Leonora Carrington a Palazzo Reale di Milano: tra Surrealismo e conversazioni femministe

In data 20 settembre 2025, Palazzo Reale di Milano ha visto l’inaugurazione di una nuova esposizione, interamente dedicata a Leonora Carrington. Intellettuale dal fascino eclettico ed emblema della “rivendicazione” creativa della donna, la sua produzione segnò un passaggio chiave nella storia sia del femminismo nell’arte che del movimento surrealista internazionale. La mostra sarà visitabile fino all’11 gennaio 2026.

“Grandmother Moorhead’s Aromatic Kitchen” (1974), Leonora Carrington; da Palazzo Reale

Panoramica generale dell’artista: critica e riscoperta

Leonora Carrington, nata (sebbene lei amasse ribadire di essere stata “creata”) il 6 aprile 1917 a Chorley, nella contea del Lancashire, è stata un personaggio fondamentale nella scena avanguardistica europea a partire dagli anni Trenta. Il suo personaggio, significativo per la creatività introspettiva, è stato nel tempo riscoperto dalla critica e dal pubblico, divenendo tra i simboli privilegiati dell’esperienza artistica femminile a inizio Novecento. In una realtà-bolla costruita su misura per gli uomini, infatti, Leonora Carrington venne a lungo ritenuta agli occhi di una società “rispettabilmente” borghese decontestualizzata, se non scandalosa: eppure, fu proprio la sua peculiare visione a renderla una delle artiste più duttili del secolo scorso.

A più riprese emarginata, superstite a discriminazioni che culminarono nella violenza dei trattamenti psichiatrici a cui fu costretta, Carrington si dimostrò capace, nel corso della propria vita, di assimilare la profonda sofferenza e tramutarla in un immaginario originale, in cui concetti come metamorfosi, reinvenzione e ricerca si fondono all’interno di un viaggio geografico e interiore tra arte figurativa e letteratura. Una vera cosmologia personale.

La maggior parte di noi è ormai consapevole, spero, che una donna non dovrebbe rivendicare dei diritti. I diritti esistono da sempre: dobbiamo solo riprenderceli, compresi i Misteri che ci appartenevano e che sono stati violati, rubati o distrutti, lasciandoci con l’ingrata speranza di compiacere il maschio, probabilmente della nostra stessa specie. 

Leonora Carrington
Fotografia di Leonora Carrington; da Beatrice Brandini

Tecnica e sperimentazione

Leit motiv delle opere di Carrington è l’ampia gamma di tecniche, dalla litografia al disegno, dalla scultura all’utilizzo di cartapesta, dalla pittura a olio allo sgraffito, in un regime di completa libertà espressiva dove scrivere, recitare e dipingere in maniera versatile.

Fantasy e viaggi della prima giovinezza

Sin dall’infanzia, trascorsa prevalentemente nell’Inghilterra post-vittoriana dei primi del Novecento, la mente di Leonora Carrington venne arricchita dalla letteratura fantasy e dal folklore irlandese nel quale la madre, Maureen Carrington, era vissuta. Tali stimoli suscitarono da subito in lei una vocazione al fantastico, all’invenzione di nuovi mondi, frutto dell’aggregazione tra scienza e immaginazione. Non a caso, si collocarono in questi anni la serie Sisters of the Moon e alcuni acquerelli, che, malgrado l’influenza dell’arte fiorentina appresa nel corso del suo Grand Tour in Italia, attinsero in primis alla cultura popolare con cui era cresciuta. In queste opere prese forma una cosmogonia matriarcale di donne immaginarie, di una femminilità ultraterrena custode di conoscenze enigmatiche, e di altre creature chimeriche. Temi centrali di tale periodo furono la sorellanza, mitologie folkloristiche originali e un forte interesse per l’esoterismo (ad esempio, l’astrologia).

Sai, è per questo che preferisco leggere qualche libro. No, non necessariamente da intellettuale: favole. “Favole alla tua età?” Perché no? Cos’è l’età, dopotutto? Qualcosa che non capisci, amore mio. 

Leonora Carrington
“Fantasy”, dalla serie “Sisters of the Moon” (1935), Leonora Carrington; da Arthive

L’avvicinamento al Surrealismo

La carriera di Leonora Carrington, però, prese ufficialmente avvio nel 1936, con la sua visita alla mostra surrealista di Londra. La fascinazione per l’arte surrealista cominciò anni prima, quando la madre le donò una copia di Surrealism di Herbert Read: lo sentii come un universo a me familiare, dove era possibile collegare mondi diversi attraverso sogni e immaginazione.

Nella capitale inglese, peraltro, conobbe il pittore e scultore tedesco Max Ernst (di ben ventisei anni più grande, già sposato ma desideroso di avere al proprio fianco una femme infante), con il quale intraprese una relazione simbiotica artisticamente molto prolifica: insieme, infatti, decisero di trasferirsi nel piccolo villaggio francese di Saint-Martin-d’Ardèche, dove diedero respiro a un’opera abitativa di arte totale tra vita, pittura, scultura e letteratura dal chiaro valore simbolico. Leonora Carrington si cimentò, in tal senso, nella realizzazione di porte e finestre come “vani” di esplorazione della propria creatività. Grazie ad Ernst, poi, fu introdotta nel circolo surrealista di André Breton, dove era venerata per la propria bellezza, al contempo infantile e provocante.

Fotografia di Leonora Carrington e Max Ernst; da Art in America

La fuga in Spagna e gli USA

Ciononostante, l’apparente idillio francese subì una brusca frattura nel 1940, quando Max Ernst fu querelato come nemico del governo nazista di Vichy, arrestato e internato nel Camp Des Milles. Rimasta ormai sola a soli 22 anni dinanzi ai timori di guerra, Leonora Carrington fu costretta a spostarsi a Madrid. L’esperienza spagnola si rivelò nondimeno estrema e polarizzante, nettamente divisa tra trauma e lucidità, anche a causa di un efferato stupro di gruppo e del conseguente ricovero nel sanatorio di Santander, in cui le vennero somministrati a forza trattamenti disumani. La produzione di Carrington, quindi, si fece inevitabilmente mesta ed ermetica, traducendosi in opere conturbanti come Giù in fondo (1944). 

Nel 1941 Leonora Carrington trovò rifugio nella città di New York, comune ritrovo della comunità surrealista esiliata dai regimi totalitaristi europei: qui approfondì e dotò l’iconografia precedente di una maggiore profondità di significati, grazie a cui riuscì progressivamente a elaborare i recenti turbamenti. L’emarginazione e il senso di sradicamento socio-geografici furono il perno delle opere di tale periodo, documentando sia le ferite individuali che le tracce indelebili della Seconda guerra mondiale.

Mi resi conti di quanto fosse necessario liberarmi di tutti i personaggi che abitavano dentro di me. Dovevo liberarmi di tutto ciò che la malattia mi aveva portato, gettare via queste personalità e iniziare così la mia liberazione. Credevo che, per effetto del sole, fossi androgina, la Luna, lo Spirito Santo, una zingara, un’acrobata, Leonora Carrington e una donna.

Leonora Carrington

L’arrivo in Messico

Nel 1942 Carrington migrò in Messico, dove avrebbe trascorso il resto della propria esistenza. La sua pittura, alimentata da un nuovo senso di appartenenza e dalla maternità, conobbe dalla metà degli anni Quaranta una rivoluzione. Oltre al ritorno di immagini legate alla puerizia, la nostalgia per l’Inghilterra e per le proprie origini scaturirono in dipinti focalizzati su scene familiari e pastorali, conservando tuttavia una patina onirica di fondo. Cruciale per tutto ciò furono anche le sue conoscenze di pittura italiana: confluirono nei quadri, infatti, l’uso consapevole della tempera, dei supporti in tavola e masonite e l’interesse per il formato orizzontale della predella. Ogni opera era satura di una malinconia smorzata, meno sofferente.

Il 1948 determinò un altro passaggio chiave nella carriera di Leonora Carrington: alla Pierre Matisse Gallery di New York, anche tramite Edward James (suo amico e mecenate), organizzò la sua prima mostra personale. Qui Carrington ritrovò Ernst, ormai al fianco della collezionista Peggy Guggenheim: la coppia, dunque, non si ricostituì.

I suoi non sono quadri letterari: sono piuttosto immagini distillate nelle caverne sotterranee della libido, vertiginosamente sublimati. Innanzitutto (o dopo tutto), appartengono al subconscio universale.

Edward James sull’arte di Leonora Carrington
“Mars Red Predella” (1947), Leonora Carrington; da Mutual Art

Nuovo baluardo dell’arte proto-femminista

A Città del Messico, Carrington strinse amicizie con numerosi intellettuali (tra cui la pittrice spagnola Remedios Varo e la scrittrice Elena Poniatowska), trasformando la propria epopea di esule in baluardo del Surrealismo internazionale. Nel 1974 pubblicò Il cornetto acustico, romanzo ambientato nella nuova terra, che divenne in breve tempo la sua opera più celebre. I testi di Leonora Carrington trasfigurarono la sua autobiografia in rapporti tra mondo animale, alchimia e onirismo, intrecciati a una forte matrice femminista: basti citare la raccolta di racconti La debuttante, che già enucleava una rivolta alla pruderie borghese attraverso la metafora dell’amicizia con una iena (associata all’ambiguità sessuale), suo doppio ritrovabile anche in Autoritratto (1937-1938) con il cavallo a dondolo, simbolo della sua sempre latente furia ribelle, e una puledra bianca, metafora di alterità e libertà personale.

“Autoritratto” (1937-1938), Leonora Carrington; da The Met

Le influenze filosofiche

I primi anni in Messico, trascorsi con il marito Renato Leduc (poeta e giornalista locale dal quale pochi anni dopo divorziò, sposando il fotografo ungherese Chiki Weisz e partorendo i due figli Gabriel e Pablo), permisero a Leonora Carrington di operare un approfondimento di tutti quei miti e tradizioni mistico-spirituali che l’avevano da sempre appassionata. Di lì a poco, infatti, entrò in contatto con le teorie sull’evoluzione della coscienza di Pëtr Dem’janovič Uspenskij e Georges Ivanovič Gurdjieff e riprese alcuni antichi insegnamenti buddisti, la cui prospettiva rappresentò una delle influenze filosofiche più pervasive nella sua carriera. Gli studi, tuttavia, inglobavano anche figure storiche e mitologiche come Pitagora, Platone e Zaratustra. Nel 1955, poi, l’attrattiva di Carrington per le diverse pratiche di “divinazione” portò alla creazione di un mazzo di ventidue carte corrispondenti ai cosiddetti “trionfi” (o arcani maggiori) dei Tarocchi, ulteriore conferma della cromatologia visionaria dell’artista.

Arcani maggiori (1955), Leonora Carrington; Ludovica Pesenti – Ph

Carrington, come lo stesso figlio Gabriel ha più volte suggerito, era incessantemente in cerca di mappe interiori per orientarsi nella propria vita visionaria e tra i suoi demoni più profondi: una sorta di viaggio verso un risveglio della coscienza (citando Joseph Campbell, per il quale lei stessa nutriva grande ammirazione) che, in conseguenza alla “disgregazione” della psiche, conduceva l’individuo a dimensioni ancora inesplorate.

Dettaglio de “Predella Palatina” (1946), Leonora Carrington; Ludovica Pesenti – Ph

Cucinare come atto simbolico

Con il soggiorno a Saint-Martin-d’Ardèche, l’entusiasmo giovanile di Leonora Carrington si riversò anche in cucina. Sebbene fossero una pratica consuetamente annessa alla prigionia domestica femminile, le sempre nuove scoperte culinarie si rivelarono per Carrington uno strumento di intensa sperimentazione artistica. Persino una volta stabilitasi in Messico, continuò a maturare le sue conoscenze in materia di erbe e piante aromatiche, metafora delle operazioni alchemico-ermetiche specifiche della sua produzione e di uno spazio in cui la donna potesse riacquistare autonomia. Tutto ciò si rifletté non soltanto sul piano iconografico (vedi Cucina aromatica di nonna Moorhead del 1974), ma anche nella tecnica pittorica. Intorno alla metà degli anni Quaranta, infatti, Carrington iniziò a impiegare il metodo medievale della tempera all’uovo, ottenendo tonalità ricche e brillanti.

Edward James, nel descrivere i quadri di questo periodo, sostenne: talvolta sembrano materializzarsi in un calderone allo scoccare della mezzanotte.

Anti-convenzionalismo e fluidità di genere

Leonora Carrington visse la trasgressione dei canoni di genere come una condizione esistenziale profonda, che irrorò ogni aspetto delle sue esperienze. Fin da ragazza, rifiutò le aspettative sociali e familiari insite nel suo ambiente aristocratico (il padre, Harold Wilde Carrington, era un ricco industriale inglese), che per lei aveva costruito un futuro nell’alta società, perfettamente allineato ai suoi ideali perbenisti. Progetto a cui la giovane non tardò a ribellarsi: gli interessi esoterici a tratti occulti, la fuga con Ernst (a causa della quale perse del tutto il beneplacito paterno) e la quotidianità indipendente in Messico rappresentarono punti di inequivocabile rottura tra Carrington e le tradizioni a cui era stata indotta dall’infanzia.

Sul piano creativo, tale visione trovò espressione in un universo brulicante di esseri ibridi in costante trasformazione, in cui qualsiasi confine si dissolveva. In ciascun dipinto, il concetto di identità appariva inafferrabile, trasformando forma e genere in strumenti di affermazione di soggetti in divenire. Il femminile non era più un mero ribaltamento del maschile, bensì un’entità creatrice contenente entrambi, una forza capace di sprigionare le infinite possibilità dell’essere.

Se sono i miei pensieri, allora posso essere qualsiasi cosa, da un brodo di pollo a un paio di forbici, un coccodrillo, un cadavere o una pinta di birra. Se sono i miei sentimenti, allora sono amore, odio, irritazione, noia, felicità, orgoglio, umiltà, dolore, piacere e così via. Se sono il mio corpo, allora sono da un feto a una donna di mezza età che cambia ogni secondo. Tuttavia, come tutti, desidero ardentemente avere un’identità, anche se questo desiderio mi sconcerta sempre. Se esistesse una vera identità individuale, mi piacerebbe trovarla, perché, come la verità, con la scoperta scompare.

Leonora Carrington
“Levitasium” (1950), Leonora Carrington; da La Repubblica

La stagione dell’attivismo

La rivoluzione culturale del 1968 coinvolse anche il Messico e, dapprima, Leonora Carrington cercò riparo a Chicago con entrambi i figli. L’anno seguente, però, fece ritorno in America Latina, divenendo parte attiva del movimento femminista messicano e realizzando dipinti esemplificativi come L’antenatoLa dea madre. Partecipò, inoltre, alla mostra collettiva La donna come creatrice e soggetto dell’arte, accanto a nomi del calibro di Frida Kahlo. Nel 1972 dipinse il quadro-manifesto Mujeres Conciencia e, con personalità come Remedios Varo, Dorothea Tanning, Leonor Fini, Kay Sage e Maya Deren, teorizzò una nuova interpretazione del ruolo femminile, in contrapposizione a quella passiva concepita dai surrealisti, aprendo così la strada a un’indagine proto-femminista, indirizzata all’emancipazione e al dibattito.

Alla domanda se apprezzasse un momento storico in particolare, con il suo caratteristico gusto per la provocazione, Carrington rispose: forse sì, esiste un momento storico che mi piace. Per esempio, la caduta del patriarcato che accadrà nel XXI secolo.

Anche se le idee dei surrealisti mi attiravano, non mi piace ad oggi essere classificata come surrealista: preferisco essere femminista. […] Essere una donna surrealista significava, perlopiù, preparare la cena agli uomini surrealisti.

Leonora Carrington sul ruolo della donna nel Surrealismo
“Mujeres Conciencia” (1972), Leonora Carrington; da Consejo Leonora Carrington

Durante gli anni Ottanta e Novanta, continuò a esporre le proprie opere, visibili in vari musei tra USA, Inghilterra, Francia, Germania e Svizzera.

A decenni di distanza, nel 2000, lo Stato messicano la insignì del titolo di mujer distinguida (attribuito alle donne di spicco nell’ambito socioculturale, in particolare nella lotta per i diritti civili), per poi ottenere la cittadinanza onoraria. Leonora Carrington si spense il 25 maggio 2011, all’età di novantaquattro anni, nella propria abitazione a Città del Messico.

Fotografia di Leonora Carrington (2000); da The New Yorker

“La musa di nessuno”

Leonora Carrington coltivò nella propria carriera quella componente fantastica che la rese ambedue creatrice e creatura di sé stessa, in un mondo dove il misterico era specchio dissacrante di uno spirito eversivo. I personaggi che popolano i suoi quadri hanno volti ignoti, quasi identici tra loro, come manichini mascherati entro un unico grande rituale iniziatico. Ogni oggetto è immerso in un altrove indefinito ma armonico, di cui Carrington risulta ancora perfetta demiurga.

Non avevo tempo per essere la musa di nessuno. Ero troppo occupata a ribellarmi alla mia famiglia e a imparare a essere un’artista.

Leonora Carrington

Immagine in evidenza: Wysokieobcasy.pl

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