Luce UPE: il bagliore della vita

Se vi dicessi che in natura esistono esseri viventi capaci di emettere luce? Probabilmente pensereste mi riferisca alle lucciole, alle meduse o ai pesci abissali che illuminano l’oscurità delle profondità oceaniche; questi sono tutti esempi di bioluminescenza, ovvero un fenomeno affascinante e visibile tranquillamente ad occhio nudo.

Esiste, però, un’altra forma di luce, silenziosa e invisibile, che accompagna ogni organismo vivente in ogni istante e che, in modo quasi poetico, si spegne quando moriamo.

Bagliore

Prima di immergerci nei dettagli della misteriosa luce, è bene rispondere a due domande fondamentali: cosa si intente per luce UPE? E differisce della bioluminescenza solo per la visibilità?

La luce UPE, in inglese Ultra-Weak Photon Emission, è una luce spontanea e involontaria, che viene creata come sottoprodotto del metabolismo cellulare. Facciamo un esempio: immaginatevi una cellula che respira, ecco, ogni volta che la cellula “respira” e porta a termina una reazione chimica, rilascia come scarto una minuscola quantità di fotoni, ovvero delle particelle che compongono la luce. Dall’altra parte, invece, la nostra cara bioluminescenza è una vera e propria caratteristica evolutiva selezionata e portata avanti da alcune specie per comunicare, difendersi o attrarre; inoltre non si tratta di un azione involontaria, ma volontaria che, attraverso una reazione chimica, genera luce.

Quindi abbiamo due differenze: da un lato la natura stessa della luce, una è uno scarto, mentre l’altra è uno strumento. Il secondo punto riguarda l’intensità della luce: se da un lato la bioluminescenza è visibile chiaramente e capace di illuminare l’ambiente, dall’altro la UPE è una quantità cosi scarsa da poter essere rilevata solo con strumenti appositi (camere fotoniche, sensori CCD e ambienti scuri).

Una piccola curiosità: secondo alcuni ricercatori, come Michal Cifra dell’Accademia Ceca delle Scienze, il fenomeno della luce UPE potrebbe fungere anche da “comunicazione” tra le cellule come una sorta di linguaggio luminoso biologico. Anche se l’idea di uno scambio di messaggi tra cellulle è affascinante, ad oggi questa resta solo una teoria non confermata.

Rappresentazione dello studio dell’Università di Calgary, da X

Accendere la luce

Il viaggio verso la scoperta e lo studio della luce UPE è ancora agli inizi, anche se l’idea che il corpo umano possa “illuminarsi” affonda le sue radici già negli anni ’20 del Novecento quando, alcuni scienziati, iniziarono ad ipotizzare la presenza di una debole emissione luminosa nei tessuti viventi. Sfortunatamente per questi pionieri la UPE resterà solo un’ipotesi, data la mancanza di strumenti abbastanza evoluti da rilevarla.

Arrivando ad oggi….

Nel 2025, uno studio pubblicato direttamente dall’Università di Calgary e riportato successivamente su Phys.org ha dato la conferma di aver osservato un fenomeno sorprendente: i corpi dei topi vivi emettevano una costante luce ultradebole che si spegneva pochi istanti dopo la morte, nonostante la temperatura del corpo rimanesse la stessa. Confermando l’esistenza della luce UPE, lo studio portava sul tavolo un altro dettaglio: quest’ultima sembrerebbe intrinsecamente legata ai processi vitali delle cellule.

Nel corso dell’anno anche altri studi, come quelli dell’Università di Kyushu e dell’Accademia delle Scienze di Pechino, hanno confermato che anche le piante, i batteri e i tessuti umani emettono una luce invisibile. E, cosa ancora più interessante, l’intensità della luce è variabile e cambia con lo stato di salute dell’organismo (delle cellule stressate o danneggiate emettono più fotoni).

Imparare a guardare

Abbiamo capito che la luce UPE è uno scarto, ma c’è un modo per utilizzarla?

Alla stesura di questo articolo, la UPE è ancora oggetto di studio, ma i suoi possibili impieghi sono pressoché infiniti: sfruttando la sua capacità di cambiare intensità in base allo stress, in medicina potrebbe diventare un indicatore non invasivo dello stato di salute di un organismo, monitorando malattie o terapie cellulari senza dover fare prelievi o esami. Inoltre, in ambito di neuroscienza, studi pubblicati su Nature Scientific Reports, hanno osservato che le cellule nervose e staminali emettono quantità di luce diversa in base alla loro attività, aprendo le porte a possibili cure basate sul biomonitoraggio, dove la luce diventa una finestra sul comportamento nervoso.

Infine, in botanica potrebbe aiutare a rilevare in tempo reale lo stato di salute delle piante, per prevenire situazioni di infezioni o mancanza d’acqua; alcuni esperimenti hanno gia dimostrato che una foglia ferita produce più luce di una foglia sana, un po’ come se il bagliore comunicasse il danno.

Illuminare

La recentissima scoperta della luce UPE costringe l’essere umano a guardare il concetto di “vita” con occhi nuovi: ogni cellula emette un piccolo segnale luminoso che racconta la propria attività e i propri cambiamenti; è poetico se ci pensate: la vita, nel suo costante movimento, lascia una scia luminosa che non serve per illuminare, ma per testimoniare.

Forse, un giorno, la scienza troverà un modo di trasformare questo bagliore invisibile in un nuovo modo per comprendere la salute o il tempo stesso della vita, ma fino ad allora resta solo un semplice pensiero: ogni organismo vivente, dal più piccolo batterio, al più grande elefante, racchiude una scintilla di luce. E quella scintilla, finché arde, è la prova più silenziosa e pure dell’esistenza.

Immagine in evidenza: Reddit

Autore

Lascia un commento