Tutto si ferma alla vista della donna dalle fattezze eteree dipinta dall’abile pennello di Dante Gabriel Rossetti. Una riflessione intima quella del pittore preraffaellita, intrisa di simbolismo, mitologia e malinconia. Persefone racchiude in sè tante anime diverse, spesso opposte. Sospesa tra il mondo terreno e l’Averno, circondata da un alone enigmatico e difficilmente incasellabile. Una sola cosa è certa: non riuscirete a toglierle gli occhi di dosso.
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La confraternita dei preraffaelliti
È il 1848 e sette studenti ribelli della Royal Academy si sentono soffocare nelle rigide regole dell’accademia e non riescono ad esprimere a pieno la loro visione artistica a causa dei canoni che venivano imposti loro. I giovani, spinti da queste motivazioni, decisero di riunirsi in una confraternita: la Confraternita dei Preraffaelliti. È stato scelto questo nome poiché l’arte che esprimevano, tra poesia e pittura, si ispirava a tutto ciò che era stato prodotto prima di Raffaello, colpevole di essere il capostipite dell’accademismo.
I temi più ricorrenti sono sociali, romantici e storici. Spesso i preraffaelliti si ispirano a brani della Divina Commedia, tragedie shakespeariane, storie prese dal Nuovo Testamento e racconti intorno alla leggenda di Re Artù.
La Confraternita raggiunse presto una discreta fama e la schiera dei suoi membri si allargò. La loro influenza crebbe a tal punto da influenzare la moda dell’epoca. Tutte le donne volevano somigliare a quelle bellezze eteree cristallizzate tra le tele preraffaellite.
Dante Gabriel Rossetti
Il 12 maggio 1828, a Londra, nasceva Gabriel Charles Dante Rossetti. Il bambino, venuto alla luce sotto il segno del toro, era figlio di due illustri personalità. Il padre, Gabriele Pasquale Giuseppe Rossetti, era originario dell’Italia. Nel 1809 divenne un affiliato della massoneria, il suo appoggio ai moti liberali del 1820-1821 lo portarono all’esilio, prima a Malta e poi a Londra. Ottenne la cattedra di lingua e letteratura italiana al King’s College. Dedicò gran parte del suo lavoro accademico studiando a fondo la figura e le opere di Dante, analizzandole in una chiave inedita, Rossetti cercava, infatti, i richiami massonici presenti nei lavori danteschi. La madre, Frances Mary Lavinia Polidori, era la sorella di John William Polidori, medico di Lord Byron e scrittore di The Vampyre.
L’ambiente in cui Gabriel crebbe fu, dunque, intellettualmente fervido e stimolante e in lui si sviluppò la passione per la poesia e per la pittura. Presto decise di usare Dante come primo nome un po’ per sottolineare il suo impegno in campo artistico-letterario e un po’ per omaggiare il Sommo Poeta che aveva ossessionato suo padre per tutta la vita e che iniziava, inesorabile, a imporsi nella sua arte.
Elizabeth Siddal
Probabilmente quando Dante cantava della sua Beatrice e scriveva del tragico destino di Ophelia, mai si sarebbero immaginati che, anni dopo, le due donne avrebbero preso le fattezze eteree e impalpabili di Elizabeth Eleanor Siddal. Con i suoi inconfondibili capelli rossi divenne presto una delle modelle più gettonate tra la cerchia dei preraffaelliti.
Elizabeth non fu solo modella, ma anche moglie e allieva di Rossetti che la iniziò alla pittura. I suoi lavori furono ben accolti dalla critica. I suoi autoritratti ci restituiscono un volto deciso e risoluto, ben lontano da quello angelicato dipinto dai preraffaelliti.
La vita della donna non fu semplice, da sempre la sua salute fu cagionevole sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico e la relazione con Rossetti non fece altro che peggiorare il suo già delicato equilibrio. I numerosi tradimenti di lui e la sua ostinazione a voler continuamente posticipare la data delle nozze, aggravarono lo stato depressivo di Lizzie. In questo periodo della sua vita, la donna, era diventata dipendente da un sedativo realizzato con oppio e alcol. Fu proprio dopo la sua prima overdose data dall’uso accanito del medicinale che il pittore decise di sposarla.
Dopo il matrimonio, però, la situazione non migliorò. Nel 1861 Elizabeth diede alla luce prematuramente una bambina nata morta e non si riprese più. Aveva trentadue anni quando Rossetti la trovò nel suo letto senza vita. Il certificato di morte parlava di un errato dosaggio medico del laudano, tuttavia, la donna aveva lasciato un biglietto che fu prontamente fatto sparire. Elizabeth si era suicidata. Il pittore seppellì con la moglie le poesie che le aveva dedicato.

Dopo Lizzie
Tormento. Possiamo descrivere così lo stato d’animo di Rossetti dopo la scomparsa di Lizzie. La sua stabilità mentale era stata fortemente minata dalla scomparsa della sua musa a cui non riusciva a non pensare.
Il pittore si trasferì con la sua governante e altri artisti a Cheyne Walk numero sedici. Ben presto riempì la mansion di ogni tipo di animali esotici: scoiattoli, talpe, armadilli, camaleonti, cervi, wombat (per cui aveva una predilezione) e tanti altri. Alcune persone vicine a lui raccontano di un tucano a cui faceva indossare un cappello da cowboy e a cui aveva insegnato a cavalcare un lama per intrattenere i suoi ospiti. Al di là delle eccentricità di Rossetti, lo stato depressivo in cui era caduto dopo la morte di Lizzie non faceva che peggiorare.
Fece ricorso a delle sedute spiritiche, affermò spesso che il fantasma della defunta moglie tornava a fargli visita ed ebbe serie manie di persecuzione. Iniziò ad abusare di alcol e stupefacenti al punto di tentare il suicidio allo stesso modo della consorte, ma non ci riuscì
Sotto consiglio di alcuni amici riaprì la tomba di Siddal per recuperare il suo compendio poetico, che venne publicato nel 1870. Si racconta che il corpo di Lizzie si era conservato perfettamente che la sua bellezza era rimasta intatta e che i suoi capelli rossi – già lunghissimi – erano cresciuti a dismisura.
Jane Burden
Nel 1839 a Oxford, nella via di St Helen’s Passage, anche noto come Hell’s Passage (via dell’Inferno) nasceva la musa malinconica. Jane Burden, figlia di due analfabeti – uno stalliere e una lavandaia – crebbe in uno stato di assoluta povertà. Una sera del 1857 si trovava, in compagnia della sorella, presso il Theatre Royal Drury Lane per assistere ad uno spettacolo, è in questo modo che la sua storia ha inizio. Dante Gabriel Rossetti si trovava nel medesimo luogo nel medesimo istante e il suo sguardo si posò sulla giovane dalla bellezza travolgente. Henry James, uno scrittore americano, disse di lei:
“Guardandola è difficile dire persino se sia un originale o la copia di un quadro. In ogni caso è una meraviglia”
Stella Manfredini, Harper Bazaar, 31 agosto 2023
Il preraffaellita non poteva lasciarsi scappare un volto così perfetto per la sua arte e le chiese di posare per i suoi quadri, dopo un’iniziale esitazione Jane accettò. Burden diventò non solo modella ma anche amante, relazione che si interruppe quando Rossetti sposò Elisabeth e Jane sposò un altro pittore preraffaellita per il quale lavorava come modella: William Morris.
I coniugi Morris si trasferirono a Kelmscott nel West Oxfordshire, in una tenuta dove ospitarono per lunghi periodi Rossetti, ormai rimasto vedovo. Durante un lungo viaggio intrapreso da Morris, Jane e Dante rimasero soli nella tenuta, sembrava che il tempo trascorso da quella notte a teatro non fosse mai passato. La passione tra i due si riaccese e Rossetti sembrava avresse ritrovato la sua ispirazione.

Kore
Il sole splendeva alto e lo Scirocco si insinuava tra le fronde rigogliose degli ulivi, il mare della Sicilia batteva testardo contro le coste e il suo sciabordio creava una melodia che cullava la mente di Kore, mentre si riposava sul vasto prato verde. Come tutti i giorni aveva salutato la madre, Demetra, ed era uscita con le sue amiche ninfe per godere di quello che l’isola offriva loro.
Era da qualche tempo che Kore, un nome che significa giovinetta, si sentiva stana, come se qualcuno la seguisse, ma i giorni scorrevano sereni, uno uguale all’altro e lei si convinse che si trattava solo di una sua paranoia. Tuttavia, il suo intuito non mentiva. Da qualche tempo il Dio dell’Oltretomba aveva posato gli occhi su di lei e la osservava di nascosto, celato dal suo elmo dell’invisibilità.
Quella sera, prima di rincasare e tornare dalla madre, la dea della primavera decise di cogliere dei fiori per adornare la tavola. Due begonie, un po’ di lavanda, tre girasoli, il profumo dei fiori invadeva le narici di Kore che precorreva il sentiero familiare, fino a quando il suo sguardo non si posò su un narciso, che cresceva fiero sul ciglio della strada. La giovane attratta dal fiore, sentì il genuino impulso di coglierlo per aggiungerlo al suo centrotavola. Mentre tirava lo stelo per sfilarlo dal suolo umido, le radici smossero il terreno fino alle sue viscere. Dalla voragine sbucò Ade che rapì la dea.
Storia di una Sovrana
La discesa verso l’Averno fu lunga e spaventosa, i cavalli neri che trainavano il cocchio del dio sbattevano con ferocia gli zoccoli sulla terra friabile. Una volta giunta a destinazione i ricordi della fanciulla si fecero confusi, si ricordava soltanto che Ade l’aveva sposata e che Kore non esisteva più. La dea della primavera era diventata Persefone, la portatrice di morte. La regina novella si crogiolava nello sconforto e non toccava cibo da giorni, l’ultima e unica cosa che aveva ingerito erano stati sei chicchi di melograno durante il suo banchetto di nozze, non sapendo che, quando si mangia del cibo cresciuto nell’Ade, si resta legati per sempre al quel luogo.
Sulla terra la madre Demetra non vedendo tornare la figlia per giorni si allarmò al punto di salire sull’Olimpo per chiedere spiegazione a Zeus.
Intanto, nel sottosuolo, Persefone iniziò a conoscere le bellezze nascoste nell’ombra aumentando ogni giorno di più la sua influenza sulla Corte. Kore la fanciulla era sparita, lasciando il posto a una donna sicura di sé e carismatica e capace di governare un intero regno.
La dea del raccolto si abbandonò alla disperazione rifiutandosi di svolgere le sue funzioni, il gelo cadde sulla terra e i raccolti divennero inutilizzabili. Zeus vedendo il disastro provocato dal fratello stipulò con lui un patto. Persefone avrebbe trascorso sei mesi dell’anno con la madre e sei mesi con Ade, tanti quanti i chicchi di melograno che aveva mangiato.
Da questo mito derivano i Misteri Eleusini, feste e riti in onore di Demetra, dove gli iniziati erano sotto effetto di un fungo allucinogeno, la claviceps purpurea, parassita del segale, ingrediente base del pane che consumavano.

Persefone
Non una tela, otto.
La Sovrana dell’Averno affascinò profondamente Rossetti, tanto da influenzarne la sua produzione pittorica dal 1872 fino alla sua morte avvenuta 1882. In questi dieci anni, dal pennello del preraffaellita, presero vita otto Persefone simili ma profondamente diverse tra loro, che mutavano con il mutare della psiche del loro autore.
La più famosa risale del capodanno 1874 (come recita la firma), oggi esposta alla Tate Britain di Londra. La modella che presta il volto alla dea è Jane Burden Morris che, come la regina, vive il senso della dualità, essendo divisa tra il marito e Rossetti.
In ognuna delle versioni la cornice, curata personalmente dall’artista è unica e racconta qualcosa di diverso.
Nell’angolo in alto a destra dell’osservatore si trova un sonetto in inglese composto dall’artista:
Lungi è la luce che in sù questo muro
Rifrange appena, un breve istante scorta
Del rio palazzo alla soprana porta.
Lungi quei fiori d’Enna, O lido oscuro,
Dal frutto tuo fatal che ormai m’è duro.
Lungi quel cielo dal tartareo manto
Che qui mi cuopre: e lungi ahi lungi ahi quanto
Le notti che saran dai dì che furo.
Lungi da me mi sento; e ognor sognando
Cerco e ricerco, e resto ascoltatrice;
E qualche cuore a qualche anima dice,
(Di cui mi giunge il suon da quando in quando,
Continuamente insieme sospirando,)
«Oimè per te, Proserpina infelice!»
Dante Gabriel Rossetti
Sempre tu, Lizzie
Nelle sue otto versioni, la Persefone di Rossetti muta e i lineamenti di Jane svaniscono sempre più, tela dopo tela, fino a sparire, lasciando il posto a quelli di qualcun altro.
L’ultima versione della Sovrana dell’Averno ha il volto più dolce e i capelli corvini di Burden sono diventati scarlatti. Persefone è Lizzie, che nella mente del pittore ha incontrato un destino simile a quello della dea, nata per prosperare sotto il sole primaverile ma costretta a vivere nelle tenebre dell’Oltretomba.
Come le versioni precedenti, Lizzie stringe tra le mani un melograno già addentato. Per Burden questo simboleggiava il suo essere divisa a metà tra la devozione del marito e l’amore proibito con Rossetti. Nelle mani di Elizabeth il frutto acquista un significato nuovo, è una speranza, un disperato appello dell’autore agli dei è il sogno che lei possa tornare a vivere sulla terra, anche se solo per brevi istanti. Un anelito sottolineato dalla flebile luce alle sue spalle.
L’incenso, che brucia nell’angolo inferiore sinistro del dipinto rappresenta l’elevazione a divinità del soggetto. Mentre Jane era una dea per la sua bellezza singolare, Elizabeth aveva raggiunto quello status a causa delle prove che aveva dovuto superare, come Ercole e le sue Fatiche. Nella versione del 1874, vediamo soltanto il porta incenso, nell’ultima l’incensiere è acceso e dall’oggetto si eleva del fumo, simbolo della volontà effimera e vana di voler raggiungere un’altra dimensione, di voler raggiungere Lizzie.
L’edera dietro la donna acquisisce diversi significati. Nelle prime versioni, dedicate alla musa malinconica, l’edera rappresenta l’attaccamento e la passione, alle spalle della donna dai capelli scarlatti la pianta, simboleggia la rinascita e l’immortalità.
Dante Gabriel Rossetti morì lo stesso anno in cui dipinse la tela, ricongiungendosi con Lizzie.

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Immagine in evidenza: wikimedia

1 Commento
Francesco
ottimo articolo. Chiaro e completo come sempre