In data 13 novembre 2025, l’Università IULM ha ospitato un ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione BookCity Milano (creata nel gennaio 2025 e frutto di un proficuo lavoro cominciato nel 2012): un evento culturale diffuso volto alla promozione dell’universo editoriale sul territorio urbano e, portando in primo piano il libro, articolato in un palinsesto gratuito di dialoghi e conferenze. L’iniziativa è stata sostenuta dai creatori Fondazione Corriere della Sera, Feltrinelli, Umberto ed Elisabetta Mauri e Mondadori, oltre che appoggiato sia dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano che dall’Associazione Italiana Editori.
Tra gli appuntamenti del giorno, ha avuto luogo una conversazione tra Paolo Giovannetti, Mauro Ferraresi e Daniela Cardini, docenti presso l’Ateneo (rispettivamente di Letteratura italiana contemporanea, Sociologia della comunicazione e Linguaggi della televisione), incentrata sull’evoluzione rappresentativa de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Dal romanzo alla serialità OTT
Pubblicato postumo nel 1958 da Feltrinelli, a seguito di una lunga e dolorosa serie di rifiuti, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa divenne rapidamente un considerevole successo. Questa sua rapida ascesa ne giustificò, peraltro, l’adattamento cinematografico per mano di Luchino Visconti, realizzato già nel 1963. Tuttavia, anche a distanza di quasi settant’anni, il fascino “gattopardiano” perdura nei media mainstream contemporanei, con interessanti e più approfondite riletture: è il caso della recente miniserie firmata Netflix, distribuita internazionalmente sulla piattaforma a partire da marzo 2025.
Malgrado le contrastanti impressioni da essa scaturite, il dibattito critico non cessa di interrogarsi sull’attualità dell’opera: quale considerare il nucleo forte de Il Gattopardo? Quale aspetto seduce, sin dal 1958, la sensibilità collettiva? Questi sono stati alcuni dei quesiti da cui Giovannetti, Ferraresi e Cardini hanno avviato l’incontro, ripercorrendo i principali media che, nei decenni, hanno reso proprio e plasmato l’immaginario de Il Gattopardo: la letteratura, il cinema e la serialità.
L’impronta verista nel romanzo
Tomasi di Lampedusa, ha esordito il Professor Giovannetti, si inserì da subito nel filone della grande letteratura siciliana, da noi convenzionalmente definita verista, al fianco di autori del calibro di Giovanni Verga e Luigi Pirandello. In tal senso, alcune affinità tra Il Gattopardo e un romanzo come I Malavoglia risultano lampanti fin dal piano strutturale: la rovina delle famiglie protagoniste, infatti, si dipana in entrambi i casi a partire da scelte soltanto apparentemente convenienti (un matrimonio nel primo, il commercio nel secondo) e fonte di dissidi interpersonali. L’atmosfera degradante di fondo, sempre più presente in ciascuna pagina, raggiunge l’acme nell’ultimo capitolo, in cui la decadenza avvolge moralmente, quasi soffocandoli, i membri della nobile casata Salina.
Il tramonto di un’epoca
L’influenza verista di partenza, dunque, consentì a Tomasi di Lampedusa di costruire, attraverso le percezioni dei protagonisti, una rappresentazione più ampia della società. La crisi e il progressivo declino di Don Fabrizio, Principe di Salina (trasfigurazione del nonno dell’autore, Giulio Fabrizio Tomasi), e, con lui, della nobiltà siciliana divengono così emblema della dissoluzione di un intero mondo. Fabrizio, scienziato-intellettuale al contempo esuberante e raffinatissimo (portatore di un ideale superomistico dannunziano) incarna quella tradizione che si disgregò, nella seconda metà dell’Ottocento, soppiantata dalla storia risorgimentale della nascente Italia. Da qui, i numerosi riferimenti ai movimenti garibaldini, tra tutti la Spedizione dei Mille del maggio 1860.
In una classe sociale dove la ragione economica era dominante, ha aggiunto Paolo Giovannetti, il dissolversi dei costumi venne trasposto da Tomasi di Lampedusa anche come culto di una bellezza destinata a sfiorire. È questo il fulcro della scena del ballo, tra le più elettrizzanti dell’opera: la cura maniacale per il dettaglio lascia trapelare dovunque i germi dell’imminente rovina.
Il retroscena storico del film
Il film di Luchino Visconti venne realizzato in ciò che è stata unanimemente ritenuta un’età aurea per il cinema e, più in generale, per l’Italia stessa: grazie al miracolo economico (avviato nel 1958 e protrattosi fino al 1962, terminando con la congiuntura italiana nel 1963), il nostro Paese registrò una prima vera rinascita dalle ceneri del dopoguerra, divenendo la settima potenza mondiale per prodotto interno lordo. Il cinema si dirigeva allora verso la conclusione del Neorealismo, gloriosa stagione che intorno al 1943 aveva soverchiato il sottogenere comico dei telefoni bianchi (in voga in epoca fascista).
In un momento di simile ricchezza, dunque, l’industria cinematografica italiana riuscì a cogliere l’opportunità di imponenti produzioni, di cui prodotto di particolare pregio fu proprio Il Gattopardo di Visconti (che gli valse la Palma d’Oro a Cannes).
Le due anime di Luchino Visconti
In Luchino Visconti, nato da una famiglia della nobiltà milanese nel 1906, convissero sempre due pulsioni opposte: a dispetto delle sue origini ricche e tradizionalmente conservatrici, infatti, egli si avvicinò ben presto al cinema francese, grazie ai membri del Partito Comunista di Francia (tra cui molteplici cineasti e personalità di spicco, quali Jean Renoir). La sua formazione tipicamente aristocratica, quindi, fu influenzata dalle teorie marxiste, la cui conoscenza si consolidò ulteriormente al rientro in Italia. Frutto di tale percorso fu Ossessione (1943), film che inaugurò il Neorealismo italiano.
A differenza di alcuni suoi colleghi, tuttavia, le interpretazioni di Visconti si discostarono da buona parte del movimento, mosse da suggestioni e uno stile profondamente individuali. I suoi modelli di riferimento erano i grandi realisti europei e russi del XIX secolo, come Honoré de Balzac, Giovanni Verga e Fedör Dostoevskij, ispiratori di storie e figure oppresse dalla vita. I protagonisti dei film di Visconti, tuttavia, si avvicinavano più a eroi di opere liriche, tanto soggiogati e subalterni quanto più statuari nella loro povertà e inseriti in un cinema attento alla dettagliata costruzione del profilmico. Insomma, una concezione distante sia dalla coincidenza tra realtà “schermica” e fenomenica (secondo la teoria del “pedinamento” di Cesare Zavattini) che dalla crudeltà del dopoguerra che i neorealisti andavano immortalando.
La gabbia ferrea del trasformismo
Ciò che il regista percepiva come contraddizione interiore gli permise di “piegare” Il Gattopardo, raccontando il crollo di un microcosmo in termini del tutto personali. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa si trasformò così in un cinema d’autore, nel quale l’essenza ambedue aristocratica e comunista, il suo percorso di regia teatrale e cinematografica, si fusero definendone la poetica. In essa convivono rigore, ovvero la volontà di perseguire un cinema come festa per gli occhi (un “cinema per il cinema”, così definito da Mauro Ferraresi), e rovina.
Tradimento contenutistico dell’opera originale rimane, forse, la stentata sicilianità del film: Visconti (nato, per l’appunto, a Milano), sosteneva che il cambiamento in corso stesse investendo non soltanto la Sicilia, bensì l’Italia nella sua interezza. Del romanzo, ha spiegato il Professor Ferraresi, Luchino Visconti colse tre temi fondamentali: il passaggio d’epoca, il tramonto dell’aristocrazia e l’avvento della borghesia come classe dominante. La denuncia del trasformismo segnò, dunque, l’ingresso ineluttabile nella gabbia ferrea della modernità (a cui Visconti sentiva di non appartenere), caratterizzata dagli imperativi di efficacia ed efficienza e nella quale un sostrato mortifero ricopriva individuo e società.
L’eredità del film
Il Gattopardo è un film al contempo storico e autobiografico, certamente malinconico, capace di raccontare universale e particolare con finezza: Visconti, rendendo Fabrizio Salina un doppio esistenziale di sé stesso, firmò il proprio testamento artistico e spirituale. Edward Said (1935-2003), critico decostruzionista di letteratura palestinese presso la Columbia University, rivendicò a più riprese lo statuto di “kolossal mediterraneo” del film di Visconti, riconoscendo un’affinità nell’incertezza tra popolo palestinese e siciliano.
La dimensione estetica dell’opera viene, poi, potenziata dagli stili visivo e sonoro, curati nella fotografia da Giuseppe Rotunno e nelle musiche da Nino Rota.
L’intervento della serialità OTT
Scegliendo di produrre questa serie televisiva (composta da 6 puntate di 50 minuti circa ciascuna), ha affermato la Professoressa Cardini, Netflix si è assunto una grande responsabilità: viviamo in un Paese che ancora sconta un consistente pregiudizio culturale della televisione nei confronti di cinema e letteratura e, in questo caso, il tema risulta quasi intoccabile. La miniserie Il Gattopardo, diretta dal regista Tom Shankland e interpretata da nomi di richiamo (sebbene non eccelsi), quali Kim Rossi Stuart, Benedetta Porcaroli, Saul Nanni e Deva Cassel, può essere compresa a fondo collocandola nelle coordinate mediali in cui essa si pone.
Si tratta, infatti, di una narrazione formalmente vicina alle proprie radici letterarie e cinematografiche, ma in grado anche di sviluppare una sua originalità a partire dalla dimensione del melodramma. La scelta di rileggere e produrre serialmente Il Gattopardo associa la volontà di sollecitazione e recupero del patrimonio culturale di una nazione in cui Netflix agisce localmente alle pratiche tipiche delle piattaforme over the top (ovvero budget elevati e dilatazione temporale del racconto).
L’attualizzazione come adattamento del contenuto
La principale leva narrativa sfruttata da Netflix per la costruzione della serie risulta l’attualizzazione del racconto originale, evidenziandone in primis la matrice femminile. Le donne, in tal senso, tendono a risaltare maggiormente rispetto ai piani letterario e cinematografico: il personaggio di Concetta, in questi ultimi periferico, opaco e dimesso, assume qui un ruolo centrale e assertivo, specialmente nella relazione con il padre (specchio delle fragilità odierne). Il Principe, dal canto suo, dimostra una predilezione nei confronti della figlia appena accennata nel romanzo e nel film. Anche la scelta di assegnare il ruolo di Angelica a Deva Cassel, prevalentemente di botteghino ma legittima ai fini produttivi, si rivela funzionante nell’economia complessiva della serie. Inoltre, la sua relazione con Tancredi, idealizzata da Visconti, si scontra con lo scetticismo altrui (fedele, invece, al romanzo).
L’apertura internazionale della serie
Ad ogni modo, ha aggiunto Daniela Cardini, superando l’enfasi melodrammatica, il prodotto Netflix riesce a mantenere un ampio respiro sul piano visivo (lasciando spazio a luoghi reali, nel film di Visconti perlopiù ricostruiti), generando un adattamento “su misura”: un processo di mitopoiesi non superiore o inferiore alla materia viva di riferimento, semplicemente diverso. Se, infatti, Luchino Visconti aveva incrementato la dimensione storica (con un forte accento, appunto, sulla figura di Garibaldi), Netflix ha scelto di direzionare altrove il focus, rendendosi quanto più intelligibile a un pubblico internazionale.
L’esito del percorso attraverso le tre opere è un movimento centrifugo, che procede concentrico dalla Sicilia all’Italia, approdando infine a una realtà sopranazionale.
Un’opera multiforme
L’evoluzione de Il Gattopardo nel panorama mediatico, illustrata da Giovannetti, Ferraresi e Cardini, rivela in definitiva la sua capacità, pur restando ancorato nel proprio scenario storico e geografico, di mantenere aperto il dialogo con la nuova sensibilità contemporanea e rigenerarsi come un dispositivo culturale ancora dinamico. Come un riflesso multiforme che, tuttavia, restituisce sempre nuove e calzanti immagini della nostra società.
Immagine in evidenza: Corriere della Sera
