“Radio IULM incontra” chiude con Stefano Nazzi

Con l’ultimo appuntamento di oggi, 6 maggio, si conclude il ciclo di Radio IULM incontra, che ha visto come protagonista Stefano Nazzi. Il progetto è nato per avvicinare studenti e protagonisti del mondo della radio. Durante l’incontro, Nazzi, giornalista e autore del podcast Indagini, ha condiviso la sua esperienza nel giornalismo e nel mondo del podcasting.

La carriera di Stefano Nazzi

Stefano Nazzi è un giornalista con oltre trent’anni di esperienza alle spalle, noto per la sua capacità di coniugare rigore investigativo e sensibilità narrativa. Ha iniziato la sua carriera nella carta stampata, collaborando con testate importanti come Il Giornale, L’Espresso, Il Sole 24 Ore e Sette del Corriere della Sera, occupandosi prevalentemente di cronaca giudiziaria, inchieste e attualità.

Nel corso degli anni, ha seguito alcuni dei casi più emblematici della cronaca nera italiana, dal delitto di Cogne a quello di Garlasco, sempre con un approccio analitico, orientato alla comprensione più che al giudizio.

Il successo di Indagini

A partire dal 2022 ha dato una svolta alla propria attività approdando al formato podcast, con la creazione di Indagini per Il Post. Il programma, da lui interamente scritto e narrato, è diventato rapidamente un punto di riferimento per chi cerca una narrazione profonda e documentata dei casi di cronaca italiani, affrontati con equilibrio e contestualizzazione.

L’approccio di Nazzi nel podcast è lo stesso che ha guidato la sua intera carriera: raccontare i fatti, spiegare i meccanismi giudiziari, evitare le scorciatoie emotive o sensazionalistiche. In un panorama spesso dominato dalla spettacolarizzazione del crimine, Indagini rappresenta una proposta editoriale diversa, rigorosa e culturalmente utile.

Le curiosità sulla realizzazione del podcast Indagini

Come nasce concretamente una puntata di Indagini?

Nasce sempre dalla scrittura. Scelgo una storia che abbia un elemento forte, qualcosa che mi colpisce e voglio raccontare. Poi inizia il lavoro più lungo: il recupero e la selezione del materiale. Le carte giudiziarie sono prolisse, quindi devo fare una sintesi efficace. Cerco un filo conduttore che attraversi tutta la storia e mi aiuti a non perdermi. Scrivo sapendo che è un podcast, quindi sfrutto le pause, le inflessioni, la musica: tutto rende il racconto più immediato.

Come vengono scelte le musiche per il podcast?

Le cura Stefano Bumiati, il sound designer. Alcune le compone, altre le sceglie da cataloghi, e poi me le propone. Io le approvo o le scarto. Siamo molto rigidi sugli effetti sonori: niente sirene, aerei o suoni “realistici”. Scegliere la musica giusta è importante, ma lo è ancora di più decidere quando farla partire e quando fermarla. Tutto il lavoro si basa su parole e musica.

Come gestire il peso emotivo “i dati aiutano a contestualizzare”

Tengo sempre presente una cosa: i dati. Le cose che racconto sono un’infinitesima minoranza delle cose che accadono nelle nostre comunità. Le persone che fanno male ad altre persone, per quanto ci sembrino molte, sono pochissime.
In Italia, ad esempio, il tasso di omicidi è dello 0,5-0,6 ogni 100.000 abitanti, tra i più bassi in Europa, insieme a Lussemburgo e Norvegia. In Gran Bretagna è 1,2 e in Russia 9. Bisogna contestualizzare: questi crimini esistono, ma non sono la nostra quotidianità. Per chi ne è colpito è totalizzante, ma non lo è per la società nel suo complesso
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Stefano Nazzi racconta: il podcast e la cronaca

Come nasce il podcast Indagini e qual è l’approccio narrativo scelto?

Il podcast è nato in modo piuttosto spontaneo, ci siamo detti “proviamo a fare questo podcast”. L’ho scritto io da solo, anche se ovviamente poi in studio c’è un team che registra e cura l’aspetto tecnico. Il titolo, secco, già rispecchia il linguaggio che utilizziamo al Post. Non ci interessa tanto l’evento in sé, ma come sono avvenute le indagini, quale ruolo ha avuto la stampa, qual è stato l’impatto sulla società. È stato tutto molto naturale, in linea con il linguaggio che usiamo al Post per raccontare le cose.

Ti occupi di cronaca da tanti anni, com’è cambiato il modo di raccontarla?

È cambiato in parte. La cronaca è diventata un filone narrativo, soprattutto nella televisione generalista del pomeriggio o della sera. I fatti diventano serie a puntate con protagonisti che si trasformano in personaggi. Si creano dinamiche da fiction e si innescano i cosiddetti “processi mediatici”, dove il conduttore fa da giudice, gli ospiti sono sempre gli stessi a rappresentare accusa e difesa, e il pubblico a casa diventa la giuria. Da Cogne in poi questo meccanismo si è consolidato, con la televisione usata persino come strategia difensiva.

Il linguaggio della cronaca giudiziaria è complesso. All’inizio è stato difficile affrontarlo?

Molto. È un linguaggio tecnico, pieno di termini specifici. Ma col tempo impari a conoscerli. E come giornalista — del Post, per di più — ho un doppio paradigma: la deontologia e la necessità di spiegare tutto. Quando uso un termine tecnico, lo spiego. È una cosa che manca spesso nella cronaca tradizionale, ma che considero fondamentale per rendere comprensibili le storie.

Perchè pensi che il pubblico sia così attratto dalla cronaca nera?

Non è solo morbosità. C’è empatia per la vita, un bisogno di elaborare collettivamente i traumi.

La cronaca ci permette di affrontare il male standone fuori, imparare da ciò che accade agli altri.

A volte ci sentiamo anche rassicurati pensando “non succederà a me”. Certo, c’è anche un lato oscuro, ma è sempre esistito. Le tragedie erano già raccontate nelle commedie greche, i giornali degli anni ’50 pubblicavano immagini oggi impensabili. Cambiano solo gli strumenti.

Preferisci raccontare casi molto noti o storie meno conosciute?

Mi piacciono entrambe le cose. Raccontare casi noti mi dà soddisfazione perché posso rimettere in ordine i fatti, mostrarne la complessità e correggere certe distorsioni mediatiche. Ma anche raccontare storie poco conosciute, se significative, mi interessa molto. Significative dal punto di vista giudiziario o per l’impatto che hanno avuto sulla comunità.

Qual è stata la storia più difficile da raccontare?

Quelle che coinvolgono le persone più indifese. Il caso di Tommaso Onofri, ad esempio. Un bambino rapito e ucciso senza una spiegazione. Gli assassini si sono rimpallati la colpa e non hanno mai detto perché l’hanno fatto. È stato preso per un riscatto e poi ucciso. Quindi due cose insieme: l’uccisione di un bambino e l’assenza totale di motivo. Sono casi che ti colpiscono duramente.

Qual è la cosa più gratificante del tuo lavoro?

Quando mi scrivono i familiari delle vittime per ringraziarmi di come ho raccontato la storia. Anche se io non contatto mai i familiari in fase di preparazione, perché il loro punto di vista, seppur comprensibilmente emotivo, non aggiunge nulla alla comprensione dei fatti. Ma quando mi ringraziano dopo, oppure quando mi scrivono magistrati mi fa davvero piacere.

Portare Indagini a teatro è stata una tua idea oppure una proposta esterna? Come hai adattato il format?

Me l’ha proposto una produzione milanese. L’idea era mia: portare il linguaggio del podcast a teatro, mantenendo il racconto come elemento centrale. La voce rimane protagonista anche sul palco. Certo, a teatro puoi far vedere alcune cose che nel podcast non puoi, ma l’obiettivo era ricreare quell’ascolto collettivo. È stato molto bello. Anche il sound designer è lo stesso del podcast, quindi il concetto è rimasto coerente.

Quanto è difficile raccontare storie senza sfociare in un parere soggettivo? E quanto è importante farlo?

È fondamentale. Devi raccontare una storia fornendo tutti gli elementi e i fatti, non esagerando o sottolineando le emozioni. Sono i fatti stessi che danno emozione.

Una cosa che non mi piace del racconto di cronaca è l’uso esagerato di aggettivi, come “la povera vittima” o “il terribile omicidio”. Un omicidio è sempre terribile, non serve specificarlo.


Lo stesso vale per il giudizio: io devo mettere a disposizione gli elementi, poi l’ascoltatore si fa un’idea, se vuole. Certo, ti si formano opinioni, provi emozioni, ma il racconto giornalistico deve essere neutro, se vuoi anche freddo, deve offrire strumenti per capire. La mia opinione non conta.
Questa riflessione sul linguaggio viene anche da un lavoro collegiale, che non vuol dire fare una riunione per stabilire come raccontare, ma è la nostra quotidianità. Il Post è nato proprio con quell’idea: fare giornalismo in quel modo.

Immagine in evidenza: Ludovica Girelli (ph)


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