, con in aggiunta un bel cambio dalla rossa alla gialla. Questo piccolo imprevisto mi ha permesso di vivere la tipica scena da film dove la protagonista svampita corre per la metro in ritardo, il tutto reso ancora più poetico dalla presenza di Subterranean Homesick Alien in cuffia. Un eccellente attore sottopagato.
Labirinti e fogli A5
Nonostante questo piccolo imprevisto, riesco a non perdere l’autobus che in poche ore mi porta a Bologna sana e salva. Ora la sfida era non perdersi nel labirinto più intricato mai realizzato in Italia: la Stazione Centrale di Bologna. Mi muovo con calma e fermezza, prendo un caffè (€1,40 per un misero caffè macchiato), sosta bagno e poi subito alla ricerca dell’ala ovest del castello stazione. Trovo il binario, salgo, conquisto un posto a sedere, ma nel frattempo il treno non ancora partito riesce comunque ad accumulare più di 30 minuti di ritardo. “Solo in Italia queste cose” dice una ragazza che proprio torto non ha.
L’apertura porte è segnata per le 18 sul biglietto, un’orario che in fin dei conti mi interessava relativamente, visto il mio lussuoso posto a sedere in gradinata frontale. Nessuno avrebbe fatto a botte per prenderlo. Ciò che mi preoccupava maggiormente era l’annotazione presente nelle informazioni utili inviate per email: “Potranno aver accesso solo gli elementi con una grandezza massima di 14,8cm x 21cm (dimensioni pari ad un foglio A5)”.
Questa specifica letta la sera prima ammetto che mi aveva messo non poco in crisi, tant’è che iniziai a misurare le borse con l’app dell’iPhone. “Se iniziano a comparare le dimensioni delle borse ai formati di foglio siamo rovinati” esordisce mia sorella a cui avevo condiviso le informazioni. per questo motivo, una volta aperta la fila mi sono appostata all’esterno per controllare se effettivamente facessero entrare borse solo di dimensione A5. Alla fine ci rinuncio e spedisco tutto nel guardaroba. Il tempo di una birra alla spina e sono dentro.
Il grande ritorno
Appena entrata noto il palco a struttura circolare al centro dell’arena, avvolto da una foschia data dal fumo di scena misto ai profumo dei popcorn appena fatti e distribuiti ovunque dagli addetti ai lavori, quasi fossimo al cinema. Mi piace sempre fare attenzione alla playlist che viene scelta per riempire l’attesa sospesa delle ore antecedenti l’inizio dello spettacolo. In questo caso mi colpisce una traccia tutta costruita su suoni d’ambiente che con un veloce Shazam riesco a individuare come Poems in Cycles and Bells della Royal Danish Radio Orchestra. Successivamente partono Lla Ri Lli Ra: La Trattoria di Nino Rota e Cantico dei Drogati di De André.
Dieci minuti prima dall’inizio, le luci si affievoliscono e le cornici degli schermi iniziano a lampeggiare intorno alla struttura circolare, illuminando piano piano alcune zone del palazzetto, finché eccoli arrivare: Thom Yorke, Colin Greenwood, Jonny Greenwood, Ed O’Brien e Philip Selway di nuovo insieme sullo stesso palco. L’ultima volta che avevano performato insieme era il 2017 per due spettacoli, uno a Firenze e il secondo agli iDays, che al tempo si svolgevano all’autodromo di Monza. Di lì in poi le loro strade si erano divise per vari motivi, tra cui il pericolo di burn out completo aggravato da problematiche personali.
Nel frattempo i Radiohead sono diventati dei cosiddetti legacy act come gli Oasis, in riferimento al fatto che il loro successo nasce dai loro progetti passati più che da quelli recenti, motivo per cui 14 mila persone hanno reso sold-out quattro date all’Unipol Arena senza bisogno di ascoltare nuova musica. Infatti vederli insieme dopo così tanto tempo fa bene al cuore.
Planet Radiohead
Planet Telex e 2+2=5 dà inizio alle danze con il gruppo ancora ingabbiato dagli schermi trasparenti, che dopo poco si elevano rivelando i musicisti. L’installazione composta da dodici pannelli intorno ai Radiohead mostrano immagini distorte con colori accesi che virano dal verde dal blu elettrico fino al rosso e il fucsia. È uno spettacolo di video art che ipnotizza, perfettamente in linea con le logiche artistiche distorte a cui ci hanno abituati a partire da In Rainbows (2007).

Foto di Giulia Impiombato
Tutti e cinque si muovono in continuazione sulla piattaforma da un punto all’altro della piattaforma, si scambiano chitarre da elettriche ad acustiche, entrano in scena tamburi, xylofono fino al kalimba, antichissimo strumento musicale tornato in auge grazie al potere virale di TikTok. Thom Yorke balla e incita il pubblico durante la performance, mentre sparge un po’ qui e là dei “buonasera”, “come andiamo” fino a un azzeccatissimo “che cazzo” che fa impazzire il pubblico, pronunciato a causa di una brevissima interruzione per problemi tecnici al suo in-ear.
Ad ogni data debuttano almeno due nuove canzoni nella setlist. A questo giro è il turno di Talk Show Host, una delle B-side più amate dei Radiohead presente all’interno dell’EP Street Spirit (Fade Out) del 1995. La popolarità del brano, segnata dall’iconico assolo di chitarra di Thom Yorke, venne poi amplificata dalla scelta di includerlo nella soundtrack del film Romeo and Juliet di Baz Luhrmann. Debutta insieme a quest’ultima anche Kid A dall’omonimo album pubblicato nel 2000, nonché forse uno dei brani più complessi e difficili da decodificare a livello di concept e significato. L’ampio uso di suoni synth smembra la voce umana, rendendola un glitch, un cortocircuito. Appena uscita la canzone era stata presentata alla stampa come un brano sul Bambino A, il primo bambino clonato della storia, una narrazione che viene poi smentita da Thom Yorke stesso. Il brano rimane ad oggi aperto a varie interpretazioni.
We’ve got heads on sticks
Kid A – Radiohead
And you’ve got ventriloquists
Standing in the shadows, at the end of my bed
Finti alberi di plastica
Il concerto si avvia verso l’encore, quella parte in cui gli artisti escono brevemente dai riflettori per poi ritornare sul palco per le ultimissime canzoni. I Radiohead aprono questa sezione con due canzoni che hanno avuto nuova vita grazie ai social, nello specifico TikTok: Fake Plastic Trees e Let Down. La prima è una ballad struggente lontana dai suoni synth distorti per invece abbracciare una dimensione acustica chitarra-voce a cui poi si aggiungeranno piano, chitarra elettrica e batteria. Si racconta che il brano sia nato dalle emozioni provate dopo da Thom Yorke dopo aver assistito a un concerto di Jeff Buckley a Londra. E infatti questo spiega molte cose.
She looks like the real thing
Fake Plastic Trees – Radiohead
She taste like the real thing
Ma la canzone successiva non è da meno: i lyrics di Let Down vengono urlati in maniera struggente da un pubblico profondamente coinvolto. Questo brano, così come No Surprises e Subterrenean Homesick Alien che a questo giro viene rimpiazzata in scaletta da How to Disappear Completely, rientra nell’album che ha consacrato i Radiohead come gruppo rock di riferimento nella sperimentazione elettronica: OK Computer. Uscito nel 1997, OK Computer è un album che, pur avendo ormai trent’anni, continua a raccontarci un futuro sempre più prossimo: alienazione e isolamento legati alla rapida evoluzione tecnologica. “You know where you are with / Floor collapses, floating / Bouncing back / And one day, I am gonna grow wings” sono i lyrics che riecheggiano nello spazio che mette in connessione i Radiohead e 14 mila persone. Forse non siamo soli in tutto questo.
Musica e politica
Il concerto si avvia alla sua conclusione con Karma Police, sempre da OK Computer, accompagnata da una standing ovation necessaria. Come titoli di coda sugli schermi scorre il testo della Dichiarazione universale dei diritti umani, una tentativo di toppa scontatissima per un gruppo inondato dalle polemiche a causa della loro non-presa di posizione nei confronti dello sterminio a Gaza, accuse che vanno avanti dal 2017, quando il gruppo aveva deciso di performare a Tel Aviv nonostante un gruppo gremito di nomi importanti nel panorama musicale – tra cui Roger Waters – avessero firmato una petizione per fare pressione affinché venisse annullato il concerto. Alla fine, come riporta Il Post, Thom Yorke ha espresso parole di condanna nei confronti di Israele e soprattutto Netanyahu. Ciò non toglie che questa scelta di far scorrere gli articoli della Dichiarazione universali dei diritti umani sia una scelta discutibile, per non dire altro.
Finito il concerto, mi avvio fuori dal palazzetto ancora sognante e incredula che tutto sia finito così rapidamente. L’experience completa si conclude con un viaggio in autobus verso casa di 3 ore in cui, sognante, guardo fuori dal finestrino con Exit Music (for a Film) in cuffia, un gioiello che i Radiohead hanno sacrificato in favore di Fake Plastic Trees. Sarà per la prossima dai.
Immagine in evidenza: una foto di Giulia Impiombato
