2 Novembre 1975, una data macchiata dal sangue di uno dei più grandi artisti e intellettuali del ventesimo secolo. Pier Paolo Pasolini morì a 53 anni in uno degli omicidi più brutali ed efferati che la comunità artistica italiana abbia mai visto. Un autore complesso e controverso, un uomo tormentato e per alcuni scorretto. Tanto si è parlato della sua morte in questi giorni, ma noi in occasione di questa triste ricorrenza, ci concentreremo sul ripercorrere la vita di un uomo che forse sapeva troppo.
I primi anni: Casarsa come musa ispiratrice
Nato a Bologna il 5 marzo 1922, cresce in un contesto complicato, sballottato in giro per il nord Italia a causa del lavoro del padre Carlo Alberto, ufficiale di fanteria, che costringe la famiglia a trasferirsi frequentemente. Nonostante i tanti spostamenti, in Pier Paolo cresce durante l’infanzia un forte legame con la madre Susanna Colussi e con il paese Natale di quest’ultima, Casarsa della Delizia, località in cui la famiglia Pasolini usava tornare per le vacanze estive.
Casarsa diventa per il poeta un punto fermo, un rifugio tra i continui trasferimenti, l’unica dimora dove può sempre tornare. È proprio nel “Vecchio borgo… grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia” che Pasolini si appassiona alla scrittura, ed è proprio al borgo friulano che dedica la sua prima pubblicazione, Poesie a Casarsa del 1942.
Scritto interamente in dialetto friulano Poesie a Casarsa contiene già alcuni dei temi pregnanti della poetica Pasoliniana, il poeta appena ventenne infatti già tocca il tema del mondo contadino arcaico e incontaminato ma non solo, Pasolini già parla di sacralità, morte e innocenza perduta, precedendo i grandi temi che lo renderanno grande nel resto della sua carriera.
Negli anni della guerra Pasolini si stabilisce nella sua amata Casarsa per evitare appunto gli orrori del conflitto mondiale che vedeva l’Italia coinvolta in prima persona. Insieme alla madre apre una scuola gratuita a Versuta dove inizia il lavoro da insegnante. Ma nonostante questa sorta di autoesilio nelle campagne Friulane e il nuovo impegno come insegnante, la seconda guerra mondiale è inevitabile e raggiunge anche la famiglia Pasolini. Nel febbraio del 1945 il fratello Guido viene ucciso nell’eccidio di Porzûs da una milizia comunista. La notizia, ricevuta il 2 maggio, segna profondamente Pier Paolo e sua madre Susanna.
Pasolini poeta maledetto: l’attivismo politico e il primo scandalo
Pur essendo ancora turbato dalla morte del fratello per mano di una brigata partigiana comunista, Pier Paolo si avvicina al Partito Comunista Italiano. All’apparenza un gesto contraddittorio ma che riflette pienamente la complessità del pensiero del poeta, spesso attraversato da posizioni antitetiche e sempre in grado di sbaragliare anche i suoi stessi sostenitori. Basti pensare a quando anni dopo nel 68, si schierò a favore dei poliziotti, definendo i giovani dei “figli di papà che si rivoltano contro i papà”. Nel partito si fa strada rapidamente, diventa segretario della sezione di Casarsa nel 1949, dove scrive articoli politici vicini all’ideologia di Gramsci e Marx. Lo stesso anno però, Pasolini viene coinvolto nel suo primo grande scandalo.
Il 29 agosto 1949, ad una sagra di paese, il poeta ventisettenne paga un quindicenne, accompagnato da tre cugini più o meno coetanei, per un rapporto di masturbazione. Nonostante l’età del consenso fosse già ai tempi 14 anni, l’aggravante del pagamento del ragazzo e della posizione di insegnante che Pasolini ricopriva verso uno dei quattro ragazzi, risultò in un indagine per corruzione di minore oltre che di atti osceni in luogo pubblico. Entrambe le accuse caddero con il passare del tempo, la prima per mancata denuncia da parte dei ragazzi e la seconda perché, data l’ora notturna dell’avvenimento, il luogo dell’accaduto non venne considerato luogo pubblico. Le accuse, confermate dallo stesso Pasolini, furono causa dell’espulsione dal PCI per “indegnità morale e politica” e dell’allontanamento dalla professione di insegnante.
La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no.
Gli anni 50: Roma, i Ragazzi di vita e Una vita violenta
Dopo lo scandalo Pier Paolo e la madre si trasferiscono a Roma, dove incontrano non poche difficoltà economiche, per sopravvivere lavorò come correttore di bozze a cinecittà e come insegnante in una scuola privata. In questo periodo si concentra sulle pubblicazioni di alcune raccolte di poesie iniziate in Friuli tra cui il celebre La meglio gioventù, per il quale vince il Premio Carducci. A Roma si interfaccia con alcuni importanti intellettuali come Giorgio Caproni, Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci, che lo introducono al mondo editoriale.
Nel 1955 pubblica il suo primo grande successo: Ragazzi di Vita, un romanzo ambientato nelle borgate romane. Processato per oscenità il libro viene escluso da alcuni dei più importanti premi letterari, ma diventa uno dei più grandi successi di pubblico e osannato anche dai più grandi letterati dell’epoca. Nel 58 termina il suo secondo romanzo Una vita violenta, che però pubblica l’anno successivo dopo un processo di auto censura. Proprio come per il romanzo precedente Una vita violenta viene processato per oscenità, denuncia che verrà poi in seguito archiviata.
Parallelamente continua a lavorare per il cinema collaborando con registi come Luis Trenker, Mauro Bolognini, Federico Fellini(per il quale firma la sceneggiatura di Le notti di Cabiria) e Bernardo Bertolucci con il quale inizierà la carriera da regista.
L’approdo cinematografico, gli anni 60
Nel 1960, dopo una serie di sceneggiature per altri registi, Pasolini inizia a concepire un film personale, La commare secca, ma alcuni eventi politici dello stesso anno lo spingono a scrivere Accattone.
Rifiutato dalla casa di produzione di Fellini, trova il sostegno del produttore Alfredo Bini per realizzare il suo primo film da regista. Il film, interpretato da Franco Citti e con Bernardo Bertolucci come aiuto regista, diventa il primo lungometraggio vietato ai minori di 18 anni e presentato alla Mostra di Venezia, riceve critiche contrastanti. Alla prima romana, un gruppo di neofascisti interrompe la proiezione con atti violenti, sono solo i primi tentativi di censura che Pasolini riceverà nella sua carriera cinematografica.
Nello stesso periodo, Pasolini inizia a scrivere Mamma Roma, con Anna Magnani, consolidando il suo stile e il suo impegno nel raccontare le periferie romane. Successivamente esce La ricotta episodio del film corale Ro.Go.Pa.G., nel quale inizia a sperimentare forme più liriche e provocatorie che gli valsero una condanna ingiusta per vilipendio alla religione di stato con successivo ritiro della pellicola.
Negli anni successivi pubblica Il Vangelo secondo Matteo, seguito da Uccellacci e uccellini con Totò, oltre a numerosi film mitici e tragici: Edipo re, Teorema, Porcile e Medea, continuando con un cinema profondamente critico verso la modernità.
L’accusa era quella di vilipendio alla religione. Molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana.
Alberto Moravia sulle accuse a La ricotta
Gli ultimi anni, La Trilogia della Vita e Salò
All’inizio degli anni 70 Pasolini si concentra sulla scrittura di articoli su giornali e riviste. Nel 1971 realizza il documentario 12 Dicembre sulla strage di Piazza Fontana, in collaborazione con Lotta Continua. Diventa direttore responsabile del quotidiano di quest’ultima e viene denunciato per “istigazione a delinquere” per un supplemento dedicato alle forze armate.
Sempre nel 1971, l’autore inaugura la sua nuova ed ultima fase registica completa, La Trilogia della Vita. Composta da tre collezioni di racconti ispirate dalla letteratura classica: Il Decameron, I Racconti di Canterbury e Il fiore delle Mille e una notte. In queste opere Pasolini celebra la vitalità, la sessualità e la libertà del corpo umano, ottenendo numerose denunce per oscenità e censure, ma anche due Orsi d’Oro a Berlino (per Il Decameron e I Racconti di Canterburry) e un Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes (per Il fiore delle Mille e una notte). Tuttavia la trilogia non ottiene l’effetto sperato: il successo commerciale genera un filone di sequel erotici non autorizzati che portano Pasolini a pubblicare il testo “Abiura dalla Trilogia della vita”, prendendo le distanze da queste opere.
L’ultima opera cinematografica di Pasolini uscì in anteprima a Parigi il 23 novembre 1975, a soli 21 giorni dalla morte del regista. Salò o le 120 giornate di Sodoma doveva essere il primo capitolo della “Quadrilogia della Morte”, progetto incompiuto a causa della morte del regista. Pasolini si ispirò al romanzo di Marquis de Sade, ambientandolo però durante il periodo fascista nella Repubblica di Salò. Concepito come denuncia radicale contro il potere, il consumismo e la disumanizzazione. Il regista si basò fortemente sul concetto kantiano di “male radicale”, un male che corrompe corpo ed anima, riducendo l’essere umano a oggetto. Un film crudo e disturbante che rappresenta il testamento artistico dell’intellettuale per eccellenza.
La morte: un mistero che dura da 50 anni
Pier Paolo Pasolini fu assassinato brutalmente la notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Il corpo esanime del regista venne ritrovato all’alba, massacrato e travolto dalla sua stessa auto, per poi essere riconosciuto dall’amico e attore Ninetto Davoli, volto ricorrente nel suo cinema. Le indagini puntarono immediatamente su Giuseppe “Pino” Pelosi, diciassettenne, che dichiarò di aver agito da solo dopo una lite per presunte avances sessuali. Il ragazzo venne condannato, ma non senza dubbi. Infatti la versione ufficiale presentava numerose incongruenze, Pelosi non aveva alcuna macchia di sangue e la sproporzione fisica tra i due rende poco plausibile la pista che vede Pelosi come unico omicida.
Nel 2005 Pelosi ritrattò la confessione, dichiarando che l’omicidio fu compiuto da tre uomini, che secondo le nuove dichiarazioni, agirono in quanto non accettassero l’omosessualità del regista. Negli anni numerose altre piste sono venute alla luce, senza mai però avere reali conferme. Tra le tante piste oltre a quelle ufficiali spiccano quella sostenuta dall’amico e collaboratore di Pasolini, Sergio Citti, il quale dice che il regista avrebbe incontrato malavitosi per recuperare materiale rubato del film Salò. Altra pista degna di nota è quella legata al romanzo-inchiesta Petrolio. Il romanzo, pubblicato postumo, denunciava corruzione, scandali energetici e il ruolo di figure come Eugenio Cefis. Alcuni autori ritengono che proprio la scrittura di questo romanzo sia stato la condanna a morte di Pasolini, che secondo questa pista sapeva troppo.
Pier Paolo Pasolini rimane una delle figure più complesse e scomode della cultura italiana. Poeta, regista, intellettuale, forse uno dei pochi che a distanza di anni riesce ancora a scomodare l’opinione pubblica con le sue opere. Che si tratti di un omicidio legato all’odio, premeditato, o politico, la morte di Pasolini è una ferita profonda nel mondo intellettuale italiano.
La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile
Albero Moravia
Immagine in evidenza da Wikipedia.it



4 Commento
Dani Corbi
Bravo figliolo, spero tu possa amarmi sempre anche se negli ultimi hanno ho idee un po’ troppo diverse dalle tue, 88 18
Orson Welles
bravo lorenzo
Pier Paolo Pasolini
good job Lorenzo!
Carminuzzu u pazzu
Chissà quale volto si celerà dietro questa magica penna! veramente bravo