La nuova scena del videoclip italiano: una conversazione con Enea Colombi e Nicolò Bassetto

Una serata al Cinema Beltrade con Enea Colombi e Nicolò Bassetto per scoprire cosa si nasconde dietro i videoclip di Cremonini, Elisa della scena indie pop e non solo

Martedì 4 novembre, il Cinema Beltrade ha ospitato il secondo appuntamento di Indocili, la rassegna dedicata alle immagini in movimento curata da Rockit e Tafano Cinema. Sul palco, due dei registi più interessanti della nuova generazione italiana: Enea Colombi (Piacenza, 1997) e Nicolò Bassetto (Treviso, 1998), per una conversazione sincera e senza filtri sul mondo dei videoclip in Italia.

In un’epoca in cui le immagini sono ovunque ma spesso standardizzate, il videoclip sembra rappresentare uno degli ultimi spazi di vera sperimentazione. Ma è davvero così?

Il videoclip come palestra creativa (ma mediata)

IL VIDEOCLIP È DAVVERO IL TAVOLO PIÚ CREATIVO OGGI, SOPRATTUTTO RISPETTO AL CINEMA?

Nicolò Bassetto: Secondo me il videoclip è una grande palestra perché non obbliga a raggiungere certi livelli estetici, quindi ti permette di lavorare anche con bassi budget e quello che vince è l’idea, alla fine. Mentre la moda o la pubblicità obbligano automaticamente a raggiungere certi livelli estetici, il videoclip vince su questo aspetto. È proprio l’idea la cosa più importante, va a sottrarre tutto per andare al contenuto della cosa. Aiuta a far lavorare il cervello in modo molto corretto, molto propenso all’ambiente creativo.

Enea Colombi: Sì, sono d’accordo, è chiaramente una palestra abbastanza meritocratica. È sicuramente un tavolo di lavoro dove si può sperimentare, dove si può conoscere se stessi come registi. Mi capita di lavorare su diversi generi, diverse tipologie di artisti e di budget.
La creatività è sempre mediata, secondo me, perché dall’altra parte hai sempre una committenza. Dipende dalla tipologia di artista, dalla canzone. La tua creatività si deve adattare all’universo dell’altro artista. Esistono però eccezioni preziose. Come nel caso del videoclip (Geniale / Non Esiste Amore A Napoli) per Tropico (aka Davide Petrella), dove Colombi ha avuto libertà totale, o con Chery Wox, dove il processo creativo si è invertito: “Gli ho proposto un progetto e abbiamo sviluppato il pezzo in base al videoclip, diventando una sorta di scambio”.

Enea Colombi: Diverso è stato per Cremonini, “lì la presenza dell’artista doveva essere fondamentale, quindi già quello per me è un paletto dal quale devo cercare, come regista, di tirarne fuori un punto di forza. Varia molto dalla tipologia di lavoro”.

Quando ti chiamano artisti come: Elisa o Cremonini

PARLIAMO DI DUE NOMI CHE CONOSCONO TUTTI: CESARE CREMONINI ED ELISA. SONO ARTISTI CHE CURANO OGNI ASPETTO IN MODO QUASI MANIACALE. COME È ANDATA CON LORO?


Nicolò Bassetto: “È curioso che hai fatto questo esempio del “ti chiama Elisa” perché più o meno non è stato tanto diverso da questo. Ovviamente la proposta del progetto è arrivata tramite la produzione, Borotalco, che saluto e ringrazio. Mi avevano proposto di provare senza grandi speranze a fare una creatività per Elisa perché ne stava rifiutando una dietro l’altra”.

Nicolò Bassetto: Hanno detto: “Ok, proviamo una rotta diversa”, hanno chiesto a me che magari tendenzialmente cerco di fare cose meno, “commerciali”. E mi hanno detto: “Non snaturarti, anche se sai che è Elisa, non snaturarti”. Ho provato a fare una creatività che mi appassionasse, pensando al brano e ai temi presenti. È venuta fuori questa proposta che l’ha infiammata molto. Dal giorno in cui l’ha letta ci siamo sentiti solo direttamente al telefono, io e lei, per quattro giorni, tre ore al giorno, dove voleva sapere tutto, ogni minimo dettaglio particolare.

È stato molto bello perché, nonostante sia un personaggio così grande, era più alla mano di tantissimi artisti anche più piccoli. Mi ha addirittura invitato a casa sua a conoscere i figli. È stato un rapporto molto, molto bello, e quasi intimo. Lei si è fidata ciecamente. Quando ha visto la prima versione, è andato tutto, non so se si dice dappertutto “in brodo di giuggiole”, si è proprio gasata autenticamente. Infatti la prima versione è stata poi il video finale.

Un dettaglio curioso:

Nicolò Bassetto: “L’unica chiamata che abbiamo fatto è stata con la discografica, c’era il divieto da parte sua a chiunque di parlare. C’erano un sacco di persone in muto su questo meet gigante, e solo con i nostri microfoni accesi parlavamo noi, e tutti ascoltavano”.

CON TE È UN’ESPERIENZA ANALOGA PER CREMONINI?

Enea Colombi: “Ho ricevuto questa proposta perché Cesare voleva girare a tutti i costi con me, e io in verità ero in un periodo in cui ero praticamente da un annetto fermo, non giravo più videoclip. Non avevo l’intenzione di farne un altro”.

CIOÈ TI SEI FATTO DESIDERARE DA CREMONINI?

Enea Colombi: No, in verità… sì, un po’ l’ho fatto, ma non per fare chissà chi o cosa. Purtroppo ero in un periodo della mia vita in cui ho detto: “Se faccio un altro videoclip mi ammazzo”.

MA LUI PER DIRE CIÒ, COSA AVEVA VISTO IN TE?

Enea Colombi: Praticamente Tropico è un suo amico e autore, e lui si è innamorato del videoclip che ho fatto per lui, in particolare “Carlito’s Way“. Si era innamorato particolarmente di quella estetica.

Io in verità non conoscevo la discografia di Cesare Cremonini, quindi mi sono informato, ho fatto una chiamata con lui, ed effettivamente ho trovato una persona estremamente acculturata, molto preparata, molto seria, molto professionale. Mi è piaciuto molto il suo approccio, ho sentito quella scintilla succosa. In tutta questa sua esplosività, perché ha un certo fascino, un certo carisma, è molto bravo con le parole, mi ha sparato fuori un’idea di videoclip interessante ma che si allontanava da quello che volevo fare. Dopo un po’ di confronti gli ho detto: “Guarda, se vuoi ti posso fare una proposta. Se ti piace la facciamo, se no amici come prima”.

La proposta?

Enea Colombi: “Ho cercato di fare la psicoanalisi dell’artista, per capire da dove veniva. Era fermo musicalmente da anni, ha un trascorso di vita abbastanza tosto. Ho cercato di capire quello che aveva vissuto, tutte le sue debolezze da uomo, da essere umano, e ho cercato di metterle in scena in un piano sequenza che uscisse da quell’ego trip dell’artista, facendo invece emergere di più il lato umano”. Cremonini si è fidato completamente: “Si è messo un pochino a nudo, si è tolto un po’ di paillette, dei pesi che lo rendessero “Superstar”, e si è messo ad un livello molto interessante”.

Enea Colombi: Ricollegandomi a Nick sul rapporto con Elisa, ho notato anche da parte di Cesare un’umiltà e una voglia di confrontarsi con un certo coraggio che non è da poco. Ho trovato una grandissima persona che ha capito proprio il gesto registico, che non è assolutamente scontato.

Nicolò Bassetto: Assolutamente.

Enea Colombi: quindi sono soddisfattissimo di questo progetto.

Tempeste, pellicola e maratone creative sul set

QUEL CIELO NEL VIDEO DI CREMONINI È IMPRESSIONANTE. COSA SAREBBE SUCCESSO SE SI FOSSE MESSO A PIOVERE? E DOVE ERAVATE?

Enea Colombi: Bella domanda, perché a me piacciono molto le ambientazioni. La location era in Friuli Venezia Giulia, verso i piedi delle Dolomiti. Abbiamo scoperto questa zona famosa per questi tramonti, è una zona molto “tramontosa”. Ed è interessante perché ha piovuto davvero! Abbiamo fatto anche un take di Cesare completamente bagnato, fradicio.

COME MAI NON L’HAI PREFERITO? CONOSCENDO LA TUA ESTETICA?

Enea Colombi: Abbiamo sbagliato i fuochi! (ride)

Enea Colombi: No, in verità era purtroppo estremo. Non si vedeva davvero nulla, a un certo punto vedi tutta l’acqua sulla lente, era materiale inutilizzabile. Però è stato molto figo. Devo dire che è stata anche una botta di fortuna. Molto spesso le cose migliori avvengono perché stai nel posto giusto al momento giusto. Eravamo all’inizio del temporale che poi ha allagato completamente il set, un disastro. Ci siamo messi dentro il camper a guardare tutti i playback.

Per Elisa, invece, Bassetto ha affrontato una sfida diversa:

Nicolò Bassetto: “Sono tantissime location. Per assurdo, sembrano distanti tra loro ma a volte bastava girarsi da un lato all’altro e sembrava di essere in tutt’altro posto”. Era un momento di rush totale perché c’era la luce che stava sparendo, e il film era tutto girato in pellicola. I nerd della pellicola sanno che se viene a scendere un po’ troppo la luce, non scatti niente e tutti a casa. Sono stati due giorni. Il primo tutto in esterna, solo per quei 30 secondi finali del video. Tutto un giorno quindi per quella parte. Il resto, un’altra giornata intera, saranno state 18 ore o qualcosa così.

Un dettaglio curioso: “Il primo giorno lei non ci doveva essere, a livello di scrittura non l’avevo inserita per non caricare il budget. Mi ha chiamato al telefono e mi fa: ‘Ma come io non ci sono? È il primo giorno, no no no io voglio venire!’ E alla fine è venuta, a spese sue.

Il dilemma: rifiutare o accettare?

SE UN CLIENTE VI MANDA UN PEZZO CHE NON VI PIACE PROPRIO, COSA FATE?

Nicolò Bassetto: È capitato che rifiutassi anche progetti grossi, tipo Il Pagante o Shiva. Non perché non mi gasassero, solo che è arrivata la richiesta due giorni prima e io, di vedere un gruppo con i finti ferri in mano, tutti i vestiti uguali, dopo due giorni non c’avevo voglia. Pensare una cosa fatta bene volentieri, ma con così poco preavviso sapevo già come andava a finire.

IN GENERALE, SE IL PEZZO NON VI PIACE LO RIFIUTATE?

Nicolò Bassetto: Non mi sento di essere così puro d’animo da rifiutare tutto, dipende. Ho fatto tante cose anche per musica che non apprezzo. L’unica cosa che però non ho mai mai accettato è stato quando mi hanno detto: “Vogliamo realizzare esattamente questo video, fallo”. Perché è un lavoro troppo esecutivo.


Enea Colombi: “Io ho iniziato a girare giovanissimo, a 16 anni, quindi ho davvero lavorato a qualunque cosa. Per me all’inizio il videoclip era quasi una palestra tecnica, non ero ancora formato. Ho girato davvero tantissimo”. Dopo anni ho iniziato ad avere quella sorta di privilegio di “poter scegliere”, ma più che altro anche di fare ricerca. Sto cercando di fare quello che mi rende davvero felice: cercare artisti che mi piacciono, anche al di fuori del panorama italiano, contattarli, proporre script. Sono in un momento in cui fortunatamente posso decidere di scegliere, ma faccio davvero pochissimi videoclip, ne farò al massimo 2-3 all’anno, quindi sono molto selettivo. Se decido di fare un videoclip, oltre che essere un investimento di tempo, ci sbatto anche fin troppo la testa. Il resto del tempo cerco di vivere facendo pubblicità, e tutto il resto lo investo nello scrivere, perché poi alla fine è la narrativa quello che conta. Spero un domani in un percorso più cinematografico.

Parliamo di soldi (e di valore)

NON CI DITE ESATTAMENTE QUANTO COSTANO QUESTI VIDEO, MA AIUTATECI A CAPIRE UN POCHINO I RANGE.

Enea Colombi: I budget variano enormemente e non sempre si riflettono nel prodotto finale.

Dipende tantissimo. È un discorso di production value, dove i soldi che hai speso a volte non rispecchiano il prodotto, o a volte sembrano in verità 10 volte tanto. Con Cremonini, per esempio, non puoi andare in campo da solo, hai bisogno di un camper che ti segua, una trasferta, hotel di un certo tipo, trasporti. Ti porti dietro una serie di commodities che fanno alzare il budget e non vanno a finire in quello che giri. Vi faccio un esempio: il video di Tropico aveva un budget complessivo di circa 20.000 euro.
Quello di Cremonini si aggirava invece tra i 40.000 e i 50.000, mentre per Ariete siamo stati intorno ai 10.000 euro che, per l’Inghilterra, è considerato un budget molto basso.
(Inghilterra perché proprio con quel video Enea Colombi e Ariete hanno vinto lì il UKMVA 2023 – Best Pop Newcomer.) Lì i costi di produzione sono praticamente il doppio rispetto all’Italia: le crew inglesi hanno tariffe molto più alte, e in quel caso ho dovuto organizzare anche dei recuperi notturni pur di portare a casa il risultato.

Enea Colombi: Il vero valore, però, lo fanno le persone.
Il valore ce lo mettiamo noi, come persone che credono nel progetto. È sempre strano parlare di budget quando si tratta di videoclip, perché quello che conta davvero è la squadra: le persone giuste possono trasformare 5.000 euro in 50.000, mentre quelle sbagliate possono farti sembrare 100.000 come nulla.

Nicolò Bassetto: Nel mio caso, quello di Elisa è dei tre film che abbiamo visto, quello con  il più alto budget, però nel vederli secondo me non si percepisce lo stacco. C’è il fatto che è tutto in pellicola, ci sono un sacco di location. Non so dire quale è il budget deciso, però credo siano sui 35.000.

L’industria che non funziona

CHE RUOLO HA IL VIDEOCLIP OGGI? PARLIAMO DI CIFRE IMPORTANTI PER VIDEO CHE MAGARI VENGONO VISTI DA DUEMILA PERSONE SU YOUTUBE.

Nicolò Bassetto: Secondo me è un ruolo tanto affascinante, sono affascinato dalle cose vecchie: anni 70, 80, 90, quel mondo aveva una valenza diversa. Uno dei miei idoli è Michel Gondry, per esempio. Il modo in cui lui concepiva i videoclip era qualcosa di straordinario. Oggi questo è un po’ anche una trappola, perché rischia di diventare quasi una gabbia. Essendo sempre un po’ più in discesa, è diventato difficile passare a un’altra piattaforma, guardarsi una cosa per tre minuti è impensabile. Sta diventando un ruolo un po’ più denigrato. Ho la fortuna di lavorare con altri settori per evitare questa trappola, che diventi l’unica cosa. “Ah, tu fai solo videoclip”, questa cosa è molto limitante. Non è la mia intenzione andare avanti e far videoclip per tutta la vita. L’obiettivo è il cinema o la moda.

LE ETICHETTE TAGLIANO RISPETTO AD UN TEMPO?

Nicolò Bassetto: Tagliano tantissimo. C’è ancora chi ci crede, chi decide di agire in modo diverso, però ecco…

Enea Colombi: “Dal mio punto di vista, in Italia sei definito come un “videoclipparo”, senza mezzi termini. L’ho vissuto molte volte sulla mia pelle”. Purtroppo tu sei soltanto una persona che viene pagata per far fare dei numeri a un artista, proprio detto in breve, nella quale tu non hai neanche i diritti sull’opera. Tu sei una videocamera umana con occhi, detto nel più brutto dei modi. È importantissimo quindi che tu come regista cerchi di affermarti almeno come autore. Devi cercare di scrivere, devi cercare di imporre delle idee, avere anche il coraggio di dire di no delle volte. Purtroppo in un’industria del genere non abbiamo royalties, non siamo produttori musicali. Facciamo un esempio: il più grande evento in Italia è Sanremo, il Super Bowl italiano. Se vogliamo dare un risalto ai videoclip italiani, penso che anche la stampa debba spingere. Se vogliamo dare un peso ai videoclip, diamo uno spazio a questa forma d’arte, se così la riconoscete.

Enea Colombi: All’estero, per la mia piccola esperienza in tanti festival, tra l’altro i più importanti della videomusica, se tu sei un regista di videoclip hai rispetto. Rispetto enorme. Tantissimi registi esteri poi sfociano in cinema, sfociano in campagne leggendarie. In Italia la barriera d’ingresso è enorme. Non mi piace fare questo discorso “della polvere, dell’Italia vecchia”, ma purtroppo è una situazione disastrosa.

Devo dire, io la vedo disastrosa.

I social: miracolo o maledizione?

COME HANNO IMPATTATO I SOCIAL SUL RUOLO DEL VIDEOCLIP? COME CONDIZIONANO IL VOSTRO LAVORO?

Nicolò Bassetto: Adesso principalmente quello che era il ruolo del videoclip è diventato interno al social, formato spesso verticale. Poi fa ridere che spesso non è qualcosa pensato in verticale, è stato pensato in orizzontale e poi riadattato. Quindi troviamo un primo piano con il naso tagliato o mega zoomato. Motivo per cui oggi tutti si cimentano, spesso facendo edit con CapCut tipo: “Ah sì, giusto, l’ho fatto in app”. Io sono molto un hater del formato verticale. A meno che non venga usato in un modo che nessuno si era mai immaginato, allora diventa un plus. Però non l’ho ancora visto fare. Non è solo il formato. È tutto quel discorso di evitare lo skip, quindi rapidità, catturare l’occhio immediatamente, sennò il pezzo non funziona. E quindi non c’è la pazienza di vedere la versione intera di qualcosa.

Nicolò Bassetto: Eppure qualcosa si può fare. Con Lamante abbiamo creato una campagna che ha portato uno dei tre videoclip a 300.000 visualizzazioni da solo, senza investimento: È una cosa molto anomala, sembra quasi un piccolo miracolo. Abbiamo preparato delle cose che dessero la percezione di aver fatto qualcosa di grande, non un reel, non una cacata da affiancare a qualcosa di sonoro. C’è stato un investimento di energie, che ci ha permesso di differenziarci nel mondo social. Sembra assurdo, ma se tutti ti chiedono “fai verticale”, l’occhio si abitua. Per assurdo diventa utile l’orizzontale perché è diverso. È da anni che stiamo parlando del verticale, da anni che siamo anestetizzati a quel formato. Secondo me sono soldi buttati, perché siamo rapidi ad abituarci. Bisogna cambiare ulteriormente e trovare sempre un modo di differenziarsi.

Enea Colombi: In generale tutto il mondo social: TikTok, Instagram o quant’altro, è abbastanza un miracolo e una maledizione per gli artisti. È un megafono gigantesco, ma credo che ci sia un grossissimo problema. Come usavamo internet? Dieci anni fa, guardare su YouTube era strano, non ci andavano tutti. Internet era uno strumento quasi da archeologo, scoprivi cose che gli altri non sapevano. Era una biblioteca enorme, come lo è adesso. Il problema è che adesso c’è un grossissimo inganno: che l’algoritmo faccia tutto. Dal tuo algoritmo ti senti speciale, credi di aver creato il tuo feed perfetto, ma in verità quella cosa la hanno altri milioni di persone. Fino a sei, sette anni fa, nel nostro lavoro si diceva: “Le idee sono nell’aria”. Tu dicevi: “C***o, volevo fare quella cosa, me l’ha fregata”. Oggi ancora più di prima, il sentirsi speciale è una fregatura totale.

Avere un feed iper allenato su video, su foto, puoi scoprire tantissime cose, ma quelle cose le vedranno anche altre migliaia di persone. Per questo è più interessante utilizzare i social come autopromozione, per farsi vedere. Ma per fare ricerche vere, le cose più interessanti sono off-line, su archivi.

Enea Colombi: Secondo me le cose più interessanti sono sicuramente nel passato, da reinterpretare per il presente. Come è sempre stato, ma oggi è ancora più difficile avere consapevolezza senza essere bombardati di immagini.

La serata si è conclusa con la proiezione in anteprima del director’s cut de “Il giorno dopo”, cortometraggio d’esordio di Enea Colombi, confermando che dietro ogni videoclip c’è molto più di quello che si vede in tre minuti su YouTube: ci sono scelte coraggiose, compromessi intelligenti, temporali improvvisi, notti insonni sul set e, soprattutto, la volontà di raccontare storie che contano, nonostante un’industria che troppo spesso non riconosce il valore di chi quelle storie le costruisce.

Un ringraziamento speciale a Rockit e Cinema Tafano per l’organizzazione dell’evento Indocili e al Cinema Beltrade per l’ospitalità.

Immagine in Evidenza: Matteo Denami

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