La Calunnia: storia di una crisi

Una sala grandiosa e finalmente decorata, questo è il palcoscenico dove Sandro Botticelli ambienta la sua tavola. La Calunnia non è solo un dipinto. È la testimonianza di un uomo il cui mondo è stato scosso dalle fondamenta.

La Calunnia di Sandro Botticelli, Galleria degli Uffizi, Firenze, 1495, da wikimedia

Alessandro Filipepi

In una casa di via Nuova a Firenze, il primo marzo 1445, il conciatore Mariano di Vanni Filipepi e sua moglie Smeralda, accoglievano il loro quarto e ultimo figlio: Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi. Dal suo primo vagito il bambino sembrava assolutamente uguale a mille altri bambini. Nessuno avrebbe mai potuto sapere il destino di artista immortale che lo attendeva.

Venne presto introdotto all’arte orafa dai fratelli maggiori, Antonio – detto Botticello per la sua stazza – e Giovanni. All’epoca in dialetto fiorentino l’orafo, ovvero il battiloro, veniva detto battigello. Da qui Alessandro Filipepi divenne quello che noi tutti conosciamo: Sandro Botticelli.

Inizia a fromarsi artisticamente prima nella bottega di Lippi e poi in quella del Verrocchio. Una volta appreso il mestiere divenne a sua volta maestro.

L’arte di Botticelli prosperò nella Firenze medicea. L’artista si dedicava a dipingere di temi religiosi, mitologici ed encomiastici nei riguardi dei suoi mecenati.

Autoritratto di Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475, Galleria degli Uffizi, Firenze, da wikimedia

L’Accademia neoplatonica

Libertà, infinito, perfezione, equilibrio. È con questi ideali che nel 1462, Cosimo de’ Medici, Signore di Firenze ordinò a Marsilio Ficino di fondare un centro culturale vivace. Lo scopo era di ragionare intorno alla filosofia platonica. L’insegnamento delle riflessioni del pensatore greco, dei classici, e dell’educazione parallela di mente e corpo erano affidate a dei docenti bizantini. Essi, infatti, erano scappati da Costantinopoli dopo che questa, nel 1453, era stata presa dall’esercito ottomano.

Tra tutti i valori esaltati dall‘Accademia, l’amore aveva una posizione di spicco. Rappresentava una strada diretta per raggiungere la perfezione, e quindi avvicinarsi Dio. Spiccata era anche la riflessione intorno al rapporto tra l’uomo e il Cosmo. I membri della scuola ritenevano, infatti, che essendo l’essere umano numerabile, esso conteneva in sé tutti i numeri e di conseguenza l’intero Universo.

Tra i tanti allievi dell’Accademia neoplatonica spiccano: Leon Battista Alberti, Poliziano, Pico della Mirandola, Lorenzo il Magnifico. Sandro Botticelli, data la sua vicinanza alle personalità citate, sposa gli ideali neoplatonici, chiaramente visibili all’interno delle sue opere.

L’Accademia si sciolse nel 1523, quando si scoprì il coinvolgimento di alcuni suoi membri nella congiura contro il Cardinale Giulio de’ Medici. Che sarebbe diventato era destinato a diventare Papa Clemente VII.

Girolamo Savonarola

“Guardati adunque, o uomo di Dio, di conversare con i peccatori di modo che tu faccia amicizia con loro; perché sarà più facil cosa che tu declini dalla retta via, che essi ritornino alla giustizia.”

Una frase pronunciata con fervore e ardente senso di critica, quella sopracitata. Una delle tante tra quelle che pronunciava Girolamo Savonarola durante i suoi sermoni. Il frate dominicano, dopo tante peregrinare, era giunto a Firenze su invito di Lorenzo de’ Medici. Giunto nella città toscana, Savonarola, si meravigliò per la quantità di vizi e vanità che dilagavano tra le vie di Firenze.

Il frate adattò – quindi – le sue prediche, criticando il clima generale. Il suo carisma gli fece presto guadagnare molto seguito, il neoplatonismo lasciò il posto ad un profondo misticismo e le feste vennero sostituite dai falò delle vanità, roghi pubblico dove tutti gli oggetti portatori di vizi venivano gettati tra le fiamme.

Statua raffigurante Girolamo Savonarola, Piazza Savonarola, Firenze, da wikimedia

L’inizio della crisi

Savonarola non si limitò a parlare dei vizi dei fiorentini, la sua critica si allargò fino a coinvolgere la Chiesa e il Papato. Questa sua presa di posizione gli valse un’ammonizione da parte di Papa Alessandro VI, che altro non era che il famoso Papa Borgia, conosciuto per aver riconosciuto alcuni suoi figli illegittimi. L’avvertimento non scoraggiò i sermoni di fuoco del frate dominicano, questo gli valse una scomunica per eresia. A causa della sua predicazione, Girolamo Savonarola fu bruciato in Piazza della Signoria il 23 maggio 1498.

Tra i tanti fiorentini che avevano subito il fascino del dominicano, spicca lui: Sandro Botticelli. Il pensiero di Savonarola diede inizio, nella sua coscienza, a un processo di profonda autocritica. Il peso della consapevolezza di aver vissuto la vita nel lusso e secondo gli ideali neoplatonici schiacciava l’artista. Da questo momento inizia ad insinuarsi nella mente di Botticelli una vera e propria crisi mistica. È chiaro che il ragazzo spensierato che dipingeva di donne bellissime e natura rigogliosa non esiste più, ce lo racconta chiaramente la sua arte.

La Calunnia

Il punto di rottura in Botticelli ha una nome: La Calunnia. Si distingue subito il profondo cambio di stile, come profonda era la crisi che aveva segnato l’artista.

Il dipinto, realizzato con della tempere su tavola, è la versione botticelliana di un’opera prodotta da Apelle, un pittore dell’antica Grecia. Nella versione originale il tema si riferiva alla calunnia ricevuta da Tolomeo Filopatore da parte di un suo avversario politico. Il soggetto dipinto è riuscito ad arrivare fino a Botticelli grazie alla descrizione fatta da Luciano di Samosata e successivamente ripresa Leon Battista Alberti nel suo trattato “De pictura”.

La morte del Magnifico e il clima creato da Savonarola sono avvenimenti che segnano profondamente l’animo e l’arte di Botticelli, spingendolo a virare verso uno stile differente. I paesaggi bucolici e ricogliosi lasciano il posto a scene dal carattere molto più aspro e crudo.

I simboli della crisi

Un racconto, uno storyboard quello dipinto da Sandro Botticelli, per godere appieno della narrazione è necessario leggere l’opera da destra verso sinistra. I riferimento al ricordo del neoplatonismo è contenuto nell’architettura della sala, nei fregi di argomento mitologico e nelle statue che rappresentano figure dell’antichità o dei racconti biblici.

La composizione si sviluppa a partire dal gesto dell’uomo con le orecchie da asino sul suo trono. È Re Mida, noto grazie alle Metamorfosi di Ovidio. Di lui si racconta che, dopo aver riportato al dio Dioniso il suo tutore, chiede al dio il potere di trasforma in oro tutto ciò che toccava. Pentito della richiesta, quando scoprì che l’avrebbe portato alla morte poichè anche il cibo che doveva sfamarlo diventava dell’aureo metallo, implorò Dioniso di revocare il suo dono. i padiglioni da ciuco derivano da un’altra storia che lo riguarda. Il Sovrano si era, infatti, trovato a giudicare una gara. musicale tra Apollo e Marsia. Avendo dato la sua preferenza al satiro, il dio scatenò la sua ira contro di lui facendogli bucare le pelose orecchie. Il sovrano, in questo contesto, ricopre il ruolo di giudice

Alle sue spalle notiamo due donne che lo stanno consigliando. Le due figure rappresentano: l’Ignoranza, vestita di blu con un mantello rosso e il Sospetto, avvolta da una veste verde. La mano di Re Mida orienta il nostro sguardo sulla tavola, sta indicando il Livore. Quest’ultimo, vestito di stacci non è altro che il rancore, che si accompagna ad una meravigliosa fanciulla. La giovane, dall’aspetto ingannevole è lei: la Calunnia. Insidia e Frode le acconciano con cura la lunga chioma dorata. Calunnia, intanto, senza mostrare alcuno sforzo, trascina dai capelli il calunniato. L’uomo impietrito supplica Dio con le mani giunte. Le sue caviglie ci raccontano della sua reale innocenza: sono incrociate, come quelle di Gesù Cristo sulla croce.

Ingrandimento su Livore, Insidia, Frode e la Calunnia che trascina il calunniato, da Picryl

La donna incappucciata, con la veste nera è il rimorso, i suoi occhi non guardano la scena che si sta svolgendo nella sala. Il suo sguardo si rivolge, e di conseguenza direzione il nostro, verso l’ultima figura del dipinto. È la Nuda Veritas.

La Nuda Verità è rappresentata in una posa statuaria, un richiamo alla Venere, che Botticelli aveva dipinto anni prima. La donna guarda e indica l’unica fonte di verità: il Cielo.

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Immagine in evidenza: wikimedia

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