Profitto e castigo: la politica anti-migratoria di Trump

L’Amministrazione Trump non ha mai fatto mistero della propria posizione nell’ambito dell’immigrazione: dall’aumento dei poteri dell’ICE alla costruzione di nuovi centri di detenzione, le misure restrittive risultano spesso in violazioni dei diritti.

Cos’è l’ICE?

Fin dal primo mandato, l’amministrazione Trump si è fatta emblema di una massiccia campagna contro la presunta o concreta immigrazione illegale in territorio statunitense. Le misure derivanti da questa linea politica comportano la detenzione, il confino e l’eventuale espulsione di centinaia di migliaia di persone migranti, in particolare tramite l’impiego delle forze dell’ICE. L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia federale che opera all’interno del Dipartimento della Sicurezza Interna. Il suo compito è quello di controllare la sicurezza delle frontiere e gestire le politiche migratorie.

L’ICE si articola in due principali diramazioni: l’HSI (Homeland Security Investigations) e l’ERO (Enforcement and Removal Operations). Secondo quanto riportato dal sito istituzionale dell’agenzia:

La nostra missione è quella di proteggere la patria attraverso l’arresto e la rimozione di quegli elementi stranieri che minacciano la sicurezza delle comunità della nostra nazione e l’integrità delle leggi statunitensi sull’immigrazione. Per raggiungere questi obiettivi, l’ERO supervisiona la detenzione civile per l’immigrazione in strutture distribuite a livello nazionale, che ospitano stranieri al fine di garantirne la presenza nei procedimenti migratori o nella rimozione dal territorio statunitense».

ICE

Le principali linee d’azione dell’agenzia, che comprendono retate con l’obiettivo di incarcerare persone sospette a violare le leggi sull’immigrazione, risultano sempre più spesso in proteste. È questo il caso dei cortei che hanno preso forma a New York solo la scorsa settimana, in seguito ad un’incursione dell’ICE a Chinatown per la confisca di presunti beni contraffatti.

Tra proteste e aumento dei fondi

Quella newyorkese è solo l’ultima di una serie di mobilitazioni massicce della popolazione contro le politiche dell’ICE. Queste hanno preso il via significativamente nel mese di giugno, quando Los Angeles è stata teatro di un blitz che ha visto l’agenzia, affiancata dalla Guardia Nazionale per operazioni anti-migranti. L’operazione ha provocato un’ondata di dissenso culminata il 14 giugno con il movimento «No Kings Day». La mobilitazione ha coinvolto migliaia di persone in oltre 2000 città, tutte unite contro le politiche dell’amministrazione federale.

Ciononostante, negli ultimi mesi, le deportazioni di massa hanno continuato a coinvolgere ampie porzioni della popolazione, grazie anche alla dislocazione di nuovi fondi. A luglio, l’ICE ha ricevuto dal Congresso un finanziamento aggiuntivo di 45 miliardi di dollari per la costruzione di nuovi centri di detenzione. Uno di questi, realizzato presso la base militare di Fort Bliss, Texas, avrebbe violato numerosi standard federali in materia di detenzione.

Secondo la CNN, la scorsa settimana il Dipartimento della Sicurezza Interna ha stanziato 10 miliardi di dollari tramite la Marina per facilitare la costruzione di una rete di centri di detenzione estesa in tutto il Paese. Secondo fonti e documenti federali di appalto, l’accordo è volto ad ottenere una più rapida realizzazione delle strutture. Una delle fonti dell’emittente ha dichiarato che ciascun centro dovrebbe poter ospitare fino a 10mila persone, con previsione di costruzione in diversi stati.

Le misure detentive e il calo nei consensi

Le misure detentive relative a queste strutture continuano a essere oggetto di controversie, soprattutto per la violenza con cui vengono attuate. Secondo un’analisi della NPR (National Public Radio, organizzazione indipendente no profit che comprende oltre mille stazioni radio negli Stati Uniti), dall’inizio dell’anno almeno 20 persone sono morte mentre si trovavano in custodia presso le strutture dell’ICE. Il numero di detenuti ha raggiunto quasi 60mila, il più alto degli ultimi anni, e il picco di decessi non si registrava dal 2004.

Sempre secondo la NPR, ex funzionari avvertono che l’aumento della popolazione detenuta, in concomitanza con una riduzione dei controlli e la carenza di personale medico, potrebbero aggravare ulteriormente la situazione. Media e attivisti continuano a segnalare sovraffollamento, condizioni igieniche critiche e difficoltà nell’accesso a cibo e cure, conseguenze dirette dell’intensificazione degli arresti.

Nelle ultime settimane sono emersi numerosi appelli da parte di famiglie che denunciano gravi violazioni della dignità dei detenuti. Emblematico, tra i casi segnalati, quello di un uomo di Chicago la cui detenzione, mentre sua figlia sedicenne era in cura per un cancro in fase avanzata, è stata giudicata illegittima da un tribunale federale. Altre testimonianze mettono in luce il crescente ricorso al profiling razziale, pratica di basare le azioni delle forze dell’ordine sui fattori etnici di un individuo, senza una giustificazione oggettiva o ragionevole.

Profitto o collasso?

L’impatto delle politiche migratorie trumpiane non si limita tuttavia alla grave violazione del diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità di migliaia di persone, seppur migranti non autorizzati. Paradossalmente, anche l’economia potrebbe risentirne, nonostante l’amministrazione abbia come obiettivo dichiarato quello di tutelare i lavoratori e le imprese nazionali. La consistente riduzione della manodopera immigrata, essenziale per settori come agricoltura, edilizia, accoglienza e ristorazione, rischia di compromettere la capacità produttiva interna statunitense in modo non indifferente. A questo si aggiunge l’elevato costo del mantenimento dell’intera struttura dedicata alla detenzione e alla rimozione dei migranti, onere che incide pesantemente su altri settori, penalizzati così da tagli sistematici ai fondi.

È dunque probabile che il castigo inflitto a numerosi migranti, privati dei loro diritti fondamentali, finisca per tradursi, in futuro, in una penalizzazione non solo per l’amministrazione, ma per l’intera economia statunitense, con la magra consolazione del profitto di una sterile affermazione ideologica.

Immagine in evidenza: NBC News

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