ATP Finals: il racconto di Sinner-Alcaraz con Luca Bottazzi

In occasione della finale tra Sinner e Alcaraz, Radio IULM ha intervistato il professore e ex-tennista Luca Bottazzi per raccontare le ATP Finals entrando davvero dentro questo mondo e partendo dalla voce di chi il tennis lo conosce da ogni angolatura.

Chi è Luca Bottazzi?

Il nostro viaggio comincia con Luca Bottazzi: ex nazionale e tennista professionista del circuito ATP, oggi figura centrale nella didattica sportiva e nella divulgazione. Oltre a insegnare tennis, è docente alla facoltà di Scienze Motorie dell’Università Statale di Milano e ha tenuto alla IULM diversi master sul rapporto tra marketing e sport, contribuendo alla formazione di tanti giovani professionisti.

Il suo lavoro però va ben oltre la didattica. Bottazzi è autore di libri, studi e pubblicazioni scientifiche dedicate alla metodologia dell’insegnamento tennistico. Nel 2025 rappresenterà l’Italia al Congresso Internazionale degli Storici del Tennis nella prestigiosa Hall of Fame di Newport, un riconoscimento che parla da sé. Conversare con lui significa entrare in un altro livello di comprensione: non si parla solo di punti, set o classifiche, ma della cultura profonda del tennis, di come questo sport si muove, evolve e racconta sé stesso.

Uno sguardo alle ATP

Da qui parte la nostra immersione nelle ATP Finals, che possono essere considerate a tutti gli effetti il gran finale del tennis maschile. L’appuntamento arriva a novembre e riunisce soltanto gli otto giocatori che hanno dominato la stagione: un concentrato di talento in cui ogni match è virtualmente una finale. Se gli Slam sono i capitoli fondamentali della stagione, le Finals sono l’epilogo che chiude la storia e la rilegge.

La formula del torneo è parte del suo fascino. Non si comincia con l’eliminazione diretta, ma con due gironi da quattro giocatori: tutti si affrontano e soltanto i migliori proseguono. È un sistema che alza immediatamente la pressione e produce partite che altrove non vedremmo così presto. La storia delle Finals è un continuo viaggio: nate nel 1970 in Giappone, sono passate da città e atmosfere diversissime, da Sydney a New York, da Shanghai a Londra. Dal 2021 hanno trovato una nuova identità a Torino, dove il Pala Alpitour ha trasformato l’evento in una celebrazione moderna e intensa, spinta da un pubblico che vive ogni punto con un’energia quasi teatrale.

Arrivare alle ATP Finals non è mai un caso. Non basta un exploit o una settimana particolarmente ispirata: serve continuità, solidità mentale, qualità distribuita lungo l’intera stagione. Per questo le Finals sono un ritratto fedele del tennis contemporaneo: uno sport globale, tecnico, complesso, in cui la costanza vale quanto il talento.

ATP Finals 2025

Dentro questo contesto si inserisce il match che ha visto protagonisti Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, una partita che ha concentrato in due set tutto il peso emotivo e tecnico del torneo. Il primo parziale si gioca sul filo dell’equilibrio. Sinner parte un po’ contratto, poi un malore tra il pubblico interrompe il gioco. Alla ripresa, un ace rimette in moto il suo tennis. Si procede punto su punto, fino al set point per Alcaraz sul 6-5: lo spagnolo sbaglia l’attacco e Sinner ne approfitta. Il tie-break è la svolta: Jannik alza il livello, Alcaraz cede due rovesci importanti e il set si chiude 7-6 con una lucidità quasi chirurgica.

Nel secondo set l’inerzia cambia. Alcaraz entra più aggressivo, strappa subito il servizio e costringe Sinner a inseguire. L’italiano vive forse il momento più complicato del match, ma reagisce: sul 3-2 piazza un controbreak perfetto, alimentato da una palla corta che fa esplodere Torino. L’energia del pubblico lo investe, lo carica, e Jannik cancella anche una palla break con il gesto dell’orecchio rivolto ai tifosi. Quando tutto sembra destinato a un altro tie-break, è Alcaraz a sbagliare la discesa a rete che cambia tutto. Sinner si prende il match point e chiude 7-5, confermandosi campione.

L’atmosfera è quella delle grandi occasioni. Il Pala Alpitour sostiene Sinner come se la finale si giocasse davvero in casa. La connessione con il suo team è evidente: sguardi, micro-segnali, incoraggiamenti continui. A fine partita Jannik lo ribadisce: «Senza di loro tutto questo non sarebbe possibile». Racconta che questa vittoria «è ancora più bella dell’anno scorso», si lascia cadere a terra come a Melbourne, corre ad abbracciare la squadra e, con un sorriso, dice che adesso si merita le vacanze. La Davis? «La guarderò in TV da spettatore».

Questo successo aggiunge un nuovo capitolo alla rivalità Sinner–Alcaraz, destinata a segnare il prossimo decennio. Il trofeo delle ATP Finals, con i suoi cinque milioni di dollari e il valore simbolico che porta con sé, è il sesto titolo della stagione per Sinner e chiude il suo anno con un messaggio forte: ci si rivede in Australia.

L’intervista

Per chi vuole approfondire ancora di più tutto ciò che le Finals rappresentano — dal punto di vista tecnico, storico e culturale — ecco riportata l’intervista con il professor Bottazzi realizzata da Emanuele Zanotti, Mattia Nicolò Amico e Teresa Binello.

La finale tra Sinner e Alcaraz è stata una partita ad alto ritmo e grande agonismo. Qual è la sua analisi di questa sfida?

L’analisi di questa partita si compendia nei numeri, nelle statistiche, oltre ovviamente alle emozioni vissute dal pubblico sugli spalti e a casa.
Sono stati giocati 150 punti, con 53 vincenti, 48 errori gratuiti e 49 errori procurati. Questi dati mostrano che la partita è stata suddivisa quasi in tre parti uguali: errori procurati, errori gratuiti e giocate vincenti. Da sempre sono questi gli elementi che determinano la qualità di una prestazione e, quando sono distribuiti così, significa che il match è stato di grande livello.
È sempre stato così: lo scriveva già Bill Tilden nel 1920 in The Art of Lawn Tennis. Oggi i materiali hanno cambiato il gioco, ma la struttura profonda, il suo DNA, non è cambiato affatto.
In sintesi: è stata un’ottima partita, e i numeri lo confermano.

E, focalizzandoci sul vincitore, come giudica la stagione di Sinner? Quali fattori, secondo lei, gli hanno permesso di trionfare nella finale di ieri?

Ieri Sinner aveva tutto il pronostico dalla sua: era difficile che perdesse, ovviamente sempre considerando il valore dell’avversario, perché Alcaraz è un grande campione. Ma al momento sono gli unici due giocatori di un certo rango: non hanno rivali alla loro altezza.
In semifinale sono arrivati De Minaur e Alcaraz: parliamo di giocatori che non sono ragazzini, hanno 25-26 anni, ma non hanno mai disputato una finale Slam. Questo fotografa lo stato di salute attuale del tennis mondiale: direi una salute precaria, usando un eufemismo.
Ci sono due grandi campioni, due “predatori” in cima alla catena alimentare, che divorano tutto il resto del circuito. Lo dimostra il fatto che Sinner a Torino ha vinto due ATP Finals senza perdere un set. Indoor è una furia, certo, ma conta anche contro chi giochi.
Senza tornare all’epoca di Tilden, già negli anni ’90 nei gironi delle ATP Finals giocavano, per chi conosce il tennis, Stich, Becker, Edberg e Sampras… tutti insieme. Serve altro?
Quanto alla stagione di Sinner, è stata favolosa. Ricordiamo che è stato fermato dalla squalifica di tre mesi: ha totalizzato gli stessi punti di Alcaraz pur avendo giocato il 25% in meno dei tornei. Ha disputato una decina di tornei prima delle ATP Finals, mentre Alcaraz ne ha giocati 14, quattro in più, quasi un terzo in più. Eppure, se Alcaraz non fosse arrivato in finale e non avesse vinto almeno tre match a Torino, Sinner sarebbe rimasto numero uno. Credo che questo commenti da solo la stagione dell’italiano.

Cosa può significare per il nostro Paese ospitare un torneo prestigioso come le ATP Finals?

Il presidente Binaghi ha parlato di oltre 100 milioni di euro di ritorno fiscale. È un enorme indotto dal punto di vista del marketing e del movimento tennistico: un risultato eccezionale.
L’Italia non può avere un torneo del Grande Slam, perché i quattro Slam si disputano nelle nazioni che per prime hanno vinto la Coppa Davis, che storicamente aveva lo stesso prestigio di Wimbledon. Ma non potendo avere uno Slam, abbiamo praticamente tutto il resto: un grande torneo come gli Internazionali d’Italia, rilanciato; le ATP Finals; le Finali di Coppa Davis. Più di così è impossibile.
E poi, diciamolo chiaramente: in questo momento il tennis è il nuovo calcio per popolarità e richiamo. È stato fatto un lavoro straordinario, dovuto anche — e soprattutto — a un fenomeno come Sinner, un campione sportivo che credo l’Italia non abbia mai avuto.

Immagine in evidenza: nittoatpfinals

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