Inevitabile tempesta: intervista a Laura Anzani e Ettore Distasio

Dal 2 al 5 e dal 9 al 12 ottobre 2025, in occasione del Fringe Milano Off Festival, è andato in scena Inevitabile Tempesta, spettacolo scritto da Giovanna Mori, diretto da Ettore Distasio e interpretato da Laura Anzani, prodotto dal collettivo DistAnza. Un monologo potente e delicato allo stesso tempo, che ha trascinato il pubblico in un viaggio intimo e di riscoperta. Ho avuto la possibilità di dialogare con gli artisti per approfondire alcuni aspetti dello spettacolo.

Comincerei dall’inizio: com’è nato “Inevitabile tempesta”? Qual è l’idea alla base e perché è nato?

Laura Anzani: È nato dal desiderio di portare in scena un testo di Giovanna Mori, che è una drammaturga, sceneggiatrice e attrice che conosco da tempo. Nel 2019 le ho chiesto di scrivere un pezzo per me. Abbiamo lavorato tre giorni chiusi in un teatro a Trento, improvvisando su qualsiasi cosa ci venisse in mente, perché in realtà non avevo un tema preciso. Volevo semplicemente un suo testo perchè amo molto il suo modo di scrivere. Da quei tre giorni sono nati dei frammenti che lei ha poi usato per comporre “Inevitabile tempesta”.

Quindi è stata un’idea sua? C’è qualcosa di autobiografico o ha scelto elementi che sapeva potessero appartenere anche a te?

Laura Anzani: Direi la seconda. Dalle improvvisazioni sono emerse molte cose che mi appartengono. Lei, conoscendomi, ha utilizzato elementi miei per costruire il personaggio, che quindi porta con sé molto di me.

Spostandoci sulla trama e su come viene resa: come potremmo definire il naufragio esistenziale che la protagonista affronta? Chi è questa donna e di cosa parla lo spettacolo?

Laura Anzani: Secondo me lo spettacolo parla soprattutto di coraggio. Del fatto che anche nei momenti più difficili, se ti lasci andare, se ti abbandoni, l’universo e il destino trovano sempre un modo per tirarti fuori dal fango in cui ti ritrovi. Il personaggio è una donna, ma la storia è talmente universale che potrebbe essere chiunque. È una donna perché la interpreto io, ma chiunque può riconoscersi in un’inevitabile tempesta.

Ettore Distasio: Abbiamo immaginato di raccontare questa storia come una favola. Quelle che si raccontano ai ragazzi, da cui puoi prendere significati e spunti senza dover per forza seguire una trama precisa. Durante una crisi, spesso ne esci ma non sai come: è una centrifuga emotiva, e solo dopo trovi la via d’uscita. Siamo partiti da lì.

Quando parlate di “via d’uscita”, nel vostro caso è rappresentata da “sto posto”. Nella vostra esperienza personale vi siete mai sentiti in “sto posto”? E vi è servito per immaginarlo visivamente, dato che è un luogo irreale, non collocato nel tempo o nello spazio? Com’è stato presentato al pubblico?

Laura Anzani: In realtà, “sto posto” lo raccontiamo come un bar di porto. Giovanna ha scelto questo luogo perché io amo i bar di porto delle città di mare.

Ettore Distasio: L’idea è simile a quella dei sogni, dove le cose non sono mai ordinate. Una tazzina galleggia, una forchetta parla, passa il cane che avevi… abbiamo immaginato così la tempesta. “Sto posto” può essere tutto: un posto meraviglioso o uno che fa schifo. La parola “posto” è universale. Lo lasciamo immaginare allo spettatore, gli diamo la “pallina dell’immaginazione” per costruirlo a modo suo.

Una domanda per Laura: com’è stato affrontare la solitudine in scena con un testo così vicino a te? Ti ha agevolato o reso le cose più difficili?

Laura Anzani: È stato molto difficile. Prima di questo lavoro portavo in scena solo drammaturgia contemporanea americana o anglosassone, con una scrittura e una regia completamente diverse. Questo testo è un’altra cosa. L’altro giorno dicevamo che è come un pezzo di Lucio Dalla: hai bisogno di ascoltarlo più volte per capirlo, perché al primo ascolto ricevi tante informazioni che poi elabori nel tempo. Ho voluto Ettore alla regia proprio per questo: il suo approccio è molto diverso da quello a cui ero abituata. A livello tecnico è stato un lavoro nuovo e complesso, e anche fisicamente ho dovuto abituarmi a non dare un senso immediato a ogni cosa. Per me, formata in America, dove tutto è iper-razionale, è stata una vera sfida.

A proposito della regia, ho letto che Ettore ha parlato del desiderio di allontanarsi dall’idea di teatro come intrattenimento per recuperare un teatro che fa pensare. Perché?

Ettore Distasio: L’idea è nata durante il periodo della pandemia, quando siamo stati costretti a restare in casa. I teatri furono i primi a chiudere. In quel momento, il teatro come rito, come luogo dove vedere uno spaccato della società, era sparito. Dopo, è tornato soprattutto come intrattenimento. Si è ripreso a fare i classici, per carità bellissimi, ma con l’obiettivo di far ridere, di distrarre. Io però soffro quando qualcuno dice: “Ho bisogno di ridere, di evadere.” Ma dobbiamo sempre ridere? Anche raccontando una favola, si può far riflettere, mostrare qualcosa che accade agli esseri umani: la morte, la crescita dei figli, la mancanza di lavoro, il fatto che siamo solo di passaggio. Forse è un pensiero vecchio, ma io mi sono stancato di ridere sempre.

Proprio parlando della pandemia, mi sembra che anche questo spettacolo, nel caos, costringa a fermarsi. Qual è, secondo voi, il valore del fermarsi nella vita quotidiana? E come si collega a questo spettacolo, che lo affronta in modo astratto ma anche molto concreto?

Ettore Distasio: Quel periodo ci ha permesso di stare con noi stessi, di entrare in tempesta, di chiederci: chi sono? Cosa ho fatto? Cosa farò?

Laura Anzani: Quando ti fermi e resti in silenzio, nonostante la confusione e la paura, alcune risposte affiorano. Qualche luce in fondo al tunnel si vede. Il silenzio è necessario. Anche per chi fa un lavoro artistico è importante avere un momento di distacco.

Non sapevo che lo spettacolo fosse nato durante la pandemia, ma ora mi è tutto molto più chiaro. Ha perfettamente senso.

Laura Anzani: Il fatto che sia nato in quel periodo ci ha permesso anche di lavorarci con tempi lunghissimi. Giovanna vive a Roma, quindi incontrarsi è stato complicato. Ma questo tempo dilatato ha permesso che emergessero i pezzi giusti. Ricordo giorni in cui non ero in vena, ma il metodo di lavoro di Giovanna e di Ettore è molto basato sul “provare” e sul “giocare”. Anche per questo, lavorare su questo personaggio è stata per me un’inevitabile tempesta.

Ettore Distasio: Ci sono stati momenti più difficili e altri più leggeri, ma il risultato, a mio parere, è davvero ottimo.

Avete già toccato il tema che stavo per introdurre: la realizzazione pratica. Com’è portare avanti un progetto indipendente come questo? E come si adatta al Fringe Milano Off Festival?

Laura Anzani: Abbiamo costruito tutto pensando fin da subito di portarlo in luoghi non teatrali. Volevamo ristabilire un contatto diretto col pubblico. Per questo abbiamo lavorato molto nel circuito “Portiamo il teatro a casa tua”, facendo tante repliche in abitazioni private in tutta Italia.

Ettore Distasio: Essendo una produzione indipendente, lo spettacolo si inserisce bene nel cartellone del Fringe Off. Con una produzione così devi mettere in conto una perdita economica costante, ma hai la possibilità di stare in un ambiente con attori, colleghi e registi che sanno cosa stai facendo. Il percorso è simile per tutti: grandi sacrifici. Ma il Fringe ha prodotto tante cose belle: c’è lavoro, passione, coraggio, pochi soldi e tanta voglia di dire qualcosa.

Concludo con una domanda per entrambi: cosa vorreste che gli spettatori portassero con sé dopo aver visto lo spettacolo?

Ettore Distasio: Sarebbe bello che, anche a distanza di tempo, qualcuno pensasse: “Quel pezzetto di spettacolo mi riguarda, ci sono passato anch’io, quindi lo capisco e non lo giudico.” Non amo il giudizio: preferisco la comprensione. Mi piacerebbe che lo spettatore si portasse via un ricordo, qualcosa che ha vissuto anche lui, che gli appartiene. Una sensazione che magari non sa spiegare subito, ma che resta.

Laura Anzani: E anche la sensazione di aver partecipato a qualcosa che rimane. Di aver spento l’interruttore per cinquanta minuti. I testi di Giovanna sono molto surreali e poetici, ti portano in un mondo che è quello delle favole. E in quel mondo, per un attimo, ci sei anche tu.

Ettore Distasio: Le favole o le storie sono più belle quando si smette di spiegarle. Quando cominci a spiegarle, entri nella stanza della razionalità. Invece, la domanda è: cosa ti è rimasto? Ecco, tienilo. Come diceva un mio amico poeta: “La favola è bella perché la volpe è sempre una domanda e la luna è una mamma che non c’è più.”

Vi ringrazio molto, anche a nome di Radio IULM, per il tempo che ci avete dedicato!

Inevitabile Tempesta è uno di quegli spettacoli che non si dimenticano facilmente. Non perché racconti una grande storia, ma perché dà spazio a una piccola verità: quella di chi nel mezzo del caos trova la forza di fermarsi e ricominciare. Grazie a Ettore e Laura per averci accompagnati in questo viaggio!

Per maggiori informazioni: https://milanooff.com/programma/inevitabile-tempesta

Per altri articoli sul teatro: “Amleto²”: un ritorno a teatro della follia e della libertà di Filippo Timi – Radio IULM

Immagine in evidenza: Ufficio Stampa©️Zelda was a writer

Autore

  • Studentessa al 1° anno di Televisione, cinema e new media e laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità, sempre tra un palco e l’altro. Adoro il teatro, la TV e tutto ciò che è spettacolo. Tra giornalismo e critica, il mio sogno è raccontare la magia della cultura e dell’entertainment!

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